Ho saputo che Radio Ca’ Foscari si fermava scorrendo Instagram. Me lo ha scritto il coinquilino con cui vivevo a Venezia, come se una parte di quella città, della mia vita e del mio lavoro, mi raggiungesse all’improvviso da un tempo lontano.
Ho provato tristezza e, senza nascolderlo, anche amarezza. Non perché le esperienze debbano durare per sempre. Nulla dura davvero nella forma in cui è nato. Cambiano le persone, gli strumenti, le istituzioni, i linguaggi. Ma alcune esperienze, quando finiscono, ti costringono a misurare ciò che hanno generato e ciò che forse non è stato compreso fino in fondo.
Radio Ca’ Foscari, le voci cambiano casa
Rivedere le immagini che hanno comunicato la fine di Radio Ca’ Foscari, mi ha emozionato profondamente. Radio Ca’ Foscari non è stata soltanto una web radio universitaria. Per me è stata una casa, una scuola, una comunità di voci. Un luogo in cui abbiamo imparato che comunicare significa ascoltare, costruire relazioni, dare forma alle idee e lasciare tracce.
Dopo 18 anni forse si chiude una forma, ma non si spegne ciò che quella esperienza ha generato.
In questo articolo commemorativo farò alcuni nomi, citerò alcuni programmi, ricorderò alcuni episodi. Non potrò però nominare tutto. Radio Ca’ Foscari è stata attraversata da tante persone, voci, troppe esperienze, per poterle raccogliere in un solo racconto senza tradirne la ricchezza.
Ogni nome che compare qui vale anche come soglia verso tutti gli altri: verso chi ha costruito un programma, occupato uno slot, preparato una scaletta, acceso un microfono, portato un’idea, una domanda, una parte di sé. Chi non viene nominato non è assente da questa storia ma è dentro il suo respiro più ampio.
Uno stanzino chiamato radiopostigio
Quando arrivai a Radio Ca’ Foscari, la radio non era ancora la radio che molti avrebbero poi conosciuto. I grandi spazi nella biblioteca delle Zattere. Era un progetto appena nato, fragile, ambizioso e allo stesso tempo marginale. L’Ateneo aveva aderito a un progetto promosso dal Sole 24 Ore: una radio per ogni università. Era un’idea molto avanzata, forse troppo avanzata per quei tempi. Gli Atenei viaggiavano a velocità diverse e non tutti erano pronti davvero a sostenere una trasformazione di quel tipo.
A Ca’ Foscari il progetto fu sostenuto dall’allora Rettore, professor Ghezzi, che oggi non c’è più, e che ebbe un ruolo importante nel credere in quella possibilità. Ma, al di là dell’adesione formale, non era affatto scontato che una radio universitaria potesse funzionare. Anzi, nel Senato accademico in molti pensavano che gli studenti non sarebbero stati capaci di portare avanti il progetto.
E in parte, almeno all’inizio, avevano ragione.
Dopo un anno di esperienza
Dopo il primo anno, infatti, molti studenti andarono via. Chi si era laureato, chi aveva cambiato interessi, chi semplicemente non seguiva più, chi aveva litigato. La radio rischiava di restare un progetto iniziato con entusiasmo e poi disperso, come accade, spesso, alle cose nate dentro le istituzioni, quando non trovano qualcuno disposto a prendersene cura, ogni giorno.
A riprova di tutto questo la radio fu affidata l’ultimo arrivato. Ero io l’ultimo arrivato. Mi era stata affidata soprattutto la parte amministrativa. All’inizio mi occupavo dell’acquisto dell’hosting, delle attrezzature, gestione della SIAE, procedure, pagamenti, cose apparentemente laterali. In realtà, proprio da quelle cose passava la sopravvivenza concreta della radio.
All’inizio non avevamo quasi nulla. Avevamo uno stanzino, 4 metri quadri risicati, che chiamavamo appunto “radiopostigio”. Poche attrezzature, un progetto più grande di noi e una fiducia ancora tutta da conquistare.
