I diritti non spariscono all’improvviso. Si erodono lentamente, parola dopo parola, fino a quando ciò che era garantito diventa un privilegio, e ciò che era collettivo diventa una scelta individuale. Sanità, lavoro, istruzione, creatività: in ciascuno di questi campi assistiamo oggi allo stesso meccanismo, la sostituzione silenziosa di una grammatica con un’altra, più compatibile con la logica del mercato e meno con quella della cittadinanza.
Dal concetto di coscienza di classe e di popolo all’individualismo più sfrenato. Dalla cancellazione delle parole alla responsabilità semantica del discorso pubblico.
Come il linguaggio trasforma ciò che ci appartiene
Questo articolo vorrebbe esplorare come i diritti vengono smontati non attraverso leggi esplicite, ma attraverso il linguaggio, ossia con le cornici semantiche che decidono cosa vediamo e cosa resta fuori dall’inquadratura. Penso che il linguaggio lo faccia intrecciando critica culturale e teoria sociale. Perché a volte proprio come l’obiettivo fotografico che ha la sua capacità di rendere visibile ciò che preferiremmo non vedere, il linguaggio è lo strumento più onesto per capire il presente.
Quando l’orizzonte si capovolge: diritti, sguardi e l’arte di dimenticare
C’è un gesto che il fotografo compie prima ancora di premere il rilascio: decide dove puntare l’obiettivo. Quella scelta, cosa includere nell’inquadratura e cosa lasciare fuori, non è mai neutrale. È già un atto interpretativo, una presa di posizione sul mondo. Lo stesso gesto, trasferito sul piano del linguaggio, definisce la politica culturale di un’epoca: chi decide quali parole usiamo per descrivere la realtà decide, in larga misura, quale realtà siamo in grado di vedere.
Questo articolo vorrebbe descrivere questa consapevolezza. Vorrebbe essere il mio primo tentativo di rendere visibile il meccanismo attraverso cui certi cambiamenti, nel lavoro, nella sanità, nella creatività, diventano invisibili proprio nel momento in cui si consolidano. Un esercizio di architettura del significato applicato al presente.
La cornice decide il mondo
La fotografia lo insegna prima della filosofia: la cornice non è un bordo decorativo. È una decisione epistemica. Quando scegliamo un’inquadratura, anche con il nostro smartphone, non stiamo semplicemente ritagliando la realtà, la stiamo costruendo, attribuendo peso e direzione a ciò che includiamo, condannando all’inesistenza ciò che escludiamo.
Lo stesso principio governa il linguaggio politico e sociale. La «sanità pubblica» trasformata in «buco da tappare», l’«articolo 18» ridefinito come «freno all’efficienza», l’«università» riclassificata da investimento collettivo a costo individuale: in ciascuno di questi casi non è cambiata la realtà delle cose. È cambiata la cornice semantica dentro cui le osserviamo. E quella cornice, chi la costruisce, con quali interessi, attraverso quali canali, è il vero campo di battaglia.
Antonio Gramsci chiamava questo processo egemonia: il potere che non si impone con la forza ma si sedimenta come senso comune, fino a farci sembrare naturale ciò che è stato costruito. Michel Foucault, spostando la lente sul corpo e sulla soggettività, mostrava come il dominio si interiorizzi al punto da farci desiderare le stesse gabbie dentro cui ci muoviamo.
Ma ciò che caratterizza il nostro tempo è qualcosa di ancora più specifico: non solo una gabbia interiorizzata, ma una grammatica sostitutiva. Una lingua alternativa che non proibisce le vecchie parole ma le svuota, le rinomina, le rende impronunciabili senza sembrare ingenui o fuori tempo.
Dalla categoria al servizio: come un diritto diventa un’opzione
Il meccanismo ha una logica precisa, che vale la pena descrivere con chiarezza per poterla riconoscere. Funziona in tre movimenti.
Prima si cambia il nome: il diritto diventa servizio, il servizio diventa prodotto, il prodotto diventa opzione. Poi si sposta la titolarità: ciò che apparteneva alla collettività viene attribuito all’individuo, come responsabilità, non come potere. Infine si convince chi ha perso che non aveva mai avuto nulla di sostanziale, che ciò che credeva un diritto era solo un privilegio di un’epoca inefficiente.
