Il potere delle parole trascende le voci di un vocabolario, vive nella relazione di queste con chi le pronuncia e con chi le riceve.

Ciò che distingueva l’oratoria degli antichi, soprattutto presso i Greci e i Romani, era la consapevolezza che il termine pronunciato (l’ὄνομα in greco, il nomen in latino) non fosse mai un semplice segno, ma un ponte che poteva plasmare il pensiero collettivo. Gli oratori di Atene sapevano che la loro capacità di persuadere l’ecclesia, il popolo, dipendeva non solo dalla verità del messaggio, ma da un fine uso della parola.

La retorica, infatti, non è artificio, nell’antichità era considerata un’arma che poteva elevare l’animo verso la libertà o, al contrario, ridurlo in schiavitù, a seconda di come fosse impiegata.

La libertà d’espressione

Nella contemporaneità, questo potere si amplifica grazie alle tecnologie e ai social media, che moltiplicano la portata di ogni singola espressione. La libertà d’espressione, pilastro delle società democratiche, ci permette di condividere idee e opinioni in modo istantaneo, ma solleva interrogativi su quanto tale libertà si fermi davanti al confine del rispetto dell’altro.

Il latino ‘libertas’, radice della nostra ‘libertà’, fa riferimento alla condizione di essere liberi da vincoli di dominio.

Tuttavia, la stessa parola in epoca classica portava con sé l’idea che la libertà personale fosse sempre controbilanciata dal rispetto del mos maiorum, ovvero la consuetudine degli antenati, per garantire la stabilità del tessuto sociale. In parallelo, la parola greca παρρησία (parrēsía) indicava la franchezza nel parlare, ma veniva anche messa in relazione al coraggio di assumersi le conseguenze di ciò che si diceva.

Oggi tali princìpi si intrecciano con l’esigenza di tracciare un confine invalicabile tra espressione lecita e violenza verbale.

L’hate speech

L’hate speech, ossia l’espressione di odio rivolta contro un gruppo o un individuo in ragione di un determinato fattore identitario, è un fenomeno che mostra come la parola possa trasformarsi in aggressione.

Già nell’antica Roma esistevano termini sprezzanti per denigrare un nemico politico o un rivale, ma il tutto si muoveva all’interno di un sistema che riconosceva precise responsabilità retoriche e legali.

L’attuale panorama digitale, invece, offre a chiunque la possibilità di diffondere insulti e minacce in modo anonimo o, comunque, senza la mediazione di un contesto regolamentato. Questo fattore rende la violenza verbale ancora più pervasiva e talvolta devastante, poiché lo stigma sociale non è più immediato e le barriere che in precedenza arginavano la parola violenta tendono a dissolversi.

Fake news

Se le parole possono ferire, possono anche falsificare la realtà. Il concetto di fake news, oggi di stringente attualità, ha radici lontane.

Basti pensare alla propaganda imperiale nell’antica Roma, dove le imprese dei condottieri venivano talvolta esaltate con racconti che oltrepassavano il crinale della leggenda, generando una realtà parallela.

Tuttavia, la diffusione di notizie false era all’epoca limitata dal tempo necessario alla loro propagazione, mentre oggi l’accelerazione è massima. Una menzogna può fare il giro del mondo in pochi secondi, e quando la verità giunge, spesso è troppo tardi per riparare al danno cognitivo e sociale che la fake news ha prodotto.

A livello semantico, occorre interrogarsi su come le parole veicolino non solo un contenuto, ma pure un’identità politica, ideologica e culturale. Ogni segno linguistico porta con sé un intreccio di connotazioni, di valori impliciti, di visioni del mondo che si sedimentano nella storia. Le parole d’odio, così come le notizie false, non agiscono solo sui fatti, ma sui processi interpretativi.

In altre parole, i lemmi che usiamo ricostruiscono la nostra percezione del reale; e se il significato originario di un termine viene distorto o manipolato, l’effetto è ben più profondo di una semplice incomprensione: è un’alterazione dello sguardo che gettiamo sul mondo.

Etica della parola

Occorre dunque un’etica della parola, che non sia censura, ma consapevolezza del suo ruolo fondante nella costruzione di un’opinione pubblica sana. Proprio i latini, i “maestri” della retorica legislativa e giudiziaria, riconoscevano l’importanza di regolare le espressioni che incitavano alla violenza.

La lex, pur garantendo libertas, arginava la licentia, intesa come capriccio senza regole.

Oggi scontiamo la difficoltà di trovare un equilibrio adeguato, perché la dimensione digitale sfugge ai sistemi tradizionali di controllo e non è sempre facile identificare quando l’espressione libera diventa un atto di vera e propria aggressione comunicativa.

La responsabilità dell’educazione linguistica è cruciale. Formare le nuove generazioni, ma anche rieducare gli adulti, a un uso consapevole delle parole significa trasmettere la nozione che il linguaggio non è un orpello o un semplice strumento, bensì l’essenza stessa della nostra umanità.

Nelle aule di greco e latino si impara che un costrutto sintattico non è mai neutrale, che l’ordine delle parole può enfatizzare un concetto e che una minima sfumatura lessicale può cambiare del tutto il senso di una frase. Questo stesso principio, applicato all’uso moderno della parola, aiuta a comprendere la portata degli effetti che le nostre frasi possono avere su chi ci circonda.

La cultura come argine alla degenerazione del discorso pubblico

Non esiste soluzione semplice o ricetta univoca che possa arginare l’odio e la menzogna. Esiste, però, la consapevolezza che la cultura, intesa nel suo senso più ampio di formazione, tradizione, ricerca di verità, sia l’argine più solido contro la degenerazione del discorso pubblico.

Se l’uomo classico poteva trovare guida nella paideia (la formazione integrale che coniugava educazione morale e intellettuale), oggi abbiamo bisogno di riscoprire e rinnovare i valori umanistici. Solo recuperando il peso storico e semantico dei lemmi che utilizziamo possiamo davvero tutelare la libertà d’espressione e, al contempo, arginare l’odio e la disinformazione.

Il potere delle parole

Le parole hanno un potere immenso: amplificano idee, spingono le comunità all’azione, creano un orizzonte di significato condiviso.

Per questo motivo è urgente riconoscere che ogni espressione, ogni “verbo” che scegliamo, può costruire o distruggere.

Come gli antichi retori insegnavano ai loro allievi a plasmare con cura le frasi per suscitare pathos o per convincere l’uditorio, così noi oggi dobbiamo istruire i cittadini digitali a un uso etico e responsabile del linguaggio, affinché “libertà d’espressione” non si trasformi in un pretesto per colpire, ingannare o annientare l’altro.

Solo in tal modo potremo realmente realizzare ciò che i Greci chiamavano ἐλευθερία (eleuthería), la libertà come valore supremo, ma sempre legata a ἦθος (ēthos), la dimensione etica che ci rende pienamente umani.