Abby Covert, architetta dell’informazione, autrice del libro “How to Make Sense of Any Mess” è stata ospite al Summit italiano di architettura dell’informazione 2016 ed ha aperto la conferenza che aveva come tema “Lasciare il segno“.

Presto saranno resi pubblici integralmente tutti gli interventi della conferenza. Ve lo farò sapere e ripubblicherò gli interventi qui sul blog.

Abby Covert, intanto, ha pubblicato integralmente il suo discorso, già da qualche giorno sul suo sito. Qui riprendo e sottolineo i passi che mi hanno maggiormente colpito. Alla fine trovi anche le mie osservazioni.

E per chi volesse ascoltare la conferenza dalla viva voce di Abby può farlo sul mio canale SoundCloud

 

Lasciare il segno

Abby Covert

Abby Covert

Il titolo Lasciare il Segno riporta Abby Covert ai suoi studi, al suo periodo di formazione come graphic design.

Nella mia prima esperienza con l’Architettura dell’informazione, mi è stata insegnata l’importanza di stabilire la gerarchia delle idee e la chiarezza dei messaggi. Allo stesso tempo, ho seguito anche molti corsi di belle arti. Uno dei termini di base che è stato introdotto per tutto il percorso dei miei studi era “creare un segno”.

L’architettura dell’informazione è arte

Abby Covert ha messo in evidenza quanto sia importante il fattore umano per un architetto dell’informazione.

Stiamo progettando per gli esseri umani, come esseri umani, insieme ad altri esseri umani. E questo è un casino pazzesco (ndr la traduzione è mia).

La mia ipotesi è che qualcuno incredibilmente abile solo dal lato tecnico può rendersi molto insoddisfatto a causa della mancanza di competenze più soft come la persuasione, la diplomazia e la facilitazione.

Differenze nel modello mentale

Una delle competenze di base che ci viene insegnata per pensare come un Architetto dell’informazione è come scoprire e documentare i modelli mentali dei nostri utenti.

I modelli mentali non sono le preferenze che abbiamo. Sono i paraocchi con cui tutti andiamo in giro.

Un buon architetto dell’informazione è in grado di bilanciare le esigenze degli utenti e le esigenze dell’organizzazione. E’ incredibilmente comune, tuttavia, trascorrere troppo del nostro tempo spingendoci verso un approccio al 100% user centered che sappiamo non funzionerà mai nella realtà di un’organizzazione.

Paura e ansia

Io insegno ai miei studenti che devono essere coloro che sono senza paura. Dobbiamo essere quelli che possono avviarsi nei luoghi più oscuri ed essere la luce in modo che altri possano seguire la loro strada. Ma avere a che fare con la nostra paura e la nostra ansia è sempre il primo passo per imparare.

il_570xn-849244353_765sA volte le persone che incontro e che si trovano in mezzo al caos sperano che un architetto dell’informazione tirerà fuori un pulsante che renda facile tutto. Oppure che sveli qualche segreto che dimezzerà il loro carico di lavoro. Invece io ricordo loro che come dice Robert Frost “la miglior via d’uscita è attraverso.”

Trattare con l’incertezza è il lavoro. Non sapendo come andrà a finire è il lavoro. E un lavoro duro.

Abbiamo una buona architettura dell’informazione quando affrontiamo le nostre paure e l’ansia insita nel trattare con l’ambiguità. Quando creiamo chiarezza per noi stessi e per gli altri.

Tempo e denaro

Tutto ciò che proponiamo, valutare, testare, reiterare il processo e implementare, costa tempo e/o denaro. Quello che gli architetti dell’informazione possono disegnare su carta o su una lavagna in un giorno, può richiedere mesi o anni per essere applicati concretamente da una organizzazione. Questo modello è probabilmente quello che gli architetti dell’informazione hanno più in comune con l’architettura fisica. Si può avere la migliore idea per qualcosa nel mondo, ma se le persone che stanno pagando per questo vedono la cosa come un costo superiore a quello che vorrebbero pagare, il cambiamento non accadrà mai.

Al fine di lasciare il segno, abbiamo bisogno di capire e lavorare con i vincoli di tempo e di budget. In caso contrario, le nostre idee non saranno mai realizzate e il nostro tempo sarà sprecato e vedremo buttare via un lavoro che nessuno mai vedrà.

Le più belle architetture possono essere costruite con i più umili materiali. Il trucco è quello di comprendere i bisogni possibilmente come nelle prime fasi del processo.

Essere il facilitatore, non l’esperto

Una delle domande più frequenti che ricevo dopo un workshop sull’architettura dell’informazione è “Come posso acquistare fiducia dalla mia organizzazione per la mia esperienza?”. Il mio consiglio è quello di non cercare di essere un esperto. Invece prova ad essere un facilitatore.

