In questi giorni è emerso un nuovo scandalo politico negli Stati Uniti: la pubblicazione di migliaia di messaggi privati di alcuni dirigenti dei Young Republicans americani.

Insulti razzisti, frasi antisemite, elogi a Hitler, battute su stupri e gasazioni, emoji di consenso. Un linguaggio dell’odio travestito da ironia giovanile. Molti di questi protagonisti ricoprono o ambiscono a ricoprire ruoli pubblici, eppure nei loro scambi privati la lingua diventa uno strumento di dominio, disumanizzazione e violenza simbolica.

Quando le parole costruiscono il mondo

Non voglio discutere di politica americana, ma di linguaggio. Anche se questa cultura, arriva, arriverà in Italia e sta influenzando anche la nostra politica nazionale.

Lo sappiamo. La lingua, come la disinformazione, non è mai neutra: ogni parola costruisce un ordine del mondo, un confine tra chi è dentro e chi è fuori, tra chi può parlare e chi deve tacere.

Il linguaggio come architettura del potere

Ogni potere, prima ancora di imporsi con le leggi o con la forza, lo fa con le parole. Si appropria dei significati, li sposta, li svuota, li rende familiari. L’odio non comincia con i forni crematori, ma con le battute. Non nasce nei campi, ma nelle chat, nei bar, nei commenti, nelle parole dette “per scherzo”.

Il linguista Norman Fairclough, nel suo libro Linguaggio e Potere, mostra che il potere non agisce solo nel contenuto, ma soprattutto nella forma linguistica: nell’ironia che disinnesca la gravità, nel sarcasmo che normalizza l’offesa, nel tono amichevole che nasconde l’intento di escludere.

La lingua può trasformare il crimine in “scherzo”, e lo scherzo in abitudine.

In quella chat dei giovani repubblicani, le risate e le emoji non sono dettagli, sono la grammatica di una violenza condivisa, resa accettabile. Si tratta della stessa logica che ritroviamo nei linguaggi tossici della rete, dove l’ironia diventa scudo morale e chi denuncia l’abuso viene accusato di “non saper ridere”.

Dalla disinformazione all’erosione semantica

Nel mio articolo sulla architettura della disinformazione scrivevo che il problema non è solo la menzogna, ma l’erosione del senso. Quando le parole perdono ancoraggio alla realtà, tutto diventa plausibile, tutto opinabile, anche l’odio.

In questo caso, il linguaggio del potere giovanile conservatore americano non disinforma in senso stretto, non diffonde notizie false, ma disintegra i significati morali.

“Gasare”, “stupro”, “Hitler”, sono parole che nella lingua comune evocano orrore, Ma queste vengono risemantizzate, cioè vengono spogliate del loro peso etico esono rese strumenti di appartenenza a un gruppo.

Chi usa quelle parole non vuole comunicare un pensiero, vuole dimostrare fedeltà.

È la stessa dinamica che vediamo nei linguaggi populisti. Slogan brevi, reiterati, svuotati del significato originale e riempiti di emozione. “Patria”, “onore”, “libertà”, “gente” “Famiglia” sono parole usate come contenitori identitari, non come concetti condivisi. Tanto è vero che chi porta avanti i valori tradizionali della “Famiglia”, per esempio, è spesso divorziato, con figli da più più padri o madri. Insomma, con più famiglie.

Quando il linguaggio perde la sua responsabilità semantica, dunque, non è più un mezzo di pensiero, ma un’arma.

La libertà di parola e il potere del contesto

C’è un equivoco ricorrente, confondere la libertà di parola con il diritto di dire qualsiasi cosa senza conseguenze.

Ma la libertà linguistica non è anarchia, è responsabilità comunicativa. Ogni parola è un atto, direbbe J.L.Austin to say is to do. Dire è già agire.

Ne avevo scritto a riguardo dell’usabilità delle parole. Dire è fare!

E se dire “ti amo” cambia la realtà, anche dire “ti gaserei” la cambia, perché costruisce un mondo possibile dove quella violenza è pensabile. Il linguaggio non è uno specchio del pensiero: è il suo laboratorio. E quando il laboratorio viene contaminato, anche il pensiero si ammala.

Lingua e potere oggi: la battaglia semantica

La battaglia politica contemporanea non si gioca più solo sulle idee, ma sulle parole con cui le idee vengono dette.

Chi controlla il linguaggio, controlla il campo semantico. Chi decide cosa è “patriota” e cosa è “traditore”, cosa è “identità” e cosa è “degenerazione”, determina la percezione del mondo.

La disinformazione è una forma di potere linguistico, non solo manipola i fatti, ma ridisegna i significati.

E quando un’intera comunità accetta che “razzismo” sia una parola esagerata o “fascismo” un termine antiquato, ha già perso la capacità di difendersi culturalmente.

Difendersi con le parole

Come ci si difende, allora?

Non con la censura, ma con la consapevolezza linguistica.

Imparare a leggere tra le righe, a riconoscere il tono, a distinguere l’ironia dalla normalizzazione, la satira dalla propaganda. Rieducare all’ascolto e alla precisione delle parole. Comprendere un testo nell’epoca dell’informazione è diventata una competenza necessaria.

La lingua non è solo un mezzo per dire il mondo, è il modo in cui il mondo esiste.

Se lasciamo che la lingua dell’odio diventi “solo un modo di dire”, finiremo per vivere in un mondo che dice soltanto quello.

Lingua potere e disinformazione

L’inchiesta americana dunque, non è una curiosità di cronaca. È un segnale. Mostra cosa accade quando il linguaggio si emancipa dalla responsabilità, quando le parole si sganciano dal pensiero e diventano puro gesto di potere, di appartenenza, di scherno.

Il linguista osserva la lingua per capire la società. E oggi, osservando il linguaggio politico, possiamo leggere l’erosione di una coscienza collettiva. La lingua non nomina più la verità, ma la sostituisce con il rumore.

Difendere la parola, la parola precisa, rispettosa, vera, non è un esercizio di moralismo, ma un atto politico. Perché chi domina il linguaggio, domina la realtà.