Linguaggio, inclusione e cancel culture sono temi che si stanno affermando proprio adesso che vengono ignorati. Non è che ci sia un grande dibattito. Si tratta di una discussione di nicchia. Non si smuovono le masse, sebbene sia un tema che riguarda tutti.

Il linguaggio è potere!

Il linguaggio non è solo uno strumento di comunicazione, ma anche un riflesso dei rapporti di potere e delle dinamiche sociali.

Negli ultimi anni, i concetti di inclusione e “cancel culture” hanno animato il dibattito pubblico, sollevando interrogativi sulla libertà di espressione, sul rispetto delle minoranze e sulla necessità di aggiornare termini e modi di dire. Questo tema, al confine tra sociolinguistica e cultura popolare, tocca aspetti fondamentali della convivenza civile e del cambiamento sociale, evidenziando come le parole siano in grado di generare identità, appartenenza e sempre più spesso conflitto.

Non si poteva più dire niente quando si poteva dire tutto. E adesso, invece?

Su The Slow Journalist, Alberto Puliafito ha affrontato questa domanda partendo da una riflessione sul linguaggio e sulle strategie retoriche usate per sminuire la necessità di un cambiamento nella rappresentazione linguistica. La sua analisi parte da una considerazione centrale: chi ha il potere di nominare le cose, ha anche il potere di definirne l’essenza.

Umberto Eco, nel suo La ricerca della lingua perfetta, citava il racconto biblico in cui Adamo dà il nome agli animali, sottolineando come il linguaggio non sia solo uno strumento di comunicazione, ma anche di comprensione e di dominio sulla realtà.

Il modo in cui nominiamo il mondo plasma il modo in cui lo percepiamo e lo rendiamo intelligibile.

Linguaggio, inclusione e cancel culture

La riflessione di Alberto Puliafito parte da un’esperienza concreta: sua figlia, leggendo “antropologhe e antropologi”, ha capito che anche lei poteva essere un’archeologa. Questo piccolo aneddoto dimostra come la rappresentazione linguistica abbia un impatto reale sulle possibilità di immaginazione e aspirazione delle persone. Non è pensiero magico, come vorrebbero alcuni detrattori del linguaggio inclusivo, ma la semplice constatazione che l’essere umano comprende il mondo attraverso le parole che usa per definirlo.

Strategie di delegittimazione del linguaggio

Tuttavia, il cambiamento del linguaggio è stato oggetto di una strategia di delegittimazione portata avanti attraverso varie logiche.

La ridicolizzazione è una delle più diffuse: invece di discutere il merito dell’uso della schwa o di altre forme inclusive, si preferisce banalizzare e rendere comico l’intero concetto con battute volutamente esasperate, come

“allora chiameremo le sedie lə sedyə!”.

Un’altra tecnica è la riduzione all’assurdo, che cerca di estendere una richiesta ragionevole oltre ogni limite di buon senso, fino a renderla irricevibile.

Alla ridicolizzazione si affianca la falsa dicotomia. Chi si batte per un linguaggio più equo viene accusato di distogliere l’attenzione da problemi più gravi, come se le battaglie per la giustizia sociale fossero in competizione tra loro.

L’appello alla tradizione è un altro argomento ricorrente. Poiché il maschile sovraesteso è stato usato per secoli, la sua revisione viene presentata come un attacco alla lingua stessa, anziché come un’evoluzione naturale.

Infine, c’è la strategia del fantoccio di paglia, che attribuisce ai sostenitori del linguaggio inclusivo posizioni mai sostenute per attaccarle più facilmente.

“Vogliono cancellare il genere maschile!”.

La comunicazione politica

Ma il dibattito sulla libertà di espressione assume una piega ancora più inquietante quando si analizza la comunicazione politica.

Puliafito sottolinea come i nuovi leader reazionari abbiano trasformato il concetto di cancel culture in un’arma retorica, riuscendo a far credere che esista un piano sistematico per la censura del pensiero.

Nel frattempo, però, si muovono con strumenti ben più concreti per eliminare parole scomode dal dibattito pubblico. L’amministrazione Trump, ad esempio, ha stilato una lista di termini da evitare e cancellare nella comunicazione ufficiale, mettendo in atto ciò che falsamente si imputava alla cultura woke. È qui che emerge la vera contraddizione. Mentre si accusa il linguaggio inclusivo di censurare, sono proprio i suoi critici a operare interventi repressivi e sistematici sul linguaggio.

Il trial balloon

Un’altra strategia comunicativa, spesso usata dai leader populisti, è quella del trial balloon (letteralmente tradotto pallone sonda). Si lancia una proposta estrema per testare la reazione pubblica e, a seconda delle risposte, si decide se portarla avanti o ritrattare dichiarando che era solo una provocazione.

Trump ha usato questa tecnica innumerevoli volte, gettando nel dibattito pubblico idee che, all’inizio, sembravano assurde ma che poi hanno trovato terreno fertile per essere normalizzate.

Lo stesso avviene nei social media, dove dichiarazioni volutamente esagerate diventano parte della conversazione, creando un clima in cui ciò che era inaccettabile diventa gradualmente tollerato.

