Come parla Donald Trump? Che tipo di comunicazione usa? Perché piace? Ma piace davvero? Grazie a queste domande che mi sono posto qualche giorrno fa ho scoperto che in tanti hanno già parlato e analizzato la comunicazione dell’attuale Presidente degli Stati Uniti. Forse ho saltato o mancato qualcosa. per cui se conoscete altre ricerche o articoli che devo leggere, sarò lieto di studiare e arricchire maggiormente questa mia ricerca e questo articolo.

Devo dire che mi interessa poco la caricatura del personaggio, anche se molto divertente. Ma forse anche la caricatura fa parte della comunicazione che sfonda il pensiero umano. Per cui tutto quello che ascoltiamo e vediamo potrebbe essere un esperimento a cielo aperto e una trasformazione, in atto, del discorso pubblico globale.

Una cosa che mi colpisce ogni sera, facendo zapping tra i vari programmi di intrattenimento/informazione, che ho chiamato qui sul blog lo spettacolo della realtà è che i i itoli e i sottotitoli di queste trasmissioni (lo stesso vale per comizi, o titoloni di giornali e telegiornali ) è che le parole non stanno lì soltanto per informare. Certe frasi, certe espressioni vengono utilizzate per orientare, per accendere gli animi, per separare e distinguere, per spingere gli spettatori a radicalizzare la propria opinione e preferire una parte, piuttosto che un’altra parte.

I titoli di giornali e programmi di “informazione” offrono e favoriscono una direzione al pensiero. Si tratta di una bussola emotiva, in mezzo ad una realtà che appare, anche volutamente, confusa. Il problema però è che quando questa bussola diventa l’unico strumento di orientamento, abbiamo un grosso problema, la democrazia rischia di trasformarsi, in non si sa che cosa.

Comunicazione politica

Quando parlo di comunicazione politica non intendo semplicemente “quello che dicono i politici” né, tantomeno, un’arte segreta fatta di slogan e consulenti. Intendo un insieme di pratiche con cui il potere e chi aspira al potere costruisce senso nello spazio pubblico.

La comunicazione politica è, in sostanza, l’architettura narrativa della vita collettiva. Da un lato trasmette informazioni, dall’altro lato organizza la percezione di ciò che è urgente, di ciò che è possibile, di ciò che è giusto.

Io non sono uno specialista di comunicazione politica nel senso tecnico del termine, non faccio campagne elettorali, non lavoro nei partiti, non misuro il consenso con i sondaggi. Però, proprio perché vengo dall’architettura dell’informazione e dal lavoro quotidiano con i linguaggi, mi è naturale decodificarne le strutture.

Cerco di riconoscere e riconosco le cornici, gli schemi ricorrenti, la costruzione del “noi” e del “loro”, la ripetizione strategica, la trasformazione di un evento in racconto.

In altre parole, anche senza essere dentro la macchina della politica, posso osservare come quella macchina usa la lingua per orientare l’attenzione e produrre appartenenza, insomma, dall’esterno, cerco di capire e spiegare l’architettura della disinformazione.

La comunicazione come infrastruttura

La comunicazione per me è sempre stata infrastruttura, almeno da quando ho conosciuto e avuto chiaro il concetto di architettura dell’informazione come disciplina. Da architetto dell’informazione, e da persona che lavora ogni giorno con le parole, con i contenuti e con i loro effetti, mi sono interessato, in questi anni, ma soprattutto negli ultimi anni, di capire che cosa succede quando un leader politico usa un linguaggio ripetitivo, bellico, semplificante, eppure straordinariamente efficace nel creare appartenenza.

Mi interessa capire che cosa questo linguaggio produce nelle masse. Quali emozioni mobilita? Quale immagine del mondo costruisce? Quale tipo di realtà rende plausibile?

Mi è sempre interessato, per esempio il rapporto tra Massa e Potere. Certo questo articolo non sarà un’analisi esaustiva. Non ho costruito un corpus completo di comizi né ho attraversato, uno per uno, anni di trascrizioni. Ho scelto, invece, un percorso più umile partendo da alcuni esempi pubblici ritrovati nei giornali online a disposizione.