L’attrezzatura era minima, quella prevista dal progetto iniziale, sufficiente appena per partire. Bisogna ricordare che eravamo nel 2008, internet non era quello di oggi. I social erano agli albori. Il podcast non era ancora il formato maturo e diffuso che conosciamo adesso. Non c’erano manuali, corsi online, modelli da imitare, format pronti da copiare. L’unico riferimento erano le radio nazionali e locali che ciascuno ascoltava, amava, criticava, portava dentro di sé.
Noi, senza chiamarlo così, stavamo imparando a costruire il web.
La scalata sul web
C’era poi la scalata sul web, fatta con mezzi quasi artigianali.
Ricordo Pietro Rossato, allora station manager, che telefonava agli amici a casa chiedendo loro di cercare “Radio Ca’ Foscari” su Google e cliccare sul sito, nella speranza di far crescere la nostra visibilità.
Oggi può far sorridere, ma racconta bene lo spirito di quegli anni. Non c’erano strategie SEO raffinate, non c’erano campagne strutturate, non c’erano scorciatoie. C’era una comunità che provava a farsi trovare, un clic alla volta, intuendo già che esistere online non significava soltanto avere un sito, ma riuscire a essere riconosciuti, cercati, raggiunti.
Una carta di credito dentro un pacchetto
C’è un’immagine che ancora oggi, più di molte altre, mi racconta quel passaggio storico: una carta di credito consegnata con estrema cautela, quasi fosse un oggetto pericoloso.
Oggi può sembrare normale che un dipartimento, un direttore, un ufficio possano acquistare un servizio online. Allora non lo era. L’Ateneo aveva una sola carta di credito intestata al direttore amministrativo, che doveva autorizzare ogni singolo pagamento. Noi dovevamo comprare hosting, streaming, servizi digitali. Ma l’università era abituata ad un altro tempo: prima si riceveva un servizio, poi si pagava a trenta o sessanta giorni, dopo firme, passaggi, verifiche, autorizzazioni.
Il digitale, invece, funzionava al contrario. Pagavi oggi per avere un servizio domani. O, nel caso dell’hosting, pagavi oggi per poter avere il sito attivo nell’anno successivo.
La radio correva alla velocità della rete. L’amministrazione procedeva alla velocità delle firme.
Ogni pagamento doveva avere la firma del mio direttore, del direttore amministrativo, del direttore della ragioneria. Io stesso non conoscevo ancora tutte le procedure. Sbagliavo, chiedevo, rifacevo, tornavo indietro. A volte mi sembrava una follia burocratica. Altre volte capivo che era semplicemente il segno di un mondo che non aveva ancora gli strumenti per accogliere ciò che stava arrivando.
In quelle giornate ho imparato che l’innovazione non è mai soltanto tecnologia ma si tratta di cultura. Si tratta di cultura organizzativa, linguaggio.
I colleghi
Ho avuto anche la fortuna di incontrare i colleghi dell’economato (oggi non più esistente) che per me furono come sorelle e fratelli. Mi guidavano, mi insegnavano, mi sopportavano. Senza di loro, certi giorni, avrei mollato tutto. In mezzo a procedure farraginose e incomprensioni, mi davano conforto e speranza.
Per questo, quando oggi sento parlare di trasformazione digitale come se fosse solo una questione di strumenti, penso spesso a quella carta di credito. A quel pacchetto e alla distanza tra il mondo amministrativo e il mondo che stavamo provando ad aprire. Allora non lo avrei saputo dire così, ma oggi mi è chiaro. Stavamo facendo cultura digitale prima ancora che il digitale fosse diventato cultura istituzionale.
Accanto ai colleghi che mi sostennero, però, ci furono anche sguardi più difficili da attraversare.
Non tutti capivano cosa stessi facendo. Alcuni mi guardavano con pregiudizi. Un siciliano a Venezia che parlava con il suo accento meridionale, che quando si appassionava sembrava gridare, che non stava mai fermo. Eppure, proprio contro ogni pregiudizio, lavoravo senza sosta, spesso fino a tarda sera, cercando di tenere insieme procedure, studenti, attrezzature, idee, problemi e possibilità.
