I servizi streaming condizionano pesantemente il mercato musicale mondiale e qualcuno sostiene che senza questi servizi oggi non ci sarebbe nessun mercato mondiale.

Durante la notte dei premi Grammy, uno dei premi più importanti degli Stati Uniti, per i risultati conseguiti nel settore della musica, da quanto riportato su Quartz, ci sono state, tra una canzone e un pettegolezzo, scintille fra i protagonisti.

Da un lato il presidente della Recording Academy Neil Portnow, che ripete da anni la stessa invettiva

Una canzone vale meno di un centesimo

accusando di fatto i servizi streaming di non riconoscere i giusti guadagni agli artisti.

Dall’altra parte Daniel Ek, CEO e co-fondatore di Spotify, il principale servizio di musica in streaming in tutto il mondo in questo momento o almeno il più chiacchierato, con quasi 30 milioni di abbonati paganti, che ha colpito di nuovo con le proprie opinioni sulla musica in streaming rispetto al mercato musicale mondiale.

In una sessione Q & A su Quora, Ek rispondendo ad una domanda su cosa risponde agli artisti che ritengono i servizi di musica in streaming dannosi per l’industria, dice

Ecco, noi versiamo la maggioranza delle nostre entrate all’industria della musica. E man mano che cresciamo, le entrate fanno la differenza. Molte persone non si rendono conto che l’industria musicale era in declino a causa dei download (con un’eccezione di un anno in cui è stato sostanzialmente piatto). Ora, finalmente, dopo anni e anni di declino, la musica sta crescendo di nuovo, lo streaming è alla base della crescita nella musica, e Spotify è alla base della crescita nello streaming.

In sostanza, Ek rivendica il fatto che Spotify e gli altri servizi di streaming, sono in realtà quelli a cui è dovuta la crescita del mercato musicale.

“Siamo tutti sulla stessa barca”, ha scritto nella risposta quorum, insistendo sul fatto che Spotify è “impegnato” per il successo di autori e produttori.

E’ vero che la società paga una grossa fetta delle sue entrate per le case discografiche e gli artisti. Ma questo dividendo non pare sufficiente a tutti. Molti artisti sono, infatti, in rivolta. Taylor Swift e dei Radiohead Thom Yorke hanno ritirato la loro musica da Spotify per protestare contro i pochi guadagni. Adele e molti altri hanno seguito l’esempio.

Alla fine del 2015 Lizzie Plaugic su The Verge esponeva i suoi dubbi

All’inizio di quest’anno (2015), quando The Verge ha ottenuto una copia del contratto di Spotify di Sony, abbiamo notato che Spotify utilizza una formula complessa per determinare i canoni da corrispondere agli artisti che guadagnano dai flussi. Le principali etichette probabilmente ricevono una somma considerevole da Spotify, ma non tutti quei soldi vanno agli artisti. E non tutti gli artisti ottengono la stessa entrata da Spotify.

A seconda dei contratti con l’etichetta, alcuni musicisti potrebbe recuperare appena il 15/ 20 per cento dei ricavi. Senza contare altri fattori che entrano in gioco, come il paese in cui una canzone è stata ascoltata, la valuta di quel paese e altro. Lo stessa Spotify ammette che la media “per lo streaming” per gli aventi diritto è tra lo 0,006 e 0,0084 di dollaro.

Si comprende dunque che anche ad avere milioni di stream, il cantante, non vede tanti soldi: per un milione di ascolti, Spotify sborsa 6mila euro che saranno divisi tra etichette, spese di produzione e infine il cantante e i musicisti. Ad ogni modo. Come segnalato su Mixer #15servizi di streaming stanno andando molto bene e guadagnano. Lo scrive anche il Guardian: dopo 20 anni il mercato musicale cresce. Di poco, si parla del 3,5%, ma in un mercato che ha visto per tanto tempo sempre il segno meno, questo segnale è più che positivo. Si tratta del primo dato positivo dal 1998.

A spingere è proprio lo streaming con Spotify e Apple Music in prima fila seguita dagli altri concorrenti. La vendita di musica liquida supera la vendita dei cd e i cantanti più venduti sono Adele e Ed Sheeran a seguire gli altri soliti nomi che fanno i numeri. Taylor Swift, Rihanna. Insomma, chi entra nel mercato della musica oggi, nel piccolo paesino di provincia, se la vede con questi.

A mio modesto parere però siamo in una fase delicata e di equilibrio. Ed è troppo presto per cantare vittoria, perché il mercato musicale è in evoluzione e il cambiamento del nostro modo di fruire la musica è in corso. E’ vero che i servizi di streaming hanno in mano tutti i dati e sanno quel che fanno gli utenti, ma questi dati devono essere interpretati e se si sbaglia si sbaglia di grosso.

Lo streaming ha attirato decine di milioni di ascoltatori paganti ed ha dimostrato che se gli utenti pagano poco, piuttosto che scaricare la musica preferiscono pagare un servizio.

La vendita di cd materiali diminuisce, le persone che vogliono la loro musica in bella vista su uno scaffale sono sempre meno. Il cloud e la smaterializzazione sono un dato di fatto. Anche se ancora esistono in giro zoccoli duri di persone nostalgiche, che inneggiano alla materialità della musica, non significa che la maggioranza non segua le abitudini mondiali.

Dicevo che siamo in un momento delicato e di equilibrio perché i servizi di streaming si danno continuamente battaglia. Quelli che sono sul mercato, per attirare abbonati, combattono sul piano delle esclusive. Cosa che rischia di far impennare nuovamente il fenomeno della pirateria. L’esclusiva, infatti, significa che nel servizio a cui si è abbonati non si trovano determinati cantanti e canzoni. Ma a me pare difficile che un ragazzo, uno studente con pochi soldi, possa essere abbonato a più servizi o voglia avere tutti gli abbonamenti per ascoltare una canzone in più rispetto alle milioni di offerte che già ha. Insomma, quella canzone che non ha sul proprio servizio streaming la troverà in diverso modo. Attraverso il download appunto.

La concorrenza, infatti, costruisce nuovi steccati in termini di fruizione, rischiando, per paradosso, solo di tornare a dare benzina alla situazione pre-Spotify.

Ma c’è anche la concorrenza che è da venire.  Perché se Spotify, Deezer, Tidal e Apple Music sono il presente. In questi giorni si muovono SoundCloud Go, Amazon Music, mentre Google con il suo YouTube Music, sonnecchia, ma mica tanto. Il fatto che il mondo musicale è in fermento, che il mercato musicale non perde più soldi e si vedano guadagni, attrae l’attenzione di chi si può avvicinare a questo mercato.

Lo stesso Facebook che vuole essere esso stesso la rete, prima o poi, qualcosa sulla musica offrirà.

Fossi nei panni di chi dirige un servizio di streaming sarei molto preoccupato.

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