E continuando nel solco dei miei articolo sulla responsabilità semantica anche questo articolo vuole essere una forma di manutenzione civile. Perché, forse, prima di chiedere “che cosa sta succedendo nel mondo”, dovremmo anche imparare a chiederci “che cosa sta succedendo alle parole con cui il mondo ci viene raccontato”.

Che cosa sta succedendo alle parole con cui il mondo ci viene raccontato?

Di fronte ai comizi di Donald Trump (sia come candidato nel 2015–2016, sia come presidente, durante la prima presidenza, nel 2017–2021, che nella nuova campagna 2024 e nell’attuale insediamento dal 2025), la tentazione è stata quella di trattare il suo linguaggio come uno “stile”.

Lo stile di Donald Trump, secondo alcuni, sarebbe uno stile rozzo, diretto, ripetitivo.

Ma se lo osserviamo con gli occhi del linguista conviene, invece, leggerlo come un sistema coerente di scelte lessicali, sintattiche e pragmatiche che ottimizzano la riconoscibilità (branding), la memorizzazione (ritmo e ripetizione), e l’allineamento emotivo (noi/loro, minaccia/salvezza). Formule ed equazioni tanto care alla comunicazione politica degli ultimi decenni.

La “semplicità”, in questo caso, non è solo un tratto ma è una tecnologia retorica.

Le ricerche di taglio stilistico convergono su alcuni punti. Il lessico usato è mediamente poco denso, si usano frasi brevi o spezzate, c’è un uso insistito di intensificatori e iperboli, ripetizioni strutturate (anàfora, epìfora, ripetizione lessicale), e un forte lavoro pronominale (“we” vs “they”) per costruire identità e conflitto.

Prima dell’elezione (2015–2016): il linguaggio come “brand” e come urto

Nel discorso di annuncio della candidatura del 16 giugno 2015 erano già emersi i tratti-base della comunicazione Trumpiana. Abbiamo letto e ascoltato dichiarazioni assertive, frasi coordinate, valutazioni nette, semplificazioni causali, e soprattutto abbiamo ascoltato l’uso di formule che “si attaccano” all’orecchio.

Il passaggio più citato sull’immigrazione dal Messico è stato un esempio di strategia di polarizzazione. Avevamo e abbiamo la categoria collettiva del LORO (“they”), ossia la generalizzazione, e quindi la selezione di attributi ad alta carica emotiva. Anche senza riprodurre integralmente la frase, la logica è quella dell’etichettamento, pochi tratti salienti, ripetuti e rilanciati, capaci di sostituire un’argomentazione complessa.

Sul piano sintattico, nei comizi del 2015–2016 dominava la paratassi. Ossia venivano usate molte frasi giustapposte (“e… e… e…”) con un effetto di parlato spontaneo. Questo tipo di costruzione ha avuto e ha due vantaggi pragmatici: sembra “non mediato” (autenticità performata) e lascia spazio al pubblico per completare mentalmente nessi e implicazioni.

La vaghezza controllata (“disaster”, “tremendous”, “incredible”) funziona come contenitore emotivo. Chi ascolta può riempirlo con la propria esperienza.

Qui entra in gioco una tecnica chiave, la ripetizione come collante cognitivo. Non è solo “dire la stessa cosa” è costruire coesione e ritmo. Gli studi sulla ripetizione in Trump mostrano frequenze elevate di riprese lessicali e slogan ricorrenti, con funzioni di enfasi, memorizzazione e costruzione ideologica (“make X again”, “we will…”, “they…”).

Un altro tratto pre-elezione è stato l’uso dell’iperbole con intensificatori (“very”, “so”, “tremendous”) e superlativi. Queste iperboli non servivano ad informare, ma a classificare moralmente il mondo in grande/piccolo, vincente/perdente, vero/falso. Dal punto di vista linguistico, è un lessico valutativo che sostituisce il dato con il giudizio.