Ero quasi sempre allegro, entusiasta, ostinatamente ottimista, perfino contro quel cielo veneziano che da gennaio a maggio sembrava restare annuvolato, per mettere alla prova chi veniva dal Sud e aveva imparato a cercare luce anche dove non ce n’era.
Fare radio
A un certo punto presi in mano la situazione ed entrai pienamente nella direzione della radio. Non perché lo avessi pianificato. Le cose, a volte, accadono perché qualcuno deve semplicemente esserci. I primi passaggi furono due.
Il primo fu creare relazione. Sembra banale, ma non lo era: chi faceva radio spesso non si conosceva davvero con gli altri. Ognuno arrivava, preparava il proprio programma, occupava il proprio spazio, portava il proprio mondo. Ma una radio non è solo una somma di programmi. È una comunità che deve imparare a vedersi, riconoscersi, parlarsi. Per questo cominciammo a riunirci, a incontrarci, a costruire un senso di appartenenza. Prima ancora del palinsesto, serviva un noi.
Il secondo passaggio fu entrare in radio anche personalmente. Nacque così il Mal d’estro, il programma che conducevo insieme a Nicolò ed Alessandra. Fu un modo per stare dentro la radio non soltanto come figura organizzativa, amministrativa o di coordinamento, ma come voce tra le voci. Prendendomi anche le critiche di chi non amava il mio sbattere di labra.
Da lì iniziò un susseguirsi di programmi, alcuni divertenti, liberi, sperimentali; altri più istituzionali, richiesti dall’Ateneo o legati a eventi e iniziative da raccontare.
In quel movimento, tra leggerezza e responsabilità, tra autonomia degli studenti e richieste dell’istituzione, Radio Ca’ Foscari cominciò davvero a prendere forma. Non era più soltanto un progetto ma stava diventando un organismo vivo.
Una radio degli studenti per gli studenti
Ma fin dall’inizio ebbi chiara una cosa: la radio doveva restare degli studenti. Questo fu il punto più importante, e forse anche quello che mi costò di più.
Ci furono professori e colleghi che avrebbero voluto usare la radio per fare i propri programmi, per comunicare direttamente, per portare dentro quello spazio la voce dell’istituzione senza l’intermezzo degli studenti. Non era sempre una richiesta sbagliata. Era comprensibile. Una radio universitaria fa gola a chi ha contenuti, idee, progetti, iniziative da raccontare.
Ma io sentivo che se Radio Ca’ Foscari fosse diventata un semplice canale di comunicazione istituzionale, avrebbe perso la sua ragione più profonda. Non doveva diventare un ufficio stampa con i microfoni. Doveva restare uno spazio in cui gli studenti potessero cercare una voce, sbagliare, crescere, imparare a parlare e soprattutto imparare ad ascoltare.
Questa autonomia non era anarchia. Al contrario, chiedeva forma. Chi voleva fare un programma doveva scegliere un orario, uno slot, un format. Doveva capire se andare in diretta o registrare; se occupare lo studio senza sovrapporsi agli altri. Doveva rispettare un palinsesto, un tempo, una comunità.
La radio insegnava anche questo: che la libertà, per diventare esperienza condivisa, ha bisogno di struttura.
Gli studenti imparavano competenze tecniche e teoriche, certo. Imparavano a usare un microfono, a preparare una scaletta, a gestire una diretta, a montare un contenuto, a pensare un programma. Ma imparavano anche qualcosa di più importante: entrare in un ambiente di lavoro, pur non essendo ancora lavoro. Capire che la comunicazione non è espressione individuale pura, ma responsabilità verso gli altri.
E soprattutto imparavano che per comunicare bene bisogna ascoltare meglio.
Una comunità di voci
All’inizio ci fu una vitalità straordinaria. Persone come Raffaele Alberto Ventura, filosofo, e Pietro Rossato, oggi Digital manager, portarono dentro la radio energia, interessi, intelligenza, visione. Poi arrivarono tanti altri, ognuno con il proprio mondo.