La grammatica risultante sostituisce la categoria del diritto con quella della performance. Se vali, paghi e ottieni; se non puoi permetterti di pagare, il sistema ti comunica, con parole sempre più morbide, che evidentemente non valevi abbastanza.
«Responsabilità individuale», «merito», «flessibilità» sono gli eufemismi attraverso cui questa crudeltà viene somministrata quotidianamente a dosi accettabili.
Se accettiamo il linguaggio delle polizze e dei contratti come unica grammatica possibile, finiamo per vedere il mondo come un grande centro servizi dove tutto ciò che non produce profitto appare zavorra. La promessa di una poltrona in sala d’attesa vale più di un servizio sanitario pubblico. La libertà di licenziare vale più della sicurezza di lavorare. Ciò che ieri era fondamentale si è ridotto a opzione, e l’opzione, per definizione, può essere deselezionata senza scandalo.
La fotografia come caso rivelatore
La fotografia mi ha insegnato che i meccanismi più profondi di una cultura emergono nei dettagli apparentemente minori, in un gesto, in un’abitudine, in ciò che le persone danno per scontato senza nemmeno accorgersene. Il modo in cui oggi ci rapportiamo all’immagine fotografica è uno di questi dettagli rivelatori.
Nell’ecosistema digitale si è sedimentata una convinzione: che la foto di una persona appartenga alla persona ritratta, non all’autore che l’ha scattata. Non si tratta solo di privacy (argomento legittimo e sacrosanto) ma di una revisione sotterranea del patto creativo che regge l’intera pratica fotografica. La fotografia, nella cultura occidentale, era nata sotto il segno dell’autorialità: l’occhio che sceglie l’inquadratura, l’attimo, la luce, il contesto. Era un atto di interpretazione del mondo, non di riproduzione meccanica.
Oggi, complici i social media e la sovrapproduzione bulimica di immagini, la centralità si è spostata sulla figura che appare nell’inquadratura, sul suo diritto di controllare la propria auto-rappresentazione, di modellare il racconto a misura del proprio personal brand. Il fotografo è diventato un fornitore di servizi accessori. Un tecnico della luce al servizio della narrazione altrui.
Dal punto di vista antropologico, il rovesciamento è straordinario. Molte culture tradizionali rifiutavano di essere fotografate perché temevano che l’immagine rubasse l’anima: il soggetto si sentiva spossessato di qualcosa di intimo dalla presenza dell’obiettivo. Oggi lo scenario si è capovolto con precisione speculare: non è più la fotografia a rubare l’anima al soggetto, è l’anima, il soggetto, la sua identità, il suo brand, a rivendicare la proprietà sull’immagine. Ci siamo appropriati del selfie come gesto di auto-determinazione visiva, dimenticando che dietro la lente c’è ancora un atto creativo, un punto di vista, un discorso sul mondo.
Il cortocircuito è identico a quello che avvolge i diritti sociali: ciò che nasce come atto condiviso, la fotografia documentaria, la sanità pubblica, l’istruzione universale, trasfigura in commodity individuale. E nella trasfigurazione si perde il soggetto originario: il fotografo, il medico di base, l’insegnante di ruolo, ridotti a variabili di costo in un’equazione che non hanno scritto.
La genealogia del furto
Walter Benjamin sosteneva che ogni generazione riceve dai propri antenati un debito di giustizia non saldato, e che quel debito torna a bussare quando meno ce lo aspettiamo. Ma perché bussi, qualcuno deve ricordare che il debito esiste.
Ogni assunto che oggi ci appare ovvio ha una data di nascita e una firma politica.
«Il privato è sempre più efficiente del pubblico» non è una legge fisica: è una tesi ideologica che ha vinto dibattiti, occupato cattedre universitarie, finanziato campagne elettorali nel corso di decenni precisi, in contesti storici ricostruibili.
«L’artista lavora per visibilità» non è la condizione naturale della creatività: è il risultato di piattaforme costruite deliberatamente per estrarre valore senza retribuirlo, e di un ecosistema culturale che ha normalizzato questa estrazione.
«Il lavoratore deve essere flessibile» non descrive un’esigenza tecnica della produzione moderna: traduce in norma un preciso rapporto di forza tra chi ha bisogno di lavorare per sopravvivere e chi può permettersi di aspettare l’offerta migliore.