Sloganizzazione e polarizzazione “a caldo”

Nel testo del 16 giugno 2015 la costruzione del discorso procede spesso per frasi coordinate e segmenti brevi, con passaggi che somigliano al parlato. Questo riduce la distanza con il pubblico e consente di “aggiungere” affermazioni senza dover sempre esplicitare nessi logici forti.

Parole come “great”, “bad”, “tremendous”, “disaster” creano una mappa morale prima ancora che una mappa informativa. È un modo di “pre-categorizzare” il reale. Se qualcosa è “un disastro”, la discussione sul come e sul quanto passa in secondo piano.

Il “they” è un contenitore elastico, un pronome che permette di costruire un avversario collettivo, che sia istituzioni, élite, immigrati, media e di spostare il discorso dal caso concreto alla categoria.

Questo è tipico di retoriche populiste, ma qui è reso particolarmente efficiente dalla ripetizione e dall’iperbole. E poco importa che un Donald Trump, non è parte del popolo a cui parla, non ha le stesse difficoltà economiche che ha chi lo vota, non vive gli stessi disagi di chi lo ascolta.

Lingua da comizio: urto, ritmo, riconoscibilità

“Our country is in serious trouble.”

Qui si usa la tecnica dell’apertura catastrofica più una frase breve assertiva. Questo è necessario per fissare subito il frame “crisi”, prima dei dettagli e orientare l’ascolto del pubblico. Qualunque cosa segue viene letto come risposta necessaria. Come a dire “Il Paese affronta sfide importanti e complesse, che richiedono interventi mirati.”

“We are a laughing stock all over the world.”

Qui troviamo una metafora valutativa (“laughing stock”) e una generalizzazione totale (“all over”) per trasformare geopolitica e prestigio internazionale in ferita identitaria che genera indignazione/vergogna condivisa e di conseguenza si accende il desiderio di riscatto.

“La nostra credibilità internazionale si è indebolita in diversi contesti.”

“The U.S. has become a dumping ground for everybody else’s problems.”

Ancora una metafora concreta (“dumping ground”) insieme ad una iperbole (“everybody else”). Questo funziona per semplificare un tema complesso come migrazioni, welfare, sicurezza in un’immagine unica. L’immagine “sporca” è altamente memorabile e facilmente ripetibile su tutte le piattaforme offline e online.

“Gli Stati Uniti stanno sostenendo un carico eccessivo di crisi esterne senza adeguata cooperazione.”

Dopo l’elezione (2017–2021): due registri che convivono, istituzionale e comiziale

Durante la prima presidenza si apre una biforcazione. I discorsi scritti (inaugurazione, State of the Union, ecc.) mostrano più parallelismi e periodi più controllati; i discorsi “dal vivo” (improvvisazioni) mantengono l’oralità spezzata e la ripetizione martellante. Ma la cornice narrativa resta sorprendentemente stabile.

L’inaugurazione del 20 gennaio 2017 è un caso emblematico. In questo discorso viene fuori la formula “American carnage” la “carneficina americana” e diventa un frame, cioè una lente che organizza i fatti in un racconto di decadenza e riscatto. La frase “This American carnage stops right here and stops right now” è anche un esempio didattico di ripetizione immediata (“stops… stops…”) e di deissi temporale (“right now”) “proprio adesso” per produrre urgenza e decisione.

Qui la tecnica non è solo retorica è cognitiva. Se io definisco il presente come “carnage”, posso rendere plausibili misure drastiche; se lo definisco come “greatness”, posso legittimare una restaurazione. La scelta lessicale è già una politica del significato.

Parallelamente, durante la presidenza si consolida un lessico di delegittimazione verso avversari e istituzioni: “fake”, “corrupt”, “witch hunt”, “caccia alle streghe” è particolarmente interessante perché funziona come macro-etichetta che riassume e interpreta qualsiasi indagine o contestazione come persecuzione.

