Informazione, fake news e social sono temi di cui mi sono già occupato dal punto di vista del contesto e dell’architettura dell’informazione. Il tema è e resta caldo. Al festival del giornalismo che si è svolto a Perugia nel 2017 se ne è molto parlato. In fondo alla pagina trovi alcuni dei video che riprendono l’argomento.

Nel mio vecchio ma ancora valido articolo, ho parlato principalmente di contesti, strutture e ambienti semantici. Della necessità di rendere coerenti le trasmissioni di significato. Ma non può essere e non è solo questione strutturale o solo giornalistica. Quello che vorrei trasmettere io è che il tema riguarda tutti, ossia tutti coloro che producono e consumano contenuti sul web.

Ed è così che nella prima stesura dell’articolo ho lungamente toccato anche argomenti prettamente giornalistici e comunicativi. Ciò che mi auguro è che si apri un dibattito onesto e costruttivo che fino ad oggi non vedo.

Sarà anche perché sono fuori dal giro ma a me pare che non ci sia nessuna voglia di dialogo sull’argomento. Pare che uestione sia solo una questione accademica, per addetti ai lavori. Così non è.

Informazione, fake news e social

Chi fa informazione, ed ha visto perdere la propria centralità in favore delle comunità, accusa i social media per il degrado dell’informazione. Ai social vengono attribuite colpe e responsabilità sul tema delle false notizie. A mio parere, svelando più un proprio pregiudizio che una analisi oggettiva dei fatti. Senza contare quante volte si punta il dito contro i giovani che non saprebbero distinguere le notizie vere da quelle false. Gli adulti invece…

Spesso, però, i veri fautori della fortuna dei social sono stati proprio gli editori, i giornali, i giornalisti. Lo scrive molto bene un giovane Federico Josè Bottino.

La fortuna di servizi come Facebook sono proprio i giornalisti che non fanno i giornalisti ma fanno gli scrittori.

Cavalcando l’onda emotiva dell’ultimo ventennio, nel giornalismo la verità ha ceduto il passo al fine di favorire una cosa che fa fatturare molto di più, la visibilità. Se fino agli anni ’80 il mantra del giornalismo era costituito dalla narratio dei fatti (duri e crudi, alla Oriana Fallaci), oggigiorno il discriminante è il numero di lettori ingaggiati.

E qui ci sarebbe da scrivere altri trattati di Storia del Giornalismo.

Come le fake news diventano popolari e si divulgano sul web

La discussione più ampia ha inizio con l’elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti. E lui stesso parla spesso di Fake News. Questa discussione, anche la mia, non ci sarebbe in Italia, se non fosse una discussione aperta in America. In Italia, non mi pare che ci si confronti più di tanto. Negli Stati Uniti il Washington Post, in risposta a quanto accade, ha modificato la dicitura della propria testata. Rivedendo appunto la sua funzione di giornale.

La CBS News ha raccolto alcune interviste in un unico articolo sulle fake news. Il corrispondente Scott Pelley, si occupa del tema parlando con degli esperti, in un contesto ben preciso, l’intervista.

Nell’articolo si raccontano di come alcune notizie si siano diffuse senza controllo. Pelley mette in luce, attraverso i suoi ospiti, due aspetti della questione. Da un lato ci sono personaggi autorevoli sul web che diffondono notizie false e/o verosimili, anche consapevolmente. Dall’altro, ci sono figure più o meno esplicite che spingono la comunicazione facendo un uso massiccio di bot, e che, sui social, danno autorità a qualunque notizia, vera o falsa che sia.

Uno tsumami di informazione

Sottolineo la conclusione dell’articolo di Pelley.

Nella storia dell’umanità non c’è mai stata tante informazioni a disposizione di così tante persone. Ma è anche vero che mai nella storia c’è stata così tanta cattiva informazione a disposizione di così tante persone. Ed una volta che è online, si tratta di “notizie” per sempre.

Aggiungo io che se già l’onda che stiamo vivendo può sembrare davvero esagerata, non abbiamo ancora idea dello tsunami di dati e informazioni che ci sta arrivando addosso. Vedasi distribuzione della fibra in ogni dove e della velocità di trasmissione che arriverà anche nelle periferie più sperdute.