C’era chi parlava di filosofia, chi di musica giapponese, di musica coreana, di poesia, d’arte contemporanea, chi di informazione, chi di cultura. C’era un po’ di tutto: studenti timidi, ambiziosi, creativi, confusi, determinati. Ma quasi tutti erano accomunati da una passione e cioè la voglia di condividere qualcosa.
Senza quei programmi unici e irripetibili, saremmo stati una radio qualunque. E invece eravamo una radio unica!
Questa cosa va detta con chiarezza. Io posso raccontare il mio ruolo, la mia fatica, la mia responsabilità. Ma Radio Ca’ Foscari non sarebbe esistita davvero senza gli studenti che l’hanno abitata. Senza le loro ossessioni, le loro musiche, i loro errori, le loro intuizioni, le loro notti a preparare una puntata, le loro discussioni, i loro entusiasmi improvvisi, i loro modi diversi di stare davanti a un microfono.
Una radio come organismo vivente
La radio non finiva quando si spegneva la diretta. Continuava fuori, nei bacari di Venezia, negli incontri settimanali, nelle discussioni infinite. Ci si vedeva una volta a settimana per parlare di radio. Poi si parlava di tutto, naturalmente. Ma la ragione era la radio.
Prima ancora di essere una redazione, Radio Ca’ Foscari era una comunità che imparava a riconoscersi.
E una comunità non è mai un luogo perfetto. È fatta di entusiasmo e conflitto, generosità e incomprensione, amicizie e tensioni, slanci e ferite. Ci sono stati scontri anche molto forti. Non sempre sono stato all’altezza. A volte, mentre discutevo con qualcuno, avevo il contratto in scadenza, lo stipendio in ritardo, la fatica emotiva di dover tenere insieme tutto.
Non è stata una passeggiata.
Eppure, forse, proprio questo appartiene alla verità delle cose costruite con il cuore e la Passione. Non nascono pulite, ordinate, già comprese da tutti. Nascono tra resistenze visibili e invisibili, tra tentativi, incidenti, mediazioni, errori, ripartenze.
I traguardi che ci hanno dato misura
Nel tempo Radio Ca’ Foscari raggiunse risultati importanti.
Abbiamo seguito la Mostra del Cinema di Venezia. Siamo stati media partner di Glocal Varese, abbiamo raccontato le iniziative dell’Ateneo come Incroci di civiltà, la Digital Week, le Veneto Night e molto altro. Dai microfoni della radio sono passate grandi personalità, autorità di Venezia e degli enti culturali della città. Importanti e durature sono state le collaborazioni con il Teatro di Venezia e con Alessandro Gassmann. Abbiamo instaurato rapporti con il Guggenheim grazie alle ragazze di “Senza titolo”, un programma di arte contemporanea portato avanti da un gruppo di studentesse che oggi, diventate donne, professioniste e madri, lavorano nelle università, nei musei, nelle mostre d’arte.
Fino ad arrivare ad un riconoscimento importante ai Macchianera Italian Awards. Nel 2014 Radio Ca’ Foscari fu riconosciuta come seconda web radio d’Italia. Fu un risultato enorme, soprattutto se si pensa da dove eravamo partiti: da uno stanzino, poche attrezzature e molta ostinazione.
Quando capii che qualcosa stava funzionando
Il primo segnale, in realtà, arrivò in modo inatteso.
Un giorno, in un programma a quiz di Canale 5, tra le domande comparve Radio Ca’ Foscari. Si chiedeva da dove trasmetteresse Radio Ca’ Foscari, da Venezia o da Firenze? La concorrente sbagliò risposta, ma per me il punto non era quello.
Il punto era un altro: nessuno aveva segnalato Radio Ca’ Foscari agli autori del programma. Non avevo fatto telefonate, non avevo mandato comunicati, non avevo cercato visibilità. Eppure qualcuno, da qualche parte, aveva intercettato il nostro nome, la nostra presenza, la nostra piccola fama. Radio Ca’ Foscari era uscita dal suo stanzino, dal suo sito, dal suo Ateneo. Era diventata un riferimento abbastanza riconoscibile da poter finire dentro una domanda televisiva.