Questo meccanismo riduce il costo cognitivo per il pubblico. Non serve capire il merito del caso, basta riconoscere l’etichetta. Sul piano pragmatico, in quegli anni si è rafforzato anche il gioco conversazionale tipico del comizio. Trump fa una domanda retorica con una risposta implicita, che provoca una risata/boato, e infine si ha il rilancio.

È un linguaggio progettato per essere co-prodotto dal pubblico: la ripetizione diventa “call-and-response”, un dispositivo di appartenenza.

2017 frame apocalittico + formula di arresto

“We are one nation and their pain is our pain.”

Nei discorsi post 2017 troviamo inclusione tramite noi e parallelismi come “their X is our X”. Questo serve per ricucire il frame apocalittico con un frame comunitario di unità. Il leader è un “rappresentante empatico”, mostra i muscoli, ma sa anche ascoltare il grido dei più deboli, ne comprende le difficoltà, è vicino a chi sta in basso. “Siamo una comunità nazionale: le difficoltà di alcuni riguardano tutti.”

“We’ve defended other nation’s borders while refusing to defend our own.”

Qui abbiamo una antitesi binaria (altri/noi) con costruzione morale (“refusing”). Questa stuttura converte una scelta di politica estera in colpa e paradosso. Se in chi ascolta cresce la rabbia e il senso d’ingiustizia si rende “ovvia” la soluzione (chiusura/rafforzamento confini).

“Ribilanceremo le priorità, rafforzando la sicurezza interna insieme agli impegni internazionali.”

Campagna del 2024 e dopo (2024–2026): personalizzazione, “io” come prova, e saldatura tra brand e biografia

Nella fase più recente, diversi osservatori stanno notando un incremento della prima persona e dell’autobiografia come risorsa argomentativa. Il “mandato” viene narrato come rivincita personale, e le vicende giudiziarie entrano nel discorso come prova di autenticità o persecuzione.

Questa saldatura tra biografia e politica produce un effetto linguistico preciso: l’“io” non è solo pronome, diventa evidenza “se è successo a me, è un segno di…”.

Nel discorso d’insediamento del 20 gennaio 2025, tornano le strutture linguistiche già usate in passato. Ritroviamo parallelismi e triadi (“Our sovereignty will be reclaimed. Our safety will be restored…”) che sono un classico dispositivo mnemonico. E ricompare la formula “America first” come ritornello identitario che serve a fissare una gerarchia morale, non a dettagliare un programma.

È importante notare una trasformazione. Il lessico della minaccia non scompare, ma si mescola di più con il lessico della restaurazione (“golden age”, “restore”, “reclaim”). In termini linguistici, è una coppia di frame complementari. Da un lato la catastrofe per giustificare l’urgenza e dall’altro lato la rinascita per promettere ricompensa.

La seconda inaugurazione del 2025: restaurazione + biografia come prova

Nel testo del discorso di inaugurazione del 2025 si usa un lessico della restaurazione. Tornano verbi come “restore/reclaim” e formule che presentano la politica come “ripristino” di ordine, sovranità, sicurezza. Si tratta di una semantica che funziona bene dopo anni di polarizzazione, perché promette non solo cambiamento ma “ritorno” a una normalità desiderata.

“We will move with purpose and speed…”

Qui abbiamo la coppia/endiadi (“purpose and speed”) che sarebbero uguali a impulso e direzione. Ossia vi promettiamo efficienza e una risposta implicita che si contrappone alla lentezza istituzionale, del passato o della burocrazia. Come è a dire… è finita la pacchia. Agiremo con determinazione e tempestività, seguendo un programma definito.

Anche se questo non fosse vero.

“…to bring back hope, prosperity, safety, and peace…”

Poi abbiamo l’uso delle liste e nello specifico una lista-valori astratta e positiva per offrire un “pacchetto emotivo” universale, non contestabile. Ciascuno può proiettare la propria idea di speranza/sicurezza/pace.

“During every single day… I will… put America first.”

