Desensibilizzati e disconnessi possiamo esserlo tutti. Svegliarci una mattina e non provare nessun entusiasmo, non avere nulla di cui entusiasmarsi.

Un mio contatto, qualche tempo fa, ha condiviso un pensiero che mi ha colpito. Scriveva di sentirsi ormai desensibilizzato di fronte alle timeline dei social.

Scriveva che tutto appare privo di senso, ogni contenuto è ingabbiato in una forma di comunicazione che porti risultati e mostri quanto siamo bravi. Ed anche quando cerca di non esserlo, finisce comunque per sembrare artificiale. La persona esprimeva la speranza che le nuove generazioni possano lasciar morire questa “pseudo comunicazione”, questo bisogno continuo di mostrarsi, di reagire, di esistere solo in quanto visibili online.

Con cosa potremmo sostituire tutto questo?

Eppure, anche nel desiderio di un cambiamento, resta il dubbio. Con cosa potremmo sostituire a tutto questo? E soprattutto, esiste ancora una società in grado di discutere, di costruire un pensiero collettivo, o a breve saremo semplicemente utenti abbonati a una serie di piattaforme che ci forniscono servizi?

Forse che stiamo dissolvendo qualsiasi idea di comunità condivisa?

Queste parole mi sono risuonate dentro e toccano il nodo che da tempo cerco di esplorare nella ricerca di una comunità di pratica.

Cosa ne è delle comunità in un mondo in frantumi e in cui la comunicazione perde significato? Che tipo di legami possiamo ancora costruire quando ogni interazione sembra filtrata da un algoritmo? Siamo ancora capaci di stare insieme, e non solo di apparire insieme, in uno spazio pubblico che abbia senso per tutti?

Nel rumore costante delle piattaforme, le comunità rischiano di diventare gruppi omogenei utili al consumo di prodotti, senza più relazioni autentiche, né luoghi reali d’incontro.

Il mio contatto esprimeva un malessere che sta diventando sempre più diffuso. Ossia abbiamo la percezione che le piattaforme social siano diventate spazi di pseudocomunicazione, dove tutto è artificiale, e dove anche ciò che sembra autentico viene inevitabilmente letto come parte di una strategia o di un “format”.

Desensibilizzazione e perdita di senso

Dire “niente ha senso” non è nichilismo gratuito, ma è la conseguenza di un’esposizione costante a contenuti che si annullano a vicenda, che richiedono reazioni ma non relazioni.

I social oggi sono spesso una giostra di opinioni senza contesto, di indignazione usa e getta, di estetica della partecipazione. È logico che qualcuno senta il bisogno di staccarsene emotivamente.

La desensibilizzazione emotiva e cognitiva

Mi capita spesso, quando sto a contatto con ragazzi e ragazze intelligenti, di notare uno scollamento tra la loro profondità e la superficie che mostrano. L’urgenza, che i social ci stanno insegnando, di passare da un contenuto ad un prossimo contenuto sempre più interessante, impedisce di restare, di concentrarsi, di scavare.

Ed è una perdita che non riguarda solo la studio e/o la ricerca. Si tratta di una ferita che tocca l’immaginazione di tutti quanti, la capacità di stare con le proprie idee e di costruire connessioni profonde con le idee degli altri.

Come architetto dell’informazione, questo fenomeno mi è ancora più evidente. Abbiamo costruito ambienti digitali che premiano l’attenzione fugace, il gesto rapido, l’interazione minima. L’informazione è diventata frammentaria. La timeline non è un luogo di approfondimento, ma è una corrente che ci trascina via.

Ed è qui che nasce il paradosso. Comunichiamo senza sosta, ma non ci ascoltiamo. Produciamo senso a raffica, ma lo perdiamo per strada. Ogni giorno siamo esposti a centinaia di contenuti pensati per colpirci, emozionarci, farci reagire. Eppure, dopo poco, non ricordiamo nulla. Ci stiamo anestetizzando, a livello emotivo e cognitivo. E questa desensibilizzazione ci rende meno capaci di empatia, sempre meno disposti a capire l’altro, a riconoscere la sua complessità, a condividere uno spazio comune di senso.

Le comunità, senza empatia, diventano, insomma, tanti insiemi di monadi. E allora non stupisce più se ci sentiamo sempre più soli, anche quando siamo connessi.

Dove dovrebbe esserci un dialogo, troviamo una sovrapposizione di voci che si ignorano a vicenda.

In fondo, la vera fatica non è parlare, ma sentire. E forse è proprio questa la nostra sfida, riapprendere il silenzio, la profondità, la presenza, anche nei luoghi in cui l’algoritmo ci spinge a scorrere via.

