Quando ho letto il titolo del XIX Summit di Architecta, mi sono fermato. Progettare relazioni immaginarie e futuri tra Persone, Ambienti, Intelligenze.
Un titolo che sembra aprire un portale. Bello, denso di significati. Ma anche rischioso. Come ogni porta verso il futuro, può condurre in direzioni diverse, non tutte chiare, non tutte accessibili. Eppure, è proprio qui che inizia la riflessione.

Progettazione etica

Negli ultimi anni, sul mio blog ho riflettuto spesso sul significato della progettazione etica.

Un tema che ritorna, in modi diversi, in ogni discussione sull’intelligenza artificiale, sulla comunicazione, sulla costruzione di interfacce e sull’architettura dell’informazione. Progettare in modo etico non significa soltanto rispettare regole o linee guida, ma interrogarsi su ciò che le nostre decisioni, producono nella vita delle persone.
Significa chiedersi: a chi serve davvero ciò che costruiamo? E quali relazioni, visibili o invisibili, stiamo generando?

È proprio da qui che nasce la mia curiosità verso il titolo del XIX Summit di Architecta: Progettare relazioni immaginarie e futuri tra Persone, Ambienti, Intelligenze.

Un titolo che sicuramente vuole essere un piccolo manifesto, o forse un invito a pensare il nostro lavoro da un’altra prospettiva: quella della responsabilità e dell’immaginazione.

Da tempo, il mondo del design e dell’architettura dell’informazione vive una trasformazione profonda. Le nostre interfacce si sono moltiplicate, i dati si sono espansi, i confini tra digitale e fisico si sono dissolti.

Parlare di “persone, ambienti e intelligenze” significa riconoscere che oggi la progettazione non può più essere solo human-centered, (cosa che non si è mai applicata in pieno e che sarebbe una gran cosa): deve diventare ecosistemica. Significa considerare non solo l’utente finale, ma l’intero sistema di relazioni che si attiva tra umani, macchine e contesto.

In questa prospettiva, l’intelligenza artificiale, l’ambiente e i comportamenti umani diventano elementi dello stesso ecosistema informativo.

Il design come costruzione di relazioni

C’è qualcosa di affascinante nel pensare al design come costruzione di relazioni piuttosto che di prodotti. È un ritorno alle origini del nostro mestiere, a quella scuola di pensiero che ha reso universale: progettare non significa produrre oggetti o servizi, ma creare connessioni significative.

Disegnare un’esperienza, oggi, equivale a costruire una relazione di fiducia.

In questo senso, il Summit sembra volerci ricordare che il nostro lavoro è prima di tutto un lavoro di relazione: con gli utenti, con i cittadini, con i colleghi, con le istituzioni e, sempre più spesso, con le macchine che abitano i nostri stessi spazi di azione.

Eppure, è proprio in questa ambizione che si nasconde il rischio di dispersione.

Progettare relazioni immaginarie e futuri tra Persone, Ambienti, Intelligenze

Non tutti, leggendo queste parole, riescono a immaginare cosa significhi concretamente nel lavoro di ogni giorno.

Alcuni potrebbero leggerlo come un invito alla speculazione filosofica, altri come una chiamata alla progettazione etica dell’intelligenza artificiale. Ma quanti riescono a vederci dentro l’architettura dell’informazione? Quanti sentono questo tema come qualcosa che riguarda il loro lavoro quotidiano, fatto di contenuti, strutture, dati, ontologie e tassonomie?

“Immaginarie” non significa necessariamente “fantasiose”

La verità è che questa frase corre il rischio di sembrare troppo lontana dal fare concreto dei professionisti.

Eppure, il tema racchiude una potenzialità enorme, se letto nel modo giusto.

“Immaginarie” non significa necessariamente “fantasiose”. Può voler dire “progettate attraverso l’immaginazione”, anticipate, simulate, costruite come scenari. L’immaginazione, in fondo, è una parte essenziale del design. È ciò che ci permette di pensare, di costruire modelli futuri a partire dalle relazioni che oggi intravediamo tra persone, ambienti e intelligenze.

E la parola intelligenze al plurale apre un altro campo: intelligenze umane, artificiali, collettive, distribuite.

Siamo pronti a progettare esperienze dove queste intelligenze dialogano tra loro? E con quali linguaggi?

In realtà, questo è proprio il tipo di domanda che un architetto dell’informazione dovrebbe porsi. Non solo “come funziona un sistema”, ma “come si relazionano i suoi elementi”.

Progettare relazioni immaginarie significa definire le regole di interazione tra entità diverse, costruire modelli di senso e sistemi di scambio. È, in fondo, la nostra disciplina portata al suo limite più fertile.

Creare ponti

Ma affinché questa riflessione non resti sospesa nell’astratto, serve un ponte.

Serve un modo per riportare la visione alla pratica. Perché se la teoria è il luogo dove si immaginano i futuri, la pratica è il luogo dove si costruiscono. E ogni Summit di Architecta dovrebbe riuscire a tenere insieme queste due dimensioni: il pensiero e il fare.

Forse, allora, la sfida di quest’anno è proprio questa: trasformare una visione poetica in un atto di progettazione consapevole.

