Siamo un popolo di analfabeti culturali. Questa non è una provocazione, bensì un dato di fatto su cui chiunque deve necessariamente riflettere. Specialmente chi, come me e come i lettori di questo blog, sia abituato a studiare e a informarsi.
L’esperienza personale sull’analfabetismo dei giovani
Più di trent’anni fa andai a Taranto per la mia visita di leva militare. Arrivavo dalla Sicilia ed ero stato richiamato dalla Marina Militare per il consueto accertamento preliminare al servizio obbligatorio. Dovendo trascorrere alcuni giorni in caserma, ci organizzarono subito in “squadriglie”, assegnando a ognuno un numero e un colore per muoverci ordinatamente e svolgere i diversi controlli.
Dopo gli esami medici di rito, arrivò il momento del test psico-attitudinale. Un graduato ci disse a gran voce che chi sapeva leggere e scrivere doveva restare al proprio posto, mentre chi non sapeva farlo avrebbe dovuto riunirsi a lato: i militari di supporto li avrebbero aiutati a compilare i questionari.
All’epoca ero un giovane liceale, richiamato prima dei miei 18 anni perché così funzionava nella Marina. Studiavo ancora e, nelle mie amicizie e frequentazioni, tutti erano scolarizzati; anche chi già lavorava aveva almeno un titolo di studio minimo. Mi sembrava impossibile ci fossero ancora persone incapaci di leggere e scrivere. Quasi mi misi a ridere, tanto ritenevo ridicolo quella puntualizzazione.
Il momento della presa di coscienza
E invece fu lì che mi resi conto di quanto mi sbagliassi: solo una minoranza di noi rimase al proprio posto. Nella mia squadriglia eravamo 5 su 30. In altre, forse, qualcuno in più. Ma la media si aggirava su questi numeri.
Ne rimasi profondamente colpito. Com’era possibile che esistesse ancora un tale numero di analfabeti? Alcuni si giustificavano dicendo che avrebbero trovato noioso compilare tutti quei moduli, così preferivano dichiararsi analfabeti per sbrigare più velocemente la procedura. Ma era una “scusa” che può dare soltanto chi, di fatto, non comprende davvero l’importanza del saper leggere e scrivere (o, almeno, non considera vantaggioso esercitarle questa capacità).
Questo ricordo è rimasto a lungo in sottofondo nella mia mente. Negli anni successivi mi sono sempre mosso in ambienti di alta scolarizzazione: universitari, dottorandi, specialisti, artisti e creativi che, pur senza laurea, studiavano e approfondivano competenze ben oltre il semplice possesso di un titolo di studio.
Lavorando anch’io per anni dentro un’Università, mi è parso quasi di vivere in una bolla. Quando quell’esperienza è finita, mi sono ritrovato a fare i conti con la realtà di un Paese in cui la diffusione dell’analfabetismo (anche funzionale e culturale) è molto più ampia di quanto si creda.
Analfabetismo culturale
Per analfabetismo culturale voglio intendere non soltanto la mancanza di capacità di lettura e scrittura, ma anche e soprattutto l’assenza di quei riferimenti culturali basilari che permettono di comprendere ciò che si legge e ciò che accade nella società.
Tullio De Mauro sottolineava come fosse fondamentale il possesso di competenze linguistiche e logiche di base per potersi orientare nella complessità del mondo. Il fatto di avere imparato a leggere e scrivere a scuola non è sufficiente se poi, terminati gli studi, non si coltiva più la capacità di interpretare i testi, di analizzare criticamente un discorso o un’informazione.
Analfabetismo di ritorno
A ciò si collega il concetto di analfabetismo di ritorno. Cioè, anche se si è raggiunto un livello discreto di alfabetizzazione durante la formazione scolastica, col tempo, se si smette di leggere, di informarsi e di esercitare il pensiero critico, quelle abilità regrediscono.
Non riguarda solamente le fasce anziane, ma anche persone nel pieno della vita lavorativa che, per mancanza di abitudine o disinteresse, finiscono per perdere familiarità con la comprensione testuale, la riflessione e la conoscenza delle dinamiche sociali e culturali.
Questi fenomeni, intrecciati fra loro, vanno oltre la semplice scarsa scolarità: coinvolgono il modo in cui viviamo quotidianamente, i valori che diamo all’istruzione e alla cultura, la nostra capacità di rimanere aggiornati e di “imparare a imparare” per tutta la vita.
Osservare la strada e il mondo che ci circonda
Da un po’ di tempo, oltre a immaginare il futuro e a riflettere su possibili evoluzioni a lungo termine, ho iniziato a guardarmi intorno con maggiore attenzione. E ho realizzato sempre di più che
“l’architettura dell’informazione migliora la vita dei cittadini”
non può restare solo una frase teorica.
Perché, se le persone non capiscono quello che scrivo o che spiego, se il digitale interessa solo ad una minoranza, a poco serve ragionare di grandi progetti tecnologici.
