Negli ultimi anni la parola femminicidio è tornata al centro del dibattito pubblico, spesso per essere messa in discussione. Frasi come “il femminicidio non esiste, esiste solo l’omicidio” ritornano sempre più frequentemente, pronunciate da politici, commentatori, utenti sui social.
Ma cosa significa davvero questa affermazione? È una posizione fondata, o nasconde una semplificazione pericolosa?
In questo articolo vorrei analizzare la questione da un punto di vista sociolinguistico e per quel che posso giuridico. Cosa distingue il femminicidio dall’omicidio? Perché le categorie linguistiche contano? E cosa succede, socialmente e culturalmente, quando decidiamo di cancellare una parola.
Digital Genocide
Vi invito a leggere o rileggere il mio articolo sul Digital Genocide.
Le comunità “cancellate” restano prive di tutela poiché spariscono dai documenti ufficiali e dagli strumenti di analisi, con effetti che minano la salute pubblica, l’assistenza sociale e i diritti civili su vasta scala.
Nel contesto di rapida digitalizzazione in cui viviamo, riconoscere e contrastare il digital genocide è cruciale non solo per salvaguardare la ricerca scientifica e le basi dei sistemi sanitari, ma anche per difendere la verità dei fatti e la dignità di ogni individuo.
Per concludere
Resistere a questa erosione significa difendere il diritto di ogni persona a esistere nelle statistiche, nei documenti, nelle ricerche. Significa garantire alle future generazioni la possibilità di analizzare la storia in modo completo e imparare da essa, senza lasciarsi ingannare da architetture informative volutamente monche.
Le parole dei politici non sono come le nostre
C’è una differenza sottile ma importante tra quello che diciamo noi, gente comune, nella conversazione quotidiana o quello che si dice al bar e quello che dice un uomo politico durante una conferenza stampa o durante un comizio.
Quando lo diciamo noi, una frase, un pensiero, resta un’opinione. Può far discutere, può ferire, può irritare, ma appartiene ad un ambito ristretto e resta un commento personale.
Quando la stessa frase viene pronunciata da chi si presenta come guida politica, davanti a telecamere e microfoni, nel momento in cui lancia un nuovo partito, quella frase non è più solo un’opinione. Quelle parole diventano un atto, una proposta su come interpretare il mondo. Si tratta di un segnale al proprio pubblico: noi vediamo le cose in modo diverso e abbiamo il coraggio di dirlo.
I politici dovrebbero stare attenti alla responsabilità del discorso pubblico. Ed invece usano strategie di comunicazione per avvantaggiarsi personalmente anche a scapito dell’intera comunità. Ne abbiamo esempi evidenti oltre oceano con il linguaggio usato da Trump; ma anche di tutto il suo enturage, la sua comunità di potere e disinformazione.
Per questo vale la pena fermarsi su una frase come: “il femminicidio non esiste, esiste l’omicidio.“
Non per processarla moralmente, ma per capire cosa fa, questa frase, cosa nomina, cosa nasconde, ed anche perché funziona così bene.
Perché la frase sembra ragionevole?
Il primo dato da riconoscere è che questa frase è retoricamente efficace. È breve, costruita su un’opposizione semplice. Sembra fondata su un principio che tutti possiamo condividire. Ossia, ogni vita ha lo stesso valore. Una morte è una morte. La legge deve essere uguale per tutti.
Chi la ascolta può riconoscervi qualcosa di familiare, perché questa frase somiglia ad altre che chiunque può pronunciare senza pregiudizi o pensieri complessi. Diciamo e pensiamo comunemente “non facciamo differenze tra le vittime”, “non trasformiamo tutto in una questione ideologica”, “torniamo all’essenziale.” In pochi secondi costruisce una posizione morale che sembra difficile da attaccare: chi la pronuncia sembra difendere l’uguaglianza.
Ma la sociolinguistica, cioè lo studio di come il linguaggio funziona dentro i contesti sociali, ci insegna qualcosa di fondamentale. Il significato di una frase non sta solo nelle parole che contiene, sta anche in chi parla, in quale momento, a quale pubblico, e soprattutto cosa lascia nell’ombra.
In questo caso, la frase non si limita a dire che ogni vita ha lo stesso valore. Suggerisce qualcosa di più: che nominare il femminicidio sia una forzatura, una distinzione artificiale, forse perfino un privilegio semantico ingiustificato.
Ed è qui che la frase diventa problematica, non per le parole che usa, ma per i tre piani della realtà che confonde.
Il primo piano: il fatto sociale
Il femminicidio, prima di essere una categoria giuridica o un termine del dibattito politico, è un fatto sociale. E come tutti i fatti sociali, ha una struttura riconoscibile.
