Viviamo in un’epoca in cui la comunicazione ha smesso di essere uno strumento di relazione per diventare un ambiente di sopravvivenza.
Ogni parola, ogni post, ogni messaggio inviato è diventato ormai un gesto competitivo in un gioco in cui ciò che conta non è più la profondità dello scambio, ma la visibilità che se ne ricava. È un cambiamento che attraversa tutti, professionisti, accademici, artisti, comunicatori. E come ogni mutazione sistemica, produce nuove figure.
Performativi, visibilità e opportunismo cognitivo
Tre in particolare sembrano rappresentare l’anatomia del nostro tempo comunicativo: i performativi, i centrati sulla visibilità e gli opportunisti cognitivi.
- I primi trasformano ogni interazione in uno spettacolo, ogni contesto in un palcoscenico su cui esercitare una forma di auto-rappresentazione.
- I secondi vivono immersi nel riflesso di sé: non leggono per capire, ma per capire come appaiono leggendo.
- I terzi invece, spesso inconsapevolmente, trasformano ogni occasione comunicativa in una possibile opportunità di autopromozione.
Queste tre posture non sono deviazioni morali e non sono qui per giudicare, ma per analizzare. Si tratta di strategie di sopravvivenza cognitiva dentro un sistema che ci addestra a competere per l’attenzione e a misurare il nostro valore sulla base dell’esposizione.
Il performativo, il centrato sulla visibilità e l’opportunista cognitivo, non sono altro che le espressioni sociali di una tensione più profonda: quella tra l’economia del simbolico e la crisi del senso.
La trappola della classe disagiata
È in questo scenario che a me torna in mente il pensiero di Raffaele Alberto Ventura che offre una chiave di lettura illuminante. Nella sua Teoria della classe disagiata e nei suoi testi successivi, Ventura descrive una generazione, o meglio, una condizione, che si muove tra alto capitale culturale e basso ritorno economico. Lui parla dei figli dell’illusione meritocratica: istruiti, formati, colti, ma confinati in una precarietà cronica.
Non potendo più monetizzare il proprio capitale culturale, questa “classe disagiata” si rifugia nel capitale simbolico, cercando nel riconoscimento pubblico la compensazione di una frustrazione materiale. Ed ecco appunta la ricerca di like e condivisioni.
In questo quadro, il performativo diventa l’attore principale di un teatro dove l’unico modo per sopravvivere è mostrarsi. L’esibizione del sé sostituisce il valore del contributo. Non importa quanto si produca o si approfondisca un pensiero: ciò che conta è che sia visto, che generi traccia, che faccia segnale.
Il centrato sulla visibilità, dal canto suo, rappresenta l’altra faccia della stessa tensione: colui che vive la reputazione come condizione di esistenza. Non è tanto il successo a muoverlo, quanto il terrore dell’invisibilità. In un mondo in cui la competenza non paga più, la riconoscibilità diventa una forma di sopravvivenza simbolica.
Infine, l’opportunista cognitivo incarna la fase terminale della trappola descritta da Ventura. La precarietà economica si trasforma in un iper-attivismo comunicativo: non ci si può permettere di tacere, perché il silenzio equivale a sparire.
L’autopromozione diventa un automatismo, un istinto difensivo che spinge a rispondere a ogni messaggio, a candidarsi per ogni evento, a inserire il proprio nome ovunque ci sia una possibilità di comparire.
L’auto-sfruttamento e la trasparenza come controllo
Se Ventura spiega il versante economico e culturale di questo processo, Byung-Chul Han ne analizza l’aspetto psichico e politico.
Nella sua teoria della psicopolitica, Han sostiene che l’uomo contemporaneo non è più sfruttato da un potere esterno, ma si auto-sfrutta in nome della libertà. L’obbligo non viene più imposto, ma interiorizzato: siamo imprenditori di noi stessi, brand personali, capitali umani in continua prestazione.
Il performativo
In questa prospettiva, il performativo è la figura perfetta dell’auto-sfruttamento.
Vive in uno stato di esposizione costante, convinto che ogni gesto comunicativo debba generare valore, ogni silenzio sia una perdita. Anche se la sua fatica non è visibile e si consuma dietro l’apparente leggerezza della comunicazione. Ed è così che l’ansia di dover sempre dire qualcosa, di rispondere, di esserci, di partecipare, diventa la nuova forma di coercizione.
Il centrato sulla visibilità
Il centrato sulla visibilità, invece, incarna la logica della trasparenza che Han individua come cifra del nostro tempo.
In una società che ha abolito il segreto e sospetta del silenzio, mostrarsi è diventato un dovere morale. La reputazione non è più un effetto collaterale dell’agire, ma il suo obiettivo primario. L’opacità, che una volta proteggeva l’intimità e la riflessione, è oggi sinonimo di colpa o di inaffidabilità.