Il compito della critica culturale, e con essa dell’arte, del giornalismo, della fotografia documentaria, è precisamente mantenere viva la memoria di questo. Impedire che la sottrazione si normalizzi fino a sembrare un dato di natura. Tenere aperta la domanda sull’origine, sulla data di nascita, sulla firma politica di ciò che ci viene presentato come inevitabile.
Da architetto dell’informazione, riconosco in questo un problema di struttura prima ancora che di contenuto. Le architetture cognitive che abitiamo, i feed algoritmici, le piattaforme di consumo, i format della comunicazione pubblica, sono progettate per produrre dimenticanza, non memoria. Favoriscono il presente assoluto, l’aggiornamento continuo, la sostituzione rapida. In questo ambiente, ricordare la genealogia delle cose è già un atto controcorrente.
Resistere con metodo
Scrivere, scattare, studiare, protestare: non sono gesti romantici né posture nostalgiche. Sono pratiche di resistenza metodica all’oblio organizzato, e vale la pena distinguerle con precisione.
Scrivere significa restituire alle parole la loro genealogia. Significa ricordare che «flessibilità» non è sinonimo di libertà, che «efficienza» non misura la giustizia, che «premium» è un aggettivo di classe travestito da aggettivo di qualità. Scrivere è nominare il furto con il nome giusto, costruire un archivio lessicale contro la sostituzione silenziosa dei termini.
Scattare, e qui la fotografia torna al centro, significa testimoniare ciò che i numeri e le statistiche non catturano: la coda al pronto soccorso alle tre di notte, il presidio davanti alla fabbrica che chiude, il volto di chi lavora senza contratto né tutele. La fotografia documentaria non è nostalgia del passato: è archivio del presente, materia prima per la memoria futura. È il gesto con cui l’invisibile viene costretto a esistere nell’inquadratura.
Studiare significa rifiutare la semplificazione che conviene a chi governa la narrazione. Ogni analogia pigra accettata senza resistenza.
«lo Stato come un’azienda», «il lavoratore come imprenditore di sé stesso» è uno strumento di analisi a cui si rinuncia. La metafora, quando mente, non è un abbellimento retorico: è un dispositivo di controllo cognitivo.
Protestare, infine, significa rendere visibile il disaccordo in uno spazio fisico e collettivo, non mediato da algoritmi che decidono chi vede cosa e quando. La piazza non è un residuo romantico dell’Ottocento: è il luogo in cui un corpo occupa spazio reale e afferma con la propria presenza che quella questione esiste, che non può essere silenziata da un filtro o sepolta da una notifica.
Domande per continuare a guardare
Le domande che seguono non sono esercizi di autoanalisi né inviti alla confessione pubblica. Sono strumenti per individuare il punto esatto in cui l’inversione è avvenuta — nel tuo settore, nella tua comunità, nella tua pratica quotidiana. Rispondere con onestà è già, di per sé, un atto di resistenza.
- Nel tuo campo, quando un servizio concepito come diritto collettivo si è trasformato in prodotto accessibile solo a chi ha i mezzi per acquistarlo? Quali parole sono state usate per rendere quella trasformazione accettabile, e chi le ha pronunciate per primo?
- Quando hai avvertito, al lavoro, nella tua città, che proteggere i più vulnerabili aveva smesso di essere un obiettivo condiviso e aveva cominciato a essere trattato come un ostacolo alla competitività?
- Ti è capitato, da professionista creativo o da appassionato, di sentirti ridotto a fornitore di un talento che altri davano per acquisito, come se l’opera non ti appartenesse più, ma appartenesse a chi la consuma o la trasforma in profitto?
- In quali momenti hai riconosciuto che la logica della performance individuale aveva preso il posto di quella del bene comune, convertendo collaborazioni in rivalità e diritti in concessioni?
- C’è un episodio, anche marginale, che ti ha rivelato quanto siamo diventati disposti a cedere pezzi di autonomia in cambio di una comodità che, a guardarla bene, è solo un’illusione ben confezionata?
- Se potessi smontare un solo assunto dominante nel tuo ambiente, «il privato è sempre più efficiente», «l’artista lavora per visibilità», «il lavoratore deve essere flessibile», quale sceglieresti, con quali argomenti, e a quale costo personale?
La risposta a ciascuna di queste domande è già un pezzo dell’archivio che costruiamo contro l’oblio. Non serve che sia perfetta. Serve che sia onesta, e che venga detta ad alta voce. Perché il silenzio, in fondo, è sempre la forma di consenso più comoda.