Tutto è performativo, anche l’autenticità

Quando scatto fotografie, soprattutto ritratti, mi trovo spesso a dover aspettare che la persona smetta di posare. Perché la posa è difesa, è strategia. L’autenticità, invece, arriva quando ci si dimentica di essere guardati.

Ma oggi, chi riesce più a dimenticarselo?

Viviamo in un tempo in cui anche l’autenticità è diventata una prestazione. Sui social, anche dire “Non voglio mettermi in mostra” anche questo diventa una performance. Anche mostrarsi vulnerabili segue un’estetica precisa. Ogni parola che pronunciamo, ogni gesto, ha un pubblico invisibile. E allora ci educhiamo, anche senza volerlo, a vivere come se fossimo sempre in scena.

Vedo questo nei brand, nelle aziende, nei progetti digitali. Tutti vogliono apparire autentici, umani, empatici. La comunicazione diventa una strategia, anche quando si traveste da spontaneità. Eppure, non è con le strategie che si costruiscono le comunità ma è con la fiducia. E la fiducia, come l’amicizia, richiede tempo, incoerenze, discrezione.

Il punto più drammatico è che questo costante bisogno di apparire non è più riconosciuto come tale, ma è la norma. L’autenticità smette di essere un’esperienza viva e concreta e diventa una forma da riempire.

Le comunità che si fondano sulla performance sono fragili. Perché non reggono l’errore, la complessità, il silenzio. Sono comunità che si consumano in fretta, che non lasciano traccia, che cambiano volto a seconda del contesto. E allora, ci resta una domanda: dove possiamo ancora essere noi stessi, senza “doverlo” sembrare?

La performatività come norma

Anche ciò che non vuole essere performativo, finisce per diventarlo. Perché il contesto stesso, la piattaforma, l’algoritmo, il pubblico potenziale, spinge a esserlo. Questo logora. Comunicare smette di essere un atto di scambio e diventa un atto di esposizione.

Le generazioni future…

C’è una speranza implicita, quasi disperata, nel desiderio che siano i più giovani a far morire questa pseudocomunicazione.

Perché se da un lato si vedono navigare a vista in un mondo saturo, dall’altro lato sono consapevoli che il gioco è truccato. Peccato che sono ancora troppo immersi nel gioco per potersene tirare fuori. Certo, alcuni, ogni tanto, si ribellano; rifiutano i social, cercano la carta, il silenzio, il corpo; altri invece si rifugiano nel mimetismo, nella parodia, nell’ironia permanente, che è spesso solo un altro modo per proteggersi.

… e il bisogno di nuovi linguaggi

Ma come si esce da un sistema che ha colonizzato non solo il linguaggio, ma anche il pensiero? Che cosa potrà sostituire questa comunicazione vuota e urlata? La verità è che nemmeno noi lo sappiamo più. Non abbiamo modelli forti da offrire.

Le comunità a cui appartenevamo si sono sbriciolate sotto la pressione del tempo accelerato e della mobilità perpetua. Quelle digitali, invece, spesso ci chiedono più adesione ideologica che partecipazione autentica.

Un nuovo linguaggio non nascerà da un aggiornamento dell’interfaccia, ma da un’urgenza interiore, come la voglia di dire qualcosa che abbia davvero senso per sé e per l’altro. Qualcosa che non si limiti a circolare, ma che resti.

Spero che i ragazzi non si accontentino di cambiare piattaforma, ma riescano a cambiare direzione. Che non ricerchino solo “spazi sicuri” ma spazi veri. Non perfetti, non filtrati, non ottimizzati, ma capaci di accogliere il fallimento, la fatica, la contraddizione. Perché è lì che può nascere una comunità.

Serve un nuovo alfabeto del legame. Uno che non sia fatto solo di parole ma di gesti, di presenze, di momenti condivisi. Non sappiamo ancora quale sarà. Ma possiamo iniziare a togliere il superfluo, a fermarci, ad ascoltare. Forse da lì, da quel vuoto che oggi fa paura, può emergere qualcosa di diverso.

Ma è corretto sperare che i più giovani debbano “far morire” questo modo di comunicare?

Comunità o dashboard?

Ad un certo punto del post che ha ispirato questo articolo si parla della possibilità che in futuro non esisterà più una vera società, ma solo una somma di servizi democratici “a consumo”. Come se ognuno di noi fosse abbonato a una piattaforma per il welfare, un’altra per le politiche del lavoro, un’altra ancora per le questioni internazionali. Una sorta di rappresentazione visiva dei dati importanti della cittadinanza, personalizzabile, sempre aggiornata. Ma senza luoghi, senza corpi, senza voci che si incrociano davvero.