Quello di cui parlavo anni fa sulle case invisibili, come fenomeno di pochi, oggi si è allargato a pratica comune.
L’opportunista cognitivo
L’opportunista cognitivo è la vittima più evidente di questa dinamica. Egli vive immerso nella positività tossica che Han denuncia: la convinzione che tutto debba essere condiviso, commentato, ottimizzato. Non può smettere di pubblicare, di aggiornare, di rilanciare, perché la sua identità si fonda sulla continuità della performance.
Non c’è più spazio per la negazione, per il rifiuto, per il no che costituisce l’essenza di ogni libertà. L’unico modo per esistere è dire sempre di sì: sì ad un evento, ad una proposta, sì a un’idea di sé che non si ferma mai.
Han ci mostra così che la comunicazione performativa non è soltanto un effetto dei social media, ma una forma di controllo interiorizzato. La prestazione permanente ha sostituito la disciplina. Non c’è più bisogno di sorvegliarci, perché ci sorvegliamo da soli, convinti che il valore coincida con la visibilità.
Verso un primo bilancio
Ventura e Han, dunque, ci aiutano a comprendere due dimensioni complementari dello stesso fenomeno. Entrambi ci mostrano come il soggetto contemporaneo, spinto dal desiderio di emancipazione, finisca per imprigionarsi in un ciclo di auto-rappresentazione che consuma energie senza produrre senso.
La comunicazione, da strumento di incontro, si trasforma in palcoscenico e in una mise en scène ininterrotta che promette riconoscimento e che sfortunatamente produce solitudine.
Il realismo capitalista e la depressione dell’immaginario
Dove Ventura analizza le dinamiche economiche della visibilità e Han quelle psichiche, Mark Fisher svela la dimensione culturale e affettiva di questa trappola.
Nel suo celebre Realismo capitalista scrive che il capitalismo contemporaneo non è tanto un sistema economico, quanto un orizzonte mentale che ci impedisce di immaginare alternative. Il suo potere più grande non è la coercizione, ma l’assuefazione, ossia l’idea che non esista nulla al di fuori di questo modo di vivere, lavorare e comunicare.
Nel contesto comunicativo, ciò significa che anche quando sappiamo che la logica della visibilità ci consuma, continuiamo a praticarla. Sappiamo che parlare ininterrottamente di noi stessi svuota il dialogo, ma temiamo che tacere ci cancelli del tutto. Sappiamo che candidarci per ogni evento, anche quando non è il nostro spazio, è ridicolo, ma la paura di restare fuori è più forte del pudore.
Fisher descrive questa condizione come una depressione dell’immaginario.
Viviamo in una società che ci esorta a comunicare, ma ci sottrae anche le ragioni per farlo. La comunicazione diventa così un meccanismo di auto-mantenimento, una ripetizione senza scopo che riempie il vuoto del senso.
I performativi si muovono su questo vuoto, cercando di riempirlo con il gesto spettacolare. Se la realtà non cambia, allora che almeno cambi la scena.
I centrati sulla visibilità trovano nell’applauso digitale una compensazione effimera, una prova momentanea di esistenza.
Gli opportunisti cognitivi oscillano tra entusiasmo e cinismo, tra l’illusione di emergere e la consapevolezza che il gioco è truccato.
Eppure, come scrive Fisher, anche la consapevolezza non basta a liberarci, perché il sistema ha già inglobato la critica. Essere ironici, autoconsapevoli, “meta” non ci salva. Anzi, diventa parte integrante del dispositivo.
La comunicazione contemporanea è quindi un circuito chiuso? La critica diventa contenuto, il contenuto diventa capitale simbolico, e il senso evapora. In questo scenario, il disagio non è solo economico o psichico, ma esistenziale. Viviamo come se fossimo costretti a recitare in un reality di cui nessuno ha scritto la sceneggiatura, ma dal quale non possiamo uscire.
Il non-senso come struttura
Se Fisher ci parla della depressione dell’immaginario, David Graeber ci spiega perché il nostro sistema produce così tanto lavoro inutile e così tanta comunicazione priva di scopo.
Nel suo saggio Bullshit Jobs descrive la proliferazione di mestieri che non hanno un vero impatto sul mondo, ma servono a mantenere in piedi strutture burocratiche che giustificano se stesse. È una riflessione che si estende perfettamente alla comunicazione.
La maggior parte delle attività comunicative oggi, dagli eventi costruiti solo per generare contenuto ai post prodotti per nutrire gli algoritmi, risponde alla logica dei “lavori senza senso”. Non si comunica per informare o costruire relazione, ma per alimentare la macchina dell’attenzione. Il valore non risiede più nel messaggio, ma nel fatto che ci sia un messaggio da comunicare.