Femminicio non significa semplicemente che una donna è stata uccisa. Nessuno parla di femminicidio se una donna o una ragazza viene uccisa da un pirata della strada. Femminicidio significa che alcune donne vengono uccise perché sono donne, in quanto donne, in quanto hanno fatto o detto qualcosa che non riconoscono di poter dire o fare. Dunque,una donna vittima di femminicidio si trova dentro dinamiche specifiche e ricorrenti: possesso, controllo, gelosia trasformata in sorveglianza, punizione dell’autonomia, incapacità o rifiuto di accettare che una donna possa scegliere di andarsene.
Questa distinzione è importante, e va tenuta sempre ferma. Non tutti gli omicidi di una donna sono femminicidio. Una donna può essere uccisa durante una rapina, in un contesto criminale, in un attentato, in circostanze in cui il fatto di essere donna non è la matrice dell’atto. In quei casi, la parola giusta è omicidio.
Ma quando una donna viene uccisa perché ha lasciato un uomo, perché ha detto no, perché ha scelto di essere libera, allora l’atto finale è l’omicidio, ma il fenomeno che lo ha prodotto è qualcosa di diverso e di più ampio.
C’è una scena precedente che quella parola, quasi sempre, porta con sé, come le minacce, lo stalking, il controllo, l’isolamento, il ricatto emotivo. L’idea, radicata e a volte nemmeno consapevole, che una donna non possa sottrarsi a una relazione senza pagare un prezzo.
La parola “femminicidio” serve a rendere visibile quella scena. Non inventa nulla. Nomina qualcosa che già esiste.
Il secondo piano: la categoria giuridica
Non sono un giurista ma uno degli argomenti più comuni contro questa parola suona così: se esiste già l’omicidio, perché complicare? Perché aggiungere categorie?
La risposta è che il diritto ha sempre distinto i contesti, i moventi, le relazioni tra chi commette un atto e chi ne è vittima. Non perché alcune vite valgano più di altre, ma perché non tutti i reati hanno la stessa struttura sociale e riconoscerla serve a intervenire meglio.
Usiamo “terrorismo” invece di “omicidio” non perché le vittime del terrorismo siano più importanti delle altre, ma perché quell’atto ha una funzione politica, un’organizzazione, un obiettivo che va oltre il gesto individuale. Si parla di “stalking” invece di “molestia” perché quella parola nomina la ripetizione, l’escalation, l’effetto paralizzante sulla vita di chi viene perseguitato. Usiamo “bullismo” per distinguere la violenza sistematica tra pari dal litigio occasionale.
Allo stesso modo, “femminicidio” non è sinonimo automatico di “omicidio di una donna”. È omicidio di una donna dentro una matrice di genere, potere e possesso.
La categoria non crea una disuguaglianza. Cerca di riconoscere una disuguaglianza già presente nella realtà.
Il terzo piano: l’uguaglianza non è sempre trattare tutti allo stesso modo
Chi nega il femminicidio spesso lo fa usando la parola “uguaglianza”. E questa è la parte più insidiosa dell’argomento, perché usa un principio giusto per produrre un effetto problematico.
Vale la pena distinguere due concetti che in italiano usiamo spesso come sinonimi ma che non lo sono: uguaglianza formale e uguaglianza sostanziale.
L’uguaglianza formale dice: trattiamo tutti allo stesso modo, applichiamo le stesse regole, non facciamo differenze.
L’uguaglianza sostanziale chiede una domanda più scomoda: le condizioni di partenza sono davvero le stesse? I rapporti di potere sono simmetrici? Le persone hanno le stesse possibilità di sottrarsi, di denunciare, di essere credute?
Dire che il femminicidio esiste non significa che la vita di una donna valga più della vita di un uomo. Questo significa che alcune donne vengono uccise proprio perché vivono dentro relazioni in cui la loro autonomia è ancora percepita, da alcuni, come una minaccia o un’umiliazione.
Una società davvero egualitaria non cancella le differenze quando producono vulnerabilità. Le riconosce, per poterle correggere.
La semplificazione come scelta politica
Quando una persona politica dice “il femminicidio non esiste”, non sta solo facendo una scelta di vocabolario. Sta producendo un effetto che in sociolinguistica si chiama normalizzazione.
“Omicidio” è una parola stabile, generica, apparentemente neutra. “Femminicidio” è una parola più recente, più carica, che porta con sé un’intera riflessione su potere, genere, cultura, educazione.
Scegliere la prima contro la seconda significa dire: non c’è nulla di sociale da interrogare qui. Non c’è una cultura da discutere, non ci sono modelli educativi da mettere in discussione, non ci sono rapporti di forza da nominare. C’è solo un assassino e una vittima. Naturalmente ogni omicidio ha un autore individuale, e nessuna analisi collettiva può cancellare la responsabilità personale di chi uccide. Ma ridurre tutto all’individuo serve spesso a impedire qualsiasi riflessione comune.
È una strategia che conosciamo in altri contesti, per esempio, con il razzismo, quando si parla solo di persone maleducate; con la povertà, quando si parla solo di chi non si impegna abbastanza. Si individualizza il problema per evitare di vederne le radici.