E perché non trasformare una dottrina politica in regola morale quotidiana? Grazie all’uso dell’iperbole temporale (“every single day”) insieme ad promessa semplice (“very simply”) e uno slogan identitario.

Si rende la politica un’abitudine, un mantra, si rafforza l’appartenenza. “Le nostre politiche daranno priorità agli interessi nazionali nel quadro delle alleanze e del diritto internazionale.”

“Our sovereignty will be reclaimed. Our safety will be restored.”

E infine, si mobilita la nostalgia e il risentimento in forma “positiva”. Viene data una promessa di riparazione dal torto subito. Grazie ad un frame di restaurazione, attenzione, non innovazione, si recupera qualcosa che è stato “rubato” o che si è “perduto”.

“Rafforzeremo la sovranità decisionale e i dispositivi di sicurezza, con riforme graduali e verificabili.”

Le tecniche principali, con esempi “micro” (e perché funzionano)

  • La ripetizione strutturata è costruzione di coesione e ritmo. La ripetizione può essere iniziale (anàfora: molte frasi che cominciano uguali), finale (epìfora), o lessicale (stesse parole-chiave). Nel 2017 come abbiamo già visto “stops right here… stops right now” mostra la ripetizione come martello.
  • Gli intensificatori e l’iperbole come “Very”, “tremendous”, “incredible”, superlativi e valutazioni assolute sostituiscono spesso le misure e i dettagli. È un linguaggio che massimizza l’impatto emotivo e minimizza la verificabilità puntuale.
  • La sintassi del parlato come frammenti, paratassi, autocorrezioni. Queste forme aumentano l’impressione di spontaneità e riducono la distanza tra leader e pubblico. Non è necessariamente “disordine”: è un registro che simula una conversazione in cui il pubblico sente di “esserci dentro”. (Molti studi lo descrivono come elemento di efficacia persuasiva.)
  • Il lavoro pronominale e deittico (“we/they”, “here/now”) sono la grammatica della polarizzazione. I pronomi tracciano confini identitari; “here” e “now” creano urgenza e presenza. Nei testi inaugurali il “we” tende a produrre una comunità morale; nei comizi “they” tende a produrre un antagonista spesso collettivo e indistinto.
  • La nominazione e i soprannomi. “Crooked”, “Sleepy”, “fake” ecc. sono dispositivi di re-etichettamento: comprimono una storia complessa in un attributo ripetibile. Linguisticamente, trasformano la competizione politica in una lotta tra essenze (“quello è il corrotto”), rendendo più difficile l’argomentazione sul merito.
  • I frame narrativi: declino → colpa → salvezza. “American carnage” (declino), colpa attribuita a élite/avversari/sistemi, e promessa di ripristino (“restore”, “reclaim”, “golden age”). È una macro-struttura che attraversa fasi diverse e regge anche quando i contenuti cambiano.

Ripetizioni: ci sono? sì, e non sono “tic” ma architettura

Se chiedi “ci sono ripetizioni?” la risposta linguistica è: sì, sistematiche, multi-livello e funzionali.

Non riguardano solo slogan (“Make America Great Again”, “America First”), ma anche pattern sintattici (frasi brevi in serie), pattern pragmatici (domande retoriche ricorrenti), e pattern semantici (minaccia, invasione, persecuzione, rinascita).

Gli studi che misurano e classificano queste riprese (con strumenti di linguistica dei corpora e CDA) le collegano direttamente a coesione testuale e potere persuasivo.

Efficacia non equivale a verità

L’errore più comune è valutare questo linguaggio solo in termini estetici (“bello/brutto”) o morali (“corretto/scorretto”). Dal punto di vista analitico, è un linguaggio altamente ottimizzato per l’arena mediatica contemporanea: breve, citabile, replicabile, emotivamente saturo, e soprattutto portatile tra palco, TV e social.

Proprio per questo, la sua forza non sta nella complessità dell’argomento, ma nell’architettura della ripetizione e nel governo dei frame.