Il problema, sottolinea Puliafito, è che il giornalismo tradizionale non è riuscito a contrastare questi meccanismi, finendo per assecondarli.

Le logiche dell’intrattenimento hanno permeato l’informazione, trasformando il dibattito pubblico in un’arena dominata dalle dichiarazioni provocatorie e dalle reazioni emotive. Così, mentre il linguaggio inclusivo viene ridicolizzato, il vero controllo sulla libertà di espressione avanza indisturbato sotto altre forme, ben più concrete.

Un’analisi sociolinguistica del dibattito contemporaneo

Nel dibattito pubblico contemporaneo, le trasformazioni del linguaggio occupano una posizione centrale. Esse generano un acceso confronto tra chi le considera una conquista sociale e chi, al contrario, le percepisce come una forma di censura mascherata.

La discussione nasce da una tensione di fondo tra il desiderio di creare un linguaggio più inclusivo e il timore che questa tendenza si trasformi in una nuova forma di repressione del pensiero.

Abbiamo molte discussioni da riportare dai social, in cui gli interlocutori riportano posizioni contrapposte.

Le due posizioni del dibattito

Da un lato abbiamo chi sostiene che, rispetto al passato, oggi vi sia un’esasperata attenzione al linguaggio che impedisce un’espressione autentica, portando a una sorta di “censura sociale” più pervasiva di quanto si immagini. Secondo chi sostiene questa posizione, quarant’anni fa si potevano dire cose anche offensive senza che ciò generasse indignazione diffusa. Con il tempo, il rispetto per le sensibilità delle minoranze ha portato a una maggiore consapevolezza. Ma, a suo avviso, questa sensibilità si è trasformata in una cultura del controllo che ha dato vita alla cosiddetta cancel culture, la quale, nel tentativo di correggere le ingiustizie linguistiche, ha finito per creare nuove forme di esclusione e repressione.

Dall’altro lato, si osserva come quel “tutto” fosse in realtà lo spazio espressivo della maggioranza dominante e non di chi, all’epoca, era minoranza. Nella società degli anni Ottanta, per citare un periodo particolarmente evocato nella discussione, la possibilità di usare un linguaggio discriminatorio era un privilegio detenuto per lo più da persone inserite in dinamiche di potere consolidate. Allo stesso tempo, le minoranze erano relegate a una posizione in cui risultava arduo far valere le proprie ragioni in modo pubblico.

Non si poteva più dire niente quando si poteva dire tutto

Da questa prospettiva, molte delle critiche rivolte al cosiddetto “woke” derivano dal fatto che si confonde la componente normativa (talvolta eccessiva) di certi movimenti con l’esigenza concreta di offrire dignità a tutte le persone, indipendentemente da orientamento sessuale, etnia, abilità fisiche o altre caratteristiche.

L’espressione “non si poteva più dire niente quando si poteva dire tutto” mette in evidenza, in realtà, un fenomeno ben noto ai sociolinguisti. La trasformazione continua dei tabù linguistici, che non spariscono, ma si spostano in base alla sensibilità collettiva. In un certo periodo storico, qualcuno poteva usare liberamente termini sessisti, razzisti o omofobi perché quella persona non era toccata dalle conseguenze del proprio linguaggio. Le minoranze, invece, “non potevano dire ciò che volevano” proprio a causa di quegli stessi rapporti di potere.

Il woke

La tensione tra chi sostiene che il “woke” e il linguaggio inclusivo abbiano esasperato la censura, e chi invece li vede come una forma di progresso e di rispetto per soggetti precedentemente invisibili, si radica, sociolinguisticamente, in una tensione tipica.

ll linguaggio non è solo un mezzo di espressione ma anche un riflesso e un costruttore di rapporti di potere. Non stupisce, dunque, che intorno alle parole si consumino scontri tanto forti, perché le parole mediano la nostra visione del mondo e, soprattutto, determinano la percezione che altri hanno di noi e che noi abbiamo degli altri.

La lingua che si evolve

L’elemento che più spicca in questo dialogo è come la polarizzazione (la sensazione che esistano solo “libertà illimitata” o “cancellazione totale”) finisca per distorcere la discussione, facendo sembrare che il fenomeno del cambiamento linguistico sia tutto da attribuire a un fantomatico sistema oppressivo.

Da un punto di vista accademico, sappiamo che la lingua si evolve in modo fisiologico e che i gruppi sociali minoritari, per conquistare visibilità, esigono spesso anche un riconoscimento terminologico. Non a caso, tutte le lingue vivono, di epoca in epoca, fasi di adattamento. Vanno a consolidarsi nuove forme di cortesia, cadono in disuso espressioni che un tempo erano “neutre” e che ora vengono riconosciute come offensive o escludenti.

Le differenze di opinione su come gestire la libertà di espressione derivano, per molti, dalla paura di un moralismo eccessivo. Si tratta dell’idea che chiunque sgarri paghi un prezzo altissimo. Da qui la sensazione di vivere in una gabbia d’ipersorveglianza, dove c’è sempre chi controlla “la parola giusta”.