Fu forse la prima volta in cui pensai: qualcosa sta accadendo davvero.
Il giorno di Rai Radio Tre
Poi arrivarono altri momenti, più strutturati e consapevoli. Uno dei più importanti fu la collaborazione con Rai Radio 3 e con Pietro Del Soldà. Realizzammo una puntata speciale, “Verrà la radio e avrà la tua voce”. Da lì nacquero anche stage, possibilità concrete, ragazzi della radio che andarono a Roma per vivere per un periodo l’esperienza di una radio nazionale.
Ricordo una ragazza in particolare. Il primo giorno in radio bisbigliava, letteralmente. Poi, nel tempo, trovò forza, presenza, capacità. Andò a fare quell’esperienza. Quando tornò, mi disse che non le piaceva fare radio. Per qualcuno potrebbe sembrare un fallimento. Per me fu uno dei successi più grandi del progetto. Perché la radio non le aveva semplicemente insegnato a parlare, le aveva dato una possibilità di conoscersi. Aveva permesso a una persona di attraversare un’esperienza vera e di capire che quella strada non era la sua.
Anche sapere cosa non si vuole fare è una forma profonda di orientamento.
Il giorno della Fenice
C’è un altro episodio, poi, che porto con me. Uno degli ultimi ricordi. Quando dalla Fenice il direttore artistico volle conoscermi, vennero con me il Rettore e il Prorettore. In quella situazione io passai inevitabilmente in secondo piano, come spesso accade dentro le istituzioni. Ma il direttore artistico voleva conoscere me. Voleva capire chi stava dietro quel lavoro, chi aveva reso possibile quella presenza, quella relazione, quella radio. La Fenice voleva creare una radio.
È una scena che racconta bene il paradosso di quegli anni. Il lavoro necessario non sempre è il lavoro più visibile. Chi costruisce le condizioni perché una comunità possa esprimersi spesso resta sullo sfondo. Tiene insieme le procedure, le persone, gli strumenti, i conflitti, i tempi, le autorizzazioni, le aspettative. Se le cose funzionano, sembra quasi che si siano fatte da sole.
Ma niente si fa da solo.
Molti pensavano che gli studenti facessero tutto autonomamente, senza un lavoro duro dietro. Alcuni studenti, a loro volta, pensavano che i traguardi della radio fossero solo loro, come se bastasse continuare a fare ciò che si stava facendo perché tutto funzionasse comunque. La verità, come spesso accade, stava nella relazione.
Io non avrei potuto costruire Radio Ca’ Foscari senza di loro, senza i loro programmi, le loro intuizioni, le loro voci e le loro passioni, ma quello spazio non sarebbe rimasto aperto, autonomo e riconosciuto senza un lavoro continuo di mediazione, difesa, organizzazione, ascolto e cura.
Una forma viva di architettura del significato
Oggi, guardando indietro, mi accorgo che molte delle cose che chiamo architettura dell’informazione, architettura del significato, comunità, contenuto, ascolto, relazione, hanno radici anche lì.
Non avevo ancora incontrato davvero l’architettura dell’informazione come disciplina. Non la chiamavo così. A occuparsi tecnicamente del sito erano ragazzi di informatica. Ma ogni giorno io armeggiavo con problemi che oggi riconosco benissimo: come dare ordine a contenuti diversi, come costruire un palinsesto, come tenere insieme sito, programmi, persone, interessi, linguaggi, comunità online e offline.
Radio Ca’ Foscari era una comunità onlife prima ancora che questa parola diventasse familiare.
Esisteva nello studio, nelle riunioni, nei bacari, nelle dirette, nelle pagine del sito, nei social che iniziavano appena a prendere spazio, negli eventi, nelle relazioni con la città, nei rapporti con l’Ateneo, nelle opportunità professionali che poi nascevano. Era un sistema vivente di contenuti e relazioni.