La continuità che attraversa tutto

Se devo dirla in una frase: Trump non usa la ripetizione perché “non ha altro da dire”; la usa perché costruisce un ambiente cognitivo in cui il pubblico riconosce subito categorie morali e frame narrativi (declino → colpa → salvezza) e può partecipare con risposte prevedibili.

Cosa emerge, messo tutto in fila

  1. Frasi-cerniera: corte, martellate, ad alta citabilità.
  2. Lessico di giudizio più che di misurazione: “disastro”, “carnage”, “restore/reclaim”.
  3. Ripetizione come architettura cognitiva: crea ritmo, memoria e appartenenza (non è un tic).
  4. Doppio frame stabile: declino/minacciaripristino/rinascita. Cambiano i temi, ma la struttura regge.

Effetti emotivi sulle masse

Un linguaggio come quello che stiamo studiando (semplice, ripetitivo, valutativo, polarizzante, pieno di frame e slogan) tende ad agire sulle masse in due modi intrecciati: modula le emozioni e ristruttura la percezione della realtà. Non “ipnotizza” chi ascolta, ma abbassa i costi cognitivi dell’interpretazione e alza l’intensità affettiva. Insomma è un acceleratore sociale.

Aumento della paura, della rabbia e dell’eccitazione

Frame come crisi/declino/pericolo alzano la soglia di allerta. Quando l’allerta sale, le emozioni “forti” (paura e rabbia) diventano più disponibili e contagiose. La folla entra in una modalità reattiva: si cercano colpevoli e soluzioni rapide.

Sollievo e “euforia di appartenenza”

La sequenza tipica è: minaccia → colpa → salvezza. Dopo aver alzato la tensione, la promessa (“stop now”, “restore”, “we will…”) produce una scarica di sollievo. La massa vive un’alternanza quasi fisiologica: ansia, poi liberazione. Questo crea dipendenza narrativa: si torna per rivivere il ciclo.

Orgoglio e riscatto identitario

Frasi che parlano di umiliazione (“ridicolo”, “perdenti”) attivano vergogna e ferita identitaria; la “restaurazione” offre riscatto. È un’emozione potentissima perché non riguarda un’opinione, ma l’immagine di sé: io valgo / noi valiamo.

Disprezzo morale verso l’outgroup

L’etichettamento (“corrotto”, “fake”, “criminale”, “invasione”) sposta l’avversario dalla sfera politica alla sfera morale: non è uno con cui discutere, è “impuro”, “nemico”, “persecutore”. Il sentimento dominante qui è il disprezzo, che è più duro della rabbia: la rabbia può negoziare, il disprezzo tende a escludere.

Contagio emotivo e sincronizzazione

La ripetizione e il call-and-response trasformano il comizio in un rituale. La massa si sincronizza (applausi, risate, slogan). In termini sociali, aumenta la cohesion interna: ci si sente “uno”.

Effetti sulla percezione della realtà

Quando un linguaggio politico si ripete per giorni, settimane, mesi, non resta confinato alla retorica. A poco a poco entra nella percezione, come una luce che cambia la resa dei colori senza che ce ne accorgiamo.

Le parole che circolano nello spazio pubblico non si limitano a raccontare ciò che accade; finiscono per suggerire quale forma abbia la realtà, quali confini abbia, e quali cose meritiamo di vedere.

Semplificazione percettiva

Il primo effetto è una semplificazione percettiva. La realtà, che per sua natura è ambigua e plurale, viene compressa in coppie contrapposte: noi e loro, vero e falso, salvezza e disastro. È un modo di organizzare il mondo che offre una sensazione immediata di ordine. Se tutto è riducibile a due poli, allora anche l’orientamento diventa più facile: non devo capire tutto, devo solo scegliere da che parte stare.

Questa semplificazione però ha un costo elevato, perché diminuisce la capacità di leggere le sfumature e, soprattutto, di accettare che un problema possa avere cause multiple, responsabilità distribuite, contraddizioni interne. Il mondo binario è rassicurante proprio perché riduce il dolore dell’incertezza, ma in cambio riduce anche la libertà di pensiero.