Sii colui che può accompagnare e aiutare le persone lungo quella strada impervia.

Accettare il disordine

Siamo tutti esseri umani, abbiamo bisogno di tempo per decomprimere e riorganizzare le idee nella nostra testa.

Il consiglio più importante che ho per le persone in questo settore è quello di mantenere il vostro lavoro di perfezione più basso possibile, il più a lungo possibile. Quando la gente vede un mucchio disordinato di post-it è più facile che qualcuno continui a dare le proprie considerazione e riflessione. Quindi non perdere tempo nella perfezione.  Ci può stare che tieni il progetto disordinato per tutto il tempo.

Pensare all’architettura dell’informazione come ad una conversazione

Mi piace parlare di Architettura dell’informazione come ad una conversazione. Anzi, una conversazione che si estende oltre la durata del progetto. Perché le cose possono cambiare e cambieranno col passare del tempo.

La parola migliore che posso offrire per ottenere questo punto è: Governance. Nello stesso momento in cui insegniamo agli altri l’importanza del linguaggio e della struttura dobbiamo anche ricordare loro che il linguaggio e la struttura sono in continua fluttuazione. Dobbiamo creare un processo su come apportare modifiche alle scelte linguistiche e strutturali che facciamo. Il rischio è che altrimenti vedremo rapidamente il progetto crescere e appesantirsi rispetto alla nostra intenzione originale.

Non ci chiede se ci sarà bisogno di apportare modifiche, ma quando.

Vedere le cose da tutti i punti di vista

Spesso nei luoghi di lavoro, ci si esprime sulle decisioni da prendere e quindi pensiamo che condividere le nostre opinioni sia un nostro diritto democratico.

La mia regola, da un po’ di tempo a questa parte, è che io non condivido la mia opinione se non espressamente richiesto. E anche quando espressamente richiesto spesso trovo un modo per girare il mio parere in una domanda. Può sembrare insensibile. Ma ho impiegato una grande passione per dire: “Non mi interessa”. Questa risposta è shockante per le persone. Ma io voglio ricordare loro che non è il mio lavoro aggiungere un altro parere nella stanza. Il mio lavoro è quello di valutare tutte le opzioni in campo e aiutarli a decidere quale sia il modo migliore di procedere.

Questo non è un semplice di svolgere il lavoro. Ma vi esorto a provarlo. Ho trovato che si tratta di qualcosa di difficile ma anche liberatorio.

Condivisione

Come architetti dell’informazione non possiamo avere successo se cerchiamo di mantenere la proprietà esclusiva sull’ontologia, sulla tassonomia e sulla coreografia. Noi dobbiamo condividere con gli altri attraverso le competenze. Dobbiamo incoraggiare la collaborazione su queste parti come sulla disponibilità di nuove informazioni o su come cambieranno le cose.

Architettura dell’informazione è una pratica importante focalizzata a garantire la resilienza della lingua e delle strutture che scegliamo. Quando cerchiamo di possedere queste cose stiamo organizzando il fallimento dell’architettura dell’informazione.

Invece dobbiamo cercare di condividere l’architettura dell’informazione con quelli con cui lavoriamo.

Dobbiamo insegnare agli altri a prendere in considerazione l’impatto che il linguaggio e la struttura ha sul loro lavoro. Dobbiamo incoraggiare tutti a lavorare con la stessa cura che piace a noi. Solo allora potremo lasciare un segno chiaro nel mondo.

Per lasciare un segno chiaro su questo mondo, dobbiamo essere pronti ad affrontare le difficoltà che derivano dal lavorare con altre persone.

Abby Covert in Conclusione

Riassumendo

  • Diventa il facilitatore, non l’esperto
  • Accetta il disordine
  • Imposta l’architettura dell’informazione come una conversazione
  • Osservare tutti i punti di vista ed essere pronti a mettere da parte la tua opinione
  • Condividi la tua creatività quando si tratta di decisioni importanti sul linguaggio e la struttura

Il consiglio che ho condiviso con voi oggi è semplice, ma richiede una lotta di lunga vita da mettere in pratica. La mia speranza è che se si cerca di mettere in pratica queste semplici idee, si lascerà un segno più chiaro a questo mondo.

Grazie.

Le mie osservazioni

Devo ammettere che ascoltare Abby Covert, ma anche Andrew Hilton e Dan Klyn l’anno scorso, è ed è stato un po’ disarmante. Cioè, Abby Covert, come Hilton e Klyn, hanno lavorato e lavorano, negli Stati Uniti, per delle multinazionali. Loro, insieme a Peter Morville, sono i rappresentanti dell’architettura dell’informazione a livello mondiale, o quanto meno, del mondo occidentale. Ecco, loro ci parlano delle loro difficoltà nell’introdurre i concetti dell’architettura del’informazione. Si pongono le mie stesse domande, incontrano le stesse difficoltà che gli architetti dell’informazione incontrano qui in Italia. Insomma, se un architetto dell’informazione come Abby Covert o Hinton o Klyn trova difficoltà nel farsi capire negli Stati uniti, come potrò io, farmi capire in Italia?