Libertà di parola o anarchia di parola?

Lo scriveva molto bene Hamilton Santià già a maggio del 2015

Negli ultimi mesi c’è stata un’escalation che, avvenimento drammatico dopo avvenimento drammatico, ha finito per far passare il messaggio – sbagliatissimo – che la «libertà di parola» voglia dire, sostanzialmente, «anarchia di parola». E il significato di tutto questo viene completamente travisato.

[…] Come se porre l’accento sulle contraddizioni nelle nostre architetture di pensiero equivalga alla censura. Come se ogni pensiero fosse lecito in nome della «libertà di parola». Laddove ‘ogni pensiero’ inserisce propaganda nazi-fascista, negazionismo, omofobia, oscurantismo, disinformazione scientifica.

[…] Tutti noi, quando scriviamo un Tweet o uno status su Facebook compiamo un atto politico di cui siamo ‘proprietari’ (se non altro morali). La logica della conseguenza, invece, è ancora tutta da verificare in un paese e in un ecosistema in cui la libertà/responsabilità di parola, critica e di espressione effettivamente la accettiamo solo quando non fa altro che accettare il sistema per quello che è.

Facebook la smetta di fare il poliziotto delle notizie

Di contro, alla lotta alle fake news si affianca il dibattito sulla censura. Controllare i social, infatti, significherebbe attuare procedure di censura decise dall’alto.

Andrea Coccia scrive questo pezzo su lInkiesta Facebook la smetta di fare il poliziotto delle notizie

Credere che spetti a Facebook fare in modo che all’interno della propria piattaforma non vengano condivise bufale è come pretendere che il barista che ti ha fatto il caffé stamattina debba verificare che le chiacchiere che i suoi clienti fanno sono basate su fatti veri o falsi, per poi magari tirare uno scappellotto in testa a tutti i clienti che mentono.

La battaglia di Facebook contro le bufale, lungi dal poter risolvere il problema, rischia di peggiorare le cose. Sì, perché dando agli utenti la possibilità di denunciare i contenuti-bufala, mette un miliardo e mezzo di persone di culture diverse, con preparazioni diverse e competenze diversissime sullo stesso piano. Saremo tutti uguali davanti al pulsante anti bufala, ma in realtà non siamo per niente uguali davanti alle notizie.

Come se ne esce?

La questione fake news e social dunque è molto complessa. Come ho già detto andrebbe affrontata da squadre di studio. Con il dialogo e l’applicazione di soluzioni sperimentali per vedere l’effetto che fa. Dal mio osservatorio di provincia al momento le fake new sono casi studio, accademici. Chi si occupa di informazione dovrebbe fornirsi di redazioni che riportino ad un contesto coerente. Sarebbe necessario riportare il social alla funzione di strumento conversazionale e non solo strumento di diffusione.

Marco Borraccino presentando il libro Misinformation. Guida alla società dell’informazione e della credulità intervista l’autore Walter Quattrocchi. Alla fine del lungo articolo si arriva ad una conclusione.

Dunque è Facebook a generare le bufale? No. Le bufale sono sempre esistite. Oggi però hanno opportunità molto più potenti per divenire virali e diffondersi, perché ogni utente è di per sè stesso un media, con la sua visione del mondo da veicolare e i suoi canali di diffusione a disposizione. La tecnologia ha quindi enormemente accresciuto la necessità di competenze individuali, perché ha conferito a ognuno di noi facoltà inimmaginabili fino a qualche anno fa.

Come se ne esce? Secondo Walter Quattrociocchi e Antonella Vicini, ritrovando il senso più profondo della comunicazione: l’ascolto. Quello che, tornando all’inizio del pezzo, ha portato ad esempio la Fondazione Pertini ad aggiungere alla smentita del meme una postilla affatto banale: “certo è che l’idea di democrazia coltivata da Sandro Pertini era strettamente legata al concetto di governo a servizio del popolo”. Riaffermare la verità per costruire ponti tra le persone, non per dividere tra istruiti e non.

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