Etichette

Da qui si passa con naturalezza al secondo effetto: la sostituzione dei fatti con le etichette.

Quando una parola-etichetta diventa la chiave di lettura dominante, i dettagli non servono più. La parola, da strumento, diventa una scorciatoia interpretativa: “spiega” tutto in anticipo, senza dover verificare.

In termini linguistici è una compressione semantica: un’intera storia, con i suoi passaggi, le sue prove, le sue zone grigie, viene piegata dentro un nome. Quel nome diventa un passaporto cognitivo: lo pronunci e hai già un colpevole, un movente, un finale. È comodo, è veloce, ed è pericoloso, perché riduce la realtà a una forma pronta all’uso e pronta al consumo.

La ripetizione

Il terzo effetto è più sottile, perché riguarda le norme, cioè ciò che una società considera dicibile e quindi, col tempo, normale. La ripetizione non crea soltanto memoria; crea abitudine. Una frase che inizialmente suona estrema, aggressiva, fuori registro, può diventare parte del linguaggio quotidiano solo perché la sentiamo spesso.

Quando accade, cambia la soglia del discorso pubblico: ciò che prima era impensabile diventa discutibile, poi tollerabile, infine replicabile. Non è solo una questione di tono.

È un cambiamento di paesaggio: nuove parole aprono nuovi corridoi mentali, e ciò che passa da quei corridoi comincia a sembrare meno grave, meno scandaloso, quasi inevitabile. La lingua, in questo senso, non è un contenitore neutro: è una palestra di normalizzazione.

Identità come criterio di verità

Dentro questo paesaggio trasformato cresce un quarto effetto: l’identità come criterio di verità.

In un ambiente emotivamente carico, la fiducia si sposta dal contenuto alla provenienza. Prima “chi lo dice”, poi “che cosa dice”. Se lo dice la mia parte, se lo dice il mio gruppo, se lo dice chi mi rappresenta, allora tende a sembrarmi vero o quantomeno giustificabile. Non perché le persone siano ingenue, ma perché l’appartenenza sociale diventa un filtro cognitivo: serve a proteggere la coerenza interna, a evitare il senso di tradimento, a mantenere stabile l’immagine di sé e del proprio mondo.

La verità, in queste condizioni, rischia di essere trattata come un segno di fedeltà. E quando la verità diventa fedeltà, la discussione pubblica smette di essere un luogo di confronto e diventa un luogo di riconoscimento reciproco tra simili.

Realismo performativo

L’ultimo effetto è quello che potremmo chiamare realismo performativo. Ossia la realtà finisce per seguire il linguaggio.

Se abbastanza persone adottano lo stesso frame, quel frame diventa operativo. Non resta un’opinione; diventa un principio di organizzazione sociale. Orienta il voto, indirizza le priorità, sposta la fiducia o la sfiducia nelle istituzioni, alimenta boicottaggi, irrigidisce le relazioni quotidiane.

In questo senso, il linguaggio non descrive soltanto il mondo: lo produce socialmente. Cambia ciò che la comunità considera plausibile e, di conseguenza, cambia anche ciò che la comunità considera possibile.

È qui che la responsabilità semantica smette di essere un tema da addetti ai lavori e diventa una questione civile. Perché quando il discorso pubblico si abitua a vivere di etichette, di binarismi e di appartenenze, la realtà perde spessore.

E quando la realtà perde spessore, anche le nostre scelte diventano più povere: meno informate, più impulsive, più esposte alla logica dell’emergenza permanente. In fondo è questo il rischio più grande: non che le parole ci ingannino, ma che ci addestrino a un mondo sempre più facile da pronunciare e sempre più difficile da comprendere.

Un punto cruciale. Il senso di ordine.

Questo stile è efficace perché lavora su un bisogno umano reale, cioè il senso di ordine. In tempi di incertezza, un discorso che “taglia”, nomina, semplifica e promette riparazione offre una bussola emotiva. La contropartita è che spesso sostituisce la complessità con un racconto unico, e la pluralità con una lealtà.