Forse molto di quello che oggi cerco di fare nel mio lavoro nasce anche da lì. Dare forma a voci diverse, costruire spazi perché le persone possano riconoscersi, trasformare contenuti dispersi in percorsi, proteggere il senso di una comunità senza soffocarla.
Una chiusura resta una chiusura
Capisco il tentativo di raccontare questo passaggio come un cambiamento di forma. In parte lo è, le produzioni audio continueranno altrove, dentro i canali ufficiali dell’Università. Ma una chiusura resta una chiusura, Radio Ca’ Foscari non ci sarà più e l’Ateneo non ha più una radio. Non ci sarà più uno spazio autonomo, abitabile, riconoscibile, non cambia soltanto piattaforma, finisce un’esperienza.
Radio Ca’ Foscari non era solo un contenitore di contenuti audio. Era un luogo, uno spazio fisico relazionale in cui gli studenti potevano incontrarsi, provare, sbagliare, discutere, imparare, costruire una voce. Spostare i podcast sui canali istituzionali dell’Ateneo può avere una sua logica comunicativa, ma non restituisce automaticamente ciò che una radio rendeva possibile: una comunità autonoma, un laboratorio quotidiano, una palestra di responsabilità.
Mancanza di visione
Non lo scrivo per recriminare. Lo scrivo perché le parole contano. Dire “nuova stagione” è comprensibile, ma quando nasce dalla chiusura definitiva di una forma, porta con sé una perdita. E questa perdita merita di essere nominata.
C’è anche un’amarezza più profonda, che riguarda il tempo in cui questa chiusura avviene. Radio Ca’ Foscari si ferma proprio negli anni in cui il podcast è esploso, in cui l’audio digitale è tornato centrale, in cui università, giornali, istituzioni culturali e aziende cercano nuove forme di racconto sonoro. Proprio nel momento in cui quella storia avrebbe potuto essere rilanciata, ripensata, resa più forte, arriva la sua conclusione.
Non è una colpa da attribuire a qualcuno in modo semplice. Ma è il segno che, negli anni, forse è mancata una visione capace di far crescere ciò che era stato costruito.
Le attrezzature resteranno probabilmente all’Ateneo, come è giusto che sia. Hanno un costo, un valore, una possibile utilità. Ma una radio non coincide mai con la sua strumentazione. Microfoni, mixer e computer possono essere riutilizzati per altro, oppure finire lentamente ai margini, come spesso accade nei progetti pubblici quando non c’è più una comunità viva a tenerli accesi. Quello che si perde davvero non è soltanto un parco tecnico. È un contesto di esperienza.
Ciò che resta davvero
Forse, in fondo, questa chiusura l’avevo intuita. Non sarebbe arrivata subito, perché l’idea era forte, la storia era solida, l’esperienza aveva lasciato radici profonde. Ma senza una visione capace di far crescere quella comunità, senza un progetto all’altezza del tempo nuovo dell’audio e dei podcast, prima o poi la forma si sarebbe consumata.
Sono grato a chi ha costruito con me quella storia. Sono grato a chi ancora oggi mi scrive, mi dà notizie della propria vita, mi rende partecipe di matrimoni, nascite, cambiamenti, traguardi, fatiche e nuove strade. Sono grato a chi ho visto crescere, diventare adulto, trovare un posto nel mondo, costruire una carriera, una famiglia, una propria direzione.
Di Radio Ca’ Foscari mi restano i volti, prima ancora dei risultati. Mi restano le risate, le discussioni, le riunioni, le puntate preparate con entusiasmo, le voci tremanti che diventavano più sicure, gli studenti che entravano in uno stanzino e scoprivano qualcosa di sé. Mi resta la gioia di aver condiviso un tratto di strada con persone che, ciascuna a modo proprio, hanno lasciato un segno.
Radio Ca’ Foscari, per me, non è stata soltanto una radio, ma un cuore più grande, fatto dei frammenti di vita di tutti quelli che l’hanno amata e attraversata; tanti piccoli pezzi di cuore che ciascuno ha lasciato dentro quello spazio comune.
Quel cuore, per me, ancora pulsa.