In un Paese, il nostro, l’Italia, l’80% della popolazione vive sostanzialmente nel reale e non si cura del digitale, anche in termini di servizi essenziali, è inutile pensare di rivolgersi a milioni di utenti: forse bastano poche migliaia di professionisti a coprire il mercato e il fabbisogno nazionale nel settore digitale.
Architettura dell’informazione per i cittadini (e non solo)
Come architetto dell’informazione, mi rendo conto che il mio spazio di azione potrebbe essere limitato. Eppure, ritengo che oggi sia fondamentale ripartire dalle basi. C’è bisogno di riorganizzare il Paese, di rimetterlo in sesto anche a livello culturale e formativo.
Certo, la Politica ha un ruolo chiave e deve fare la sua parte, ma non possiamo più aspettare passivamente indicazioni dall’alto, sperando che siano tutte positive. Occorre un impegno trasversale: scuole, università, aziende, comunità locali e chiunque abbia la possibilità di diffondere conoscenza e competenze.
Il sociologo Piero Dominici avverte che, man mano che cresce la complessità sociale, si rischia uno “scollamento” tra parti fondamentali della società stessa. In altre parole, più il mondo si fa complesso, più servirebbe un’alfabetizzazione (culturale e digitale) capillare e aggiornata. Ma se questa non avviene, i divari si allargano e sempre più persone restano indietro.
Il valore delle competenze (tradizionali e non)
Dobbiamo fare i conti con un popolo di analfabeti funzionali e culturali, un esercito di persone che non comprende pienamente il senso di ciò che legge. Sono le stesse persone che credono che un bambino di tre anni, capace di scorrere foto e app su uno smartphone, sia “più intelligente” del nonno contadino. E in questo si trascura l’enorme bagaglio di conoscenze pratiche e culturali che, tradizionalmente, era incarnato dalla figura dell’anziano.
Se, però, vogliamo davvero guardare al futuro, dobbiamo recuperare quei valori del “saper fare” e integrarli con competenze aggiornate. Oggi non possiamo più permetterci contadini “ignoranti”; ci servono piuttosto contadini laureati o formati, che conoscano anche il marketing e le regole della comunicazione. In altre parole, avere uno smartphone in mano non ci rende automaticamente all’avanguardia, né tantomeno stabilisce il nostro grado di intelligenza.
Riflessioni sul suono, la voce e l’innovazione tecnologica
Questo blog nasce con l’ambizione di attirare l’attenzione su un tema di nicchia ma, in fondo, universale: il valore del suono come veicolo di significato. Grandi aziende come Apple e Google investono somme ingenti e anni di ricerca sull’assistenza vocale e l’intelligenza artificiale, con risultati elevati sia dal punto di vista del mercato, sia per l’accessibilità di utenti con disabilità.
Il grande pubblico, però, è interessato quasi esclusivamente all’uso immediato. Le persone vigliono sapere come attivare o disattivare Siri, come installare un assistente vocale, quale app scaricare. L’aspetto etico, la capacità di generare o costruire questi strumenti, il loro impatto sociale o culturale, rimane in secondo piano.
Ecco perché, prima ancora di diffondere progetti digitali di ampio respiro, c’è la necessità di coltivare una maggiore consapevolezza. È necessario che la gente comprenda il valore dell’ascolto, delle conversazioni, dei contenuti e della tecnologia che manipoliamo ogni giorno, affinché l’innovazione non resti privilegio di pochi.
Un popolo di analfabeti (culturali)
Viviamo in una società complessa e fortemente interconnessa, in cui l’analfabetismo di ritorno e l’analfabetismo culturale rappresentano ostacoli reali alla crescita collettiva. L’episodio della visita militare mi ha fatto toccare con mano una verità che, anni dopo, è ancora tremendamente attuale. Non basta andare a scuola per saper leggere, scrivere e comprendere in modo critico.
È fondamentale continuare a coltivare la cultura in tutte le sue forme, sviluppare competenze tecniche, comunicative e digitali, ma anche conservare l’attenzione verso quel patrimonio di conoscenze pratiche e di saggezza che un tempo si trasmetteva di generazione in generazione. Solo così potremo evitare di creare fratture insanabili e costruire una società in cui l’innovazione (digitale e culturale) abbia davvero senso per tutti.
L’importanza della formazione
In questo contesto, credo fermamente nel valore cruciale della formazione continua. Io stesso, infatti, sono tornato a studiare i classici, ma anche per insegnare materie umanistiche ai giovani liceali.
Questa scelta nasce dalla convinzione che oggi, più che mai, ci sia un urgente bisogno di umanisti. C’è bisogno di persone in grado di mantenere vivo il patrimonio culturale e la capacità di riflettere criticamente sul mondo che ci circonda.
Abbiamo bisogno sia di “umanisti puri”, capaci di trasmettere il sapere tradizionale e i valori profondi che ci rendono davvero umani, sia di “umanisti digitali” che possano tradurre questi saperi nel contesto tecnologico contemporaneo, contribuendo a progettare e a utilizzare con consapevolezza gli strumenti del nostro presente.