L’ordine, prima ancora che una forma politica, è un’esperienza psicologica. È la sensazione di poter prevedere, di poter collocare gli eventi dentro una trama comprensibile, di non essere esposti a un caos senza volto.

Nei tempi di incertezza questo bisogno cresce, perché l’incertezza non è solo mancanza di informazioni: è una fatica emotiva, un logorio continuo.

Un discorso che semplifica funziona allora come una bussola affettiva: riduce l’angoscia dell’ambiguità, offre nomi pronti per ciò che fa paura, stabilisce confini, assegna responsabilità, promette un ritorno a un prima immaginato come più stabile.

Il problema è che, mentre restituisce sollievo, spesso restringe il pensiero: l’ordine viene ottenuto non attraverso una comprensione più ricca, ma attraverso una storia unica che ingloba tutto e che chiede fedeltà. La pluralità delle cause e delle prospettive, invece di diventare un esercizio di maturità democratica, viene vissuta come confusione o tradimento.

Così il senso di ordine, da esigenza legittima, rischia di trasformarsi in una scorciatoia: non ordine come chiarezza, ma ordine come appartenenza; non ordine come orientamento, ma ordine come obbedienza a una narrazione che, proprio perché rassicura, diventa difficile da mettere in discussione.

Il linguaggio può avvicinare a una guerra?

Le parole in se non portano ad una guerra “classica” tra Stati, almeno non direttamente. Ma sicuramente creano il clima dove una guerra piò scoppiare. Dove il linguaggio è aggressivo, se non addirittura bellico, si assiste a forme di conflitto interno come la violenza politica diffusa, l’intimidazione, gli scontri e la radicalizzazione delle opinioni.

Insomma, la retorica non crea soldati, ma può creare il contesto in cui l’avversario è percepito come illegittimo (non “alternanza”, ma “nemico”), la violenza appare “difensiva” o “necessaria” e alcuni individui già predisposti si sentono autorizzati a passare all’atto.

La retorica aspra e violenta non trasforma la maggioranza in violenti, ma può radicalizzare una minoranza e aumentare la tolleranza sociale verso atti estremi. Un linguaggio “bellico” in politica è quello che trasforma il dissenso in ostilità e l’ostilità in identità. Ciò che ieri era impensabile, domani diventa dicibile, dopodomani diventa praticabile.

Ricostruire il terreno comune

Il linguaggio bellico prospera quando il costo della menzogna e dell’insulto è zero.

Un antidoto è reintrodurre norme sul chiamare le cose con precisione, distinguere errore da intenzione, evitare etichette totali. Ma un blog, come il mio può davvero poco, pochissimo.

Qui servono media, scuole, comunità, leader locali. Sarebbe necessario ridare spazio ai linguaggi lenti come la narrativa, il reportage, la storia locale, le testimonianze di persone semplici, così come dati spiegati bene.

Sarebbe necessario ricreare comunità reali con persone che hanno legami reali (lavoro, sport, volontariato, parrocchia, quartiere), anche con chi la pensa diversamente.

Nel mondo delle relazioni e della realtà la grammatica del nemico fatica a reggere perché l’altro ha un volto.

Un linguista, da solo, non “ferma” un Presidente degli Stati uniti o un trend mondiale. Però può fare tre cose molto concrete e ad alto impatto: rendere visibile la macchina, creare strumenti di immunizzazione collettiva, ridare legittimità a un linguaggio non-bellico dentro istituzioni, media e scuola.

In pratica: sposta la battaglia dal “mi piace/non mi piace” alla responsabilità semantica pubblica.

In sintesi

Un linguista non “ferma” il potere. Ma può:

  1. rendere visibile la tecnologia retorica,
  2. ridurre l’amplificazione mediatica involontaria,
  3. costruire immunità collettiva (scuola, media literacy),
  4. progettare alternative (contro-linguaggi non bellici ma efficaci),
  5. monitorare segnali precoci di escalation.

Ci sarò riuscito?