Eppure se i casi si ripetono, se le parole degli assassini tornano continuamente intorno agli stessi nuclei, “era mia”, “non poteva lasciarmi”, “non accettavo la fine”, allora il fatto individuale deve essere letto anche come fatto sociale. Tanto che io penso che il femminismo è una battaglia che riguarda tutti!
Il tempo della spiegazione contro il tempo dello slogan
Infine, ma non per ultimo, c’è un’asimmetria strutturale in questo tipo di dibattito che va nominata. Negare è semplice, la negazione richiede una frase. Questa frase si dice senza bisogno di spiegare, negando anche la possibilità di un dibattito o di una polemica. La si riporta così com’è, chi capisce bene, chi non capisce meglio ancora.
Spiegare, invece, è complesso, richiede distinzioni, esempi, pazienza, disponibilità a sostenere la complessità della realtà contro la comodità dello slogan.
La comunicazione politica contemporanea spesso lavora contro questo tempo lungo, contro il tempo del significato. Cerca la frase breve, l’opposizione netta, il titolo. La semplificazione ha un vantaggio competitivo reale perché, per forza di cose, circola meglio, viene ricordata più facilmente, produce consenso più rapido.
Perché gli elettori, come gli spettatori di un grande real tv, devono emozionarsi non devono capire, devono solo guardare lo spettacolo della realtà.
Ma c’è un costo. “Sono tutti omicidi” chiude la discussione. “Alcuni omicidi hanno una matrice di genere” la apre e con essa apre una responsabilità collettiva che molti preferiscono non vedere.
Le parole come campo di battaglia
Ogni società combatte anche sul linguaggio. Non perché le parole siano più importanti dei fatti, ma perché senza le parole giuste certi fatti restano difficili da riconoscere.
“Molestia” ha permesso di nominare comportamenti che prima venivano liquidati come corteggiamento insistente. “Stalking” ha reso riconoscibile la persecuzione sistematica prima che diventasse violenza fisica. “Bullismo” ha separato la violenza ripetuta tra pari dal semplice litigio.
Ogni volta che una parola nuova entra nel discorso pubblico, incontra resistenza. Le scuse più banali sono che quella nuova parola sembra eccessiva, ideologica, inutile. Poi, lentamente, ci rendiamo conto che ci aiuta a vedere qualcosa che prima restava disperso o invisibile.
Chi contesta queste parole dice spesso di voler difendere la realtà dall’ideologia. Ma spesso accade il contrario: difende un ordine linguistico vecchio, che rendeva certe violenze meno visibili, meno nominabili, meno attaccabili.
Palermo Gay Pride
Aggiungo una riflessione a ridosso del Palermo Gay Pride dove migliaia di persone occupavano la strada che hanno gridato il loro diritto di essere. Loro vivono liberamente la propria sessualità davanti alle telecamere, non chiedono permesso per esistere. Giovani, ragazze, corpi di ogni forma che non si preoccupavano di corrispondere ad alcuno standard. Persone che semplicemente c’erano.
Guardandole, ho pensato che la violenza delle parole che cercano di cancellare il femminicidio, così come quella che cerca di cancellare i diritti LGBTQ+ ha la stessa radice: il fastidio per ciò che esiste e non vuole restare invisibile.
Quando la parte più conservatrice della società alza i toni, irrigidisce le posizioni, moltiplica le negazioni, spesso è il segnale che qualcosa si sta muovendo davvero. Si tratta di una dinamica normale di ogni conquista sociale. Chi ha sempre occupato il centro dello spazio pubblico tende a reagire quando quello spazio comincia, lentamente, a essere condiviso.
Le parole che si vogliono cancellare sono esattamente le parole di chi non è più disposto a restare fuori campo.
Nominare non divide, rende visibile
Riconoscere il femminicidio come categoria, a conclusione, non significa dividere le vittime in serie A e serie B. Significa riconoscere che alcune morti hanno una storia sociale precisa alle spalle.
La parola non serve a dare più valore alla vita di una donna. Semmai serve a impedire che la sua morte venga separata dal sistema di significati che l’ha resa possibile, come una relazione di possesso, una cultura che ha a lungo confuso l’amore con il controllo, la gelosia con la cura, il rifiuto con l’umiliazione.
Per questo dire “il femminicidio non esiste” è facile perché toglie profondità alla realtà. Riconoscerlo, invece, richiede qualcosa di più faticoso come distinguere, argomentare, ascoltare, accettare la complessità come punto di partenza e non come ostacolo.
Una società matura non sceglie le parole più comode. Sceglie le parole che aiutano a vedere meglio.
E quando una parola permette di riconoscere una violenza che per troppo tempo è stata chiamata gelosia, raptus, tragedia familiare, caso isolato, quella parola non va cancellata. Va capita, usata con rigore. Va difesa da chi, fingendo di proteggere l’uguaglianza, finisce per rendere invisibile proprio ciò che l’uguaglianza dovrebbe correggere.