Il rischio è quello di una società dove tutto è a portata di mano, ma niente è in comune. Dove ciascuno è connesso a ciò che gli serve, ma mai all’altro. Dove la cittadinanza diventa una interfaccia, e la relazione una preferenza nel profilo utente.

Ma le comunità non nascono da rappresentazioni ben progettate, nascono da relazioni sbilanciate, da incomprensioni, da tentativi, da errori, da incontri e da scontri, insomma. Nascono quando si ha bisogno non solo di un servizio, ma di qualcuno.

Abbiamo bisogno di riscoprire luoghi dove la complessità non venga semplificata, ma accolta; dove si possa tornare a pensare insieme, anche in disaccordo. Perché una comunità non è fatta di unità perfette, ma di differenze che scelgono di restare in dialogo.

Il futuro della società come “abbonamento”

L’immagine di una società frammentata in servizi a cui saremo “abbonati” è qualcosa che può inquietare o entusiasmare. Ci dice che la preoccupazione più profonda non è solo comunicativa, ma politica. Se non esiste più un luogo dove discutere di tutto, insieme, allora non esiste più una polis.

Per un’ecologia della comunicazione

Non basta criticare i social, né sperare che qualcun altro li superi. Non è sufficiente neanche disattivare un account, o decidere di “parlare meno” online. Serve qualcosa di più profondo: un’ecologia della comunicazione. Un cambio di sguardo, prima ancora che di piattaforma.

L’ecologia della comunicazione non significa solo “usare meno” i social, o “fare detox”, significa domandarsi che tipo di mondo stiamo costruendo con le parole che usiamo, con le immagini che pubblichiamo, con le nostre giornate che condividiamo. Significa scegliere, ogni giorno, se comunicare per alimentare il rumore o per creare legami.

Serve meno esposizione e più relazione. Meno pubblicazione e più ascolto. Meno immediatezza e più profondità. Non per nostalgia del passato ma per amore del presente, e di un futuro dove si possa ancora parlare insieme, senza la paura di sparire se non si posta nulla.

Forse non sappiamo ancora quale sarà il linguaggio delle nuove comunità, ma possiamo iniziare a coltivare il terreno, togliere il superfluo, rallentare, creare silenzio e dunque ascolto. E in quel silenzio, forse, torneremo a sentirci prima come persone, poi come comunità.

Si può tornare alle comunità?

Qualcuno ha scritto, in risposta a questa riflessione, che basterebbe tornare alle community degli anni ’90, come lo erano i forum tematici. In quegli spazi spontanei si praticava la condivisione disinteressata di materiali e soluzioni e dove nascevano collaborazioni genuine. Un web più lento, più artigianale, più umano. E in parte è vero. I social network hanno eroso molti di quegli spazi, rimpiazzandoli con una versione peggiorata, più rapida e rumorosa, ma infinitamente meno profonda.

Ma mi chiedo. Siamo davvero pronti a tornare lì?

Saremmo capaci, oggi, di far parte di una comunità costruita attorno alla pazienza di un forum? Sapremmo ancora discutere senza fretta, costruire relazioni, aspettare una risposta senza pensare che il silenzio equivalga ad un rifiuto?

Non dimentichiamo che proprio oggi, tutte le comunità sono in crisi.

Alla ricerca di una tribu

Anche chi idealizza quel passato riuscirebbe a rimanere immune dalla logica della prestazione e della gratificazione immediata?

Forse no. Forse, anche i più idealisti, abbiamo disimparato la lentezza che serve per stare davvero dentro una comunità. Forse siamo diventati tutti impazienti, esigenti, fragili nella connessione. Guardiamo gli altri sempre più connessi e sempre più soli, ma ad essere onesti, lo siamo anche noi, connessi e soli.

Speriamo in comunità accoglienti e inclusive ma poi spesso ci sentiamo esclusi. Cerchiamo una tribù che ci accolga, ma scopriamo che quelle tribù esistono solo in forma ridotta, a volte ridottissima.

In fondo, forse, il punto non è “tornare indietro”, ma disimparare qualcosa di ciò che abbiamo appreso male.

Smettere di pensare che il legame debba essere istantaneo; smettere di cercare consenso prima di cercare relazione; riscoprire che una comunità non è un luogo dove ci si sente accolti subito, ma uno spazio in cui ci si costruisce lentamente, con fatica, anche attraverso il conflitto.

Forse non torneremo ai forum. Ma possiamo iniziare a riscoprire la logica che li animava: l’attesa, la partecipazione non finalizzata alla visibilità.

Non sarebbe un ritorno nostalgico, si tratterebbe di una scelta politica, una pratica. E forse, con il tempo, può diventare un nuovo inizio.