Così il performativo diventa il corrispettivo umano del bullshit job: un individuo che lavora incessantemente alla propria esposizione, senza mai generare reale conoscenza o scambio. Il centrato sulla visibilità è la vittima di un debito simbolico infinito che deve costantemente ripagare la sua presenza pubblica con nuove prove di sé, nuovi contenuti, nuovi segni di vita digitale. E l’opportunista cognitivo, infine, è l’impiegato dell’attenzione globale che produce senza sosta micro-proposte, micro-candidature, micro-interventi per restare visibile, come se la sua sopravvivenza dipendesse dal traffico generato.
Graeber ci insegna che il non-senso non è un incidente, ma una condizione strutturale. Le istituzioni hanno bisogno di apparire attive per legittimarsi. E così producono una burocrazia dell’attenzione, fatta di report, post, meeting, panel e comunicazioni che esistono non per incidere, ma per dimostrare che “qualcosa si fa”.
Il performativo, il centrato sulla visibilità e l’opportunista cognitivo non sono dunque figure marginali, ma ingranaggi necessari di questo sistema che misura la produttività in termini di apparenza.
Dalla scena al senso: una grammatica per il dialogo
A questo punto, il cerchio si chiude.
Ventura mostra la trappola economica della cultura e della visibilità; Han descrive la psiche dell’auto-sfruttamento; Fisher analizza l’orizzonte ideologico che rende tutto inevitabile; Graeber rivela la burocrazia del non-senso che tiene in piedi la macchina.
Ciò che ne risulta è una diagnosi precisa. Abbiamo trasformato la comunicazione in lavoro, e il lavoro in comunicazione.
Ogni parola deve produrre rendimento, ogni gesto deve essere tracciabile, ogni relazione deve lasciare un segno. Ma così facendo abbiamo perso il principio originario del comunicare ossia l’incontro, la reciprocità, la possibilità di costruire senso comune.
Per ritrovare quella possibilità, serve una nuova grammatica del dialogo. Una grammatica che riconosca il valore del silenzio, della pausa, dell’attesa. Una grammatica che restituisca dignità all’ascolto, e che non misuri l’efficacia in termini di like o engagement, ma di chiarezza, empatia e impatto reale.
Questo vale anche per chi progetta comunicazione: organizzatori, curatori, moderatori, architetti dell’informazione. Scrivere un invito chiaro, definire il contesto, distinguere tra chi partecipa e chi parla, non è solo un atto di ordine, ma di cura cognitiva.
Ma senza ascolto non esiste comprensione, e senza comprensione non esiste comunità.
Il compito della comunicazione dovrebbe essere quello restituire a ciascuno la possibilità di parlare quando ha davvero qualcosa da dire. Rimettere il dialogo al centro è un gesto politico cje sceglie la profondità, il senso, la relazione invece della performance.
Uno sguardo strutturale
Non ho mai vissuto pienamente queste dinamiche, e forse proprio per questo riesco a osservarle con una certa distanza. Non le ho subite né inseguite, ma le ho viste accadere ai margini del mio lavoro, spesso con un senso di inevitabile déjà vu.
Le agenzie che costruiscono carriere artificiali, i profili gonfiati da follower acquistati, gli auto-proclamati influencer che barattano un’apparenza di successo per una notte in un hotel o una comparsata a un evento locale sono forse fenomeni secondari, effimeri, ma sintomatici.
Come architetto dell’informazione, non mi interessa tanto il giudizio quanto la struttura che rende tutto questo possibile.
Dietro ogni comportamento individuale c’è una grammatica, un insieme di regole non scritte che orientano l’azione e definiscono il senso del possibile.
L’architetto dell’informazione davanti al teatro della comunicazione
In questo caso, la struttura che regge la comunicazione contemporanea è costruita intorno a una promessa:
“Se ti mostri, esisti.”
È una promessa potente, perché si fonda su un bisogno umano primario, quello di essere visti e riconosciuti. Ma è anche una promessa ingannevole, perché il suo mantenimento richiede una prestazione infinita, una recita che non prevede più interruzioni né silenzi.
E il silenzio, lo sappiamo, è ciò da cui nasce ogni pensiero autentico.
Guardare in profondità, per me, significa tornare a progettare ambienti comunicativi in cui l’ascolto abbia una forma e la parola un peso. Riconoscere che la visibilità non è un valore, ma un effetto di chiarezza e di coerenza tra ciò che si dice e ciò che si fa.
Il compito dell’architetto dell’informazione dovrevve essere proprio quello di ricostruire la logica profonda dei contesti, individuare dove si spezza la connessione tra senso e struttura, tra contenuto e cornice.
Solo così è possibile restituire alla comunicazione la sua funzione originaria per rendere visibile il senso.
Un senso che non si misura in numeri, ma in relazioni vere. Un senso che non nasce dalla scena, ma dal suo silenzio di fondo.