Nel merito, Puliafito ed altri rilanciano sostenendo che questa tensione è parte del dibattito sociale. Nulla impedisce a un creativo di fare un film scomodo, ma va messo in conto che la sensibilità collettiva si possa esprimere negativamente.

Si tratta di un dissenso che le tecnologie digitali hanno amplificato, rendendo istantanee e potenzialmente di vasta portata le reazioni pubbliche.

Tensione tra censura di stato e autocensura

Dal punto di vista sociolinguistico, ciò che appare cruciale è distinguere tra censura di Stato (o legislativa) e autocensura derivante dalle pressioni sociali. Il decreto che impedisce ufficialmente l’uso di alcune parole è radicalmente diverso da un collettivo di persone che critica pubblicamente chi usa un linguaggio ritenuto offensivo.

La reazione emotiva fa senz’altro la sua parte, come mostrano i diversi interventi. Per alcuni la pressione sociale sfocia in “censura di fatto”, mentre per altri quel meccanismo, benché talvolta esasperato, è un segno che finalmente le voci prima escluse reclamano uno spazio nel discorso.

Insomma, il dibattito che ruota intorno al “woke”, alla “cancel culture” e all’uso del linguaggio inclusivo, non si esaurisce in una semplice diatriba fra chi invoca la “libertà di dire tutto” e chi impone “il politicamente corretto”.

Un processo storico

Si tratta di un processo storico e culturale più ampio, in cui cambiano i confini di ciò che è considerato lecito o rispettoso. Alcuni ne soffrono perché si sentono limitati; altri trovano in queste trasformazioni una tardiva ma finalmente concreta visibilità per istanze e identità da sempre marginalizzate.

Il compito del sociolinguista è analizzare con attenzione i contesti e far emergere come ogni parola, ogni esclusione e ogni inclusione, siano sempre il risultato di un complesso intreccio di relazioni sociali, politiche e culturali.

E, soprattutto, ricordare che la lingua è un organismo vivo, segue il fluire della società, raccoglie le spinte del presente e si adatta ai nuovi orizzonti, talvolta generando conflitto, talvolta favorendo la comprensione reciproca.

Digital genocide

In un mio articolo del blog mi sono già occupato di Digital Genocide.

L’idea di “digital genocide” richiama lo spettro di un’eliminazione sistematica di contenuti e voci considerate scomode, attraverso la cancellazione o la manipolazione totale di dati e informazioni. Nel contesto del dibattito su linguaggio, inclusione e cancel culture, la convergenza sta nella volontà – reale o percepita – di esercitare un controllo che non si limita alla singola opinione, ma colpisce un intero universo di significati.

La cancel culture, nelle sue forme più estreme, può sembrare un tentativo di cancellare persone o argomenti dal discorso pubblico, ma di solito agisce in maniera frammentaria, contestualizzata e spesso temporanea. Nel “digital genocide” la portata del fenomeno è più ampia e totalizzante, poiché può colpire in blocco comunità o gruppi specifici, rimuovendo la loro stessa esistenza digitale e negando loro la possibilità di tornare a esprimersi in futuro.

e Cancel Culture

È possibile individuare un punto di contatto nell’uso della tecnologia come strumento di esclusione, che nel caso della cancel culture si manifesta con il boicottaggio online e l’isolamento mediatico. Mentre nel digital genocide può coinvolgere piattaforme e infrastrutture pronte a oscurare o distorcere la narrazione di intere comunità.

La differenza fondamentale risiede nel grado di “finalità distruttiva”: la cancel culture, per quanto possa risultare estremista, tende a rivolgersi a singoli individui o prodotti culturali. Mentre la prospettiva di un digital genocide implica lo sradicamento totale e permanente di identità e memorie condivise. Nella prima situazione, anche quando la pressione sociale è intensa, resta uno spiraglio per la contronarrazione o la riabilitazione nel tempo. Nella seconda, la vera tragedia consiste proprio nell’intento o nell’effetto di cancellare un’intera presenza digitale, privando una comunità del suo spazio di rappresentazione e perpetuando un vuoto che rischia di tramandarsi alle generazioni future.

La grande truffa della cancel culture

Valigia Blu approfondisce poi il dibattito, amplia la prospettiva e si concentra sui rischi di banalizzare le forme di censura effettivamente esercitate da un potere istituzionale o da un contesto socioeconomico dominante.

L’articolo di Valigia Blu è ancor più focalizzato sulle conseguenze politiche di questo discorso, sul meccanismo per cui la guerra culturale distoglie dal confronto con le strutture di potere reali.

L’accento si sposta sulla funzione politica del discorso sulla “cancel culture” e sull’uso del “woke” come bersaglio mediatico, mentre i veri rapporti di forza, le gerarchie e la natura autoritaria di certi attori, rischiano di venire occultati.

Dunque da una parte, abbiamo evidenziato la dialettica fra cambiamento linguistico, inclusione ed eventuale repressione (culturale o legislativa). Dall’altra, è necessario concentrarci sulle strategie di potere, mostrando come la narrazione di una presunta “tirannia del politicamente corretto” possa servire a sminuire pericoli ben più tangibili, quali il suprematismo bianco, il fascismo e l’autoritarismo.