Verrebbe voglia di lasciare tutto e mettermi a lavorare seriamente sul mio orto. Eppure, quando mi metto a progettare un sito, quando un nuovo lettore mi scrive ritenendo l’argomento interessante, quando uno sconosciuto vuole sapere meglio di cosa sto parlando, lo scoramento passa e tutto questo diventa una sfida.

Si tratta di una sfida raccolta con questo blog che ha lo scopo di parlare di architettura dell’informazione secondo la mia lente di osservazione. Mi scuseranno i lettori, specialmente coloro che sono più interessati al connubio architettura dell’informazione e audio se dedicherò altri articoli sull’architettura dell’informazione in quanto tale. La sfida è ampia. Certo non coprirò io il fabbisogno. Ma cercherò di dare un colpo al cerchio e uno alla botte. Non perderò la bussola.

Un’arte soggettiva

Abby Covert parla dell’architettura dell’informazione come un’arte. Un’arte soggettiva. E in effetti l’architettura dell’informazione è una disciplina umanistica.

Gli architetti dell’informazione italiana arrivano da percorsi di studi e di formazione davvero vari. Ci sono antropologi, linguisti, psicologi, architetti, biblioeconomisti. Ciascuno di noi è unico in quello che fa. Il nostro ruolo può essere ricoperto da altri ma il nostro modo di fare, come il nostro modo di essere resta unico e inimitabile.

Tempo e denaro

Siamo abituati al vecchio detto che recita che il tempo è denaro. In molti casi è vero. Ma nel mondo digitale la mentalità del fare, del fare a tutti i costi, porta con se anche grandi frustrazioni.

Portarsi avanti con il lavoro. Magari portarsi avanti con la grafica. Lavorare tutti su un lavoro che sarebbe meglio proceda cadenzato, spesso, fa perdere del tempo e quindi anche del denaro.

Progettare è fare! Progettare prima, permette di non commettere errori dopo è risparmio. Progettare significa risparmiare tempo e anche denaro.

Lo abbiamo già detto in altre occasioni sul blog. Il modo in cui impieghi il tempo è ciò che ti identifica.

Il cambiamento ha un prezzo

Mi è capitato di raccontare ad alcuni piccoli imprenditori cosa sia l’architettura dell’informazione e vedere i loro occhi illuminarsi per le potenzialità che potrebbero avere i loro prodotti e le loro aziende.

Ma nonostante comprendano cosa dovrebbero fare per migliorarsi non lo fanno. Perché? Perché il cambiamento ha un prezzo. Soprattutto ha un prezzo emotivo. Fin quando il proprio modello di business li fa sopravvivere non hanno nessuna intenzione di apportare cambiamenti alla propria azienda.

Chi oggi è in difficoltà è teoricamente in vantaggio. In un sistema sano ci sarebbe da festeggiare. Ma il sistema non è sano.

Essere il facilitatore

Leggo spesso di ricerche di lavoratori con competenze stratosferiche. Esperti che dovrebbero saper fare di tutto. Magari esistono pure, ma aver tutto certificato da un piano di studi mi pare più difficile. Fare tutto da solo non penso sia il modo migliore di trovare soluzioni. Le mie soluzioni sono le migliori per me, non è detto che lo siano anche per gli altri. Per questo come architetto dell’informazione coinvolgo più persone su un progetto.

Il ruolo dell’architetto dell’informazione è quello di facilitare l’esplicazione di bisogni, di concetti, di ruoli e di processi. L’architetto dell’informazione deve praticare con l’altro la maieutica.

ossia il metodo dialogico con cui Socrate, secondo quanto riportato da Platone, portava il suo interlocutore a giungere a una verità in maniera autentica – semplicemente aiutandolo a partorirla.

Essere il filtro

Non esistono dunque gli esperti in senso assoluto. Non esistono i tuttologi. Specialmente sul web si trova sempre qualcuno che ne sa qualcosa in più di te.

L’architetto dell’informazione può essere il filtro, l’anello di congiunzione tra ruoli e utenti diversi. Può essere il collante di un progetto a cui partecipano numerosi attori. Magari si useranno gli stessi strumenti usati da tanti altri. Ma sempre con il proprio stile e la propria umanità.

La perfezione non esiste

La perfezione non esiste. Esiste il caos. Bisogna accettarlo e affrontarlo. Chiarire e strutturare non è semplificare. Chiarire significa aprire uno spazio e rendere esplicito qualcosa che è oscuro e nascosto.

In questa azione di apprendimento e divulgazione spero di fare la mia parte con questo blog.

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