Parlare di intelligenze e ambienti non solo come concetti, ma come sistemi di informazione che necessitano di essere modellati, documentati, resi navigabili. Mostrare come la relazione tra uomo e macchina passi anche da scelte di architettura informativa, da interfacce chiare, da linguaggi coerenti, da metadati ben strutturati. Far vedere, insomma, come la costruzione di senso resti la vera competenza distintiva dell’architetto dell’informazione, anche nel mondo dell’intelligenza artificiale.

Progettare per le persone

Perché in fondo il filo conduttore della nostra comunità è sempre lo stesso: progettare per le persone, con attenzione, empatia e consapevolezza. Solo che oggi, le persone sono più sole. Sono immerse in reti di relazioni complesse, in ecosistemi tecnologici che evolvono più rapidamente della nostra capacità di comprenderli.

E il nostro compito è quello di restituire significato a tutto questo: costruire mappe, strutture, percorsi che tengano insieme umani, ambienti e intelligenze, senza perdere di vista la centralità dell’esperienza umana.

Forse, allora, non è un caso che il tema del Summit sembri così aperto, quasi indefinito. Forse è proprio questa la sua forza. Ci invita a interrogarci non tanto su quali strumenti usare, ma su quali domande porre. A costruire futuri possibili, sì, ma a partire da relazioni reali, tangibili, che ogni giorno cerchiamo di rendere più comprensibili e più umane.

E se alla fine qualcuno uscirà dal Summit con meno risposte ma con domande migliori, vorrà dire che il titolo avrà centrato il bersaglio.

Visto dalla provincia profonda

Ma c’è un’altra verità, più personale, che sento di aggiungere. Io al Summit non c’ero. Non ho vissuto quell’energia, non ho ascoltato le voci dal vivo, non ho partecipato ai workshop né ai confronti nei corridoi.

Il mio sguardo è quello di chi osserva da lontano, da pionier e ed eremita per certi versi, ma comunque dal chiuso della propria stanza, davanti a uno schermo, in una provincia dove la parola “architettura dell’informazione” suona spesso come qualcosa di esotico.

Non è una lamentela, è una constatazione. Ci sono momenti nella vita professionale in cui si diventa spettatori silenziosi di un movimento che continua, mentre noi restiamo fermi, a fare il nostro lavoro, cercando di costruire relazioni dentro contesti che spesso non le comprendono.

I miei summit

Ricordo bene, però, le edizioni a cui ho partecipato.

L’energia che si sprigionava era incredibile. Gli interventi, i workshop, le discussioni aprivano visioni e domande che ti accompagnavano per mesi. Ma la cosa più bella, la più autentica, era un’altra: parlare con persone che ti capiscono.

Persone che condividono le stesse perplessità, gli stessi entusiasmi, lo stesso bisogno di trovare un senso nel progettare. Parlare con chi conosce le tue fatiche, i tuoi dubbi, le tue emozioni, le tue speranze. E poi tornare a casa, pieni di idee, di appunti, di desiderio di fare.

Solo che, almeno per me, dopo qualche giorno si ricasca nella quotidianità.

Si torna a lavorare in silenzio, a parlare, o forse sarebbe più corretto dire a non poter parlare, di architettura dell’informazione. Si torna a discutere con clienti che vogliono solo “un sito”, che corrono dietro ai trend del momento, che pensano che la progettazione sia una perdita di tempo.

E se qualcosa non funziona, la colpa è tua. Non perché tu abbia sbagliato, ma perché non sei stato capito.

In questo senso, questo articolo è anche una prosecuzione ideale di quello che ho scritto sulla crisi delle comunità.

La crisi delle comunità

Il senso di isolamento che si prova quando si lavora con concetti complessi in un mondo che premia la semplificazione è qualcosa di concreto. Soprattutto quando si cerca il dialogo in ambienti dove tutto è diventato performativo, rapido, impulsivo. E allora non ci sono giudizi, né rimproveri. Nessuno si senta offeso. Il mio è solo un punto di vista: quello di chi osserva da lontano una comunità che ha sempre sentito come “casa”, ma che ora guarda come si guarda un paesaggio attraverso una finestra.

Forse servirebbe anche una visione più vicina alla realtà quotidiana di chi lavora da solo, o in piccole realtà.

Di chi maneggia l’architettura dell’informazione ogni giorno ma lo fa senza la rete di sostegno di un team multidisciplinare. Di chi parla con persone che non hanno mai sentito il termine “wireframe” o che confondono l’architettura dell’informazione con la grafica. Oppure chi continua a credere che dietro ogni struttura ci sia un senso da costruire, anche quando intorno sembra non interessare più a nessuno.

Eppure, anche da lontano, anche nella solitudine del lavoro quotidiano, continuo a pensare che il filo conduttore della nostra comunità sia ancora quello: progettare per le persone.

Non per compiacere le mode, non per vendere un’estetica, ma per costruire senso. Forse, in fondo, il Summit serve proprio a questo: a ricordarci che non siamo soli. Che da qualche parte, qualcuno sta ponendo le stesse domande, cercando le stesse risposte, costruendo un futuro dove le relazioni tra persone, ambienti e intelligenze non siano soltanto immaginarie, ma finalmente reali.