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Interviste

Chi vuole cavalli più veloci? Di Raffaella Roviglioni

Questa settimana ho il piacere di presentare il libro di Raffaella Roviglioni, “Chi vuole cavalli più veloci? Allenare ascolto e curiosità nella ricerca con le persone“, libro che uscirà a breve, subito dopo il Summit di Architecta che la vedrà protagonista con un intervento dal titolo “Come si fa ricerca“.

Raffaella Roviglioni, Head of Discovery presso Fifth Beat, è stata già ospite sul blog con una preziosa intervista. In quell’occasione ci preannunciava, senza svelarlo, un progetto su cui stava lavorando. Ed oggi abbiamo saputo che quel progetto era un libro su interviste e ricerca UX.

Quarta di copertina

Scrive Raffaella Roviglioni nella quarta di copertina:

“Voglio spiegarvi la ricerca con le persone e il suo valore in modo chiaro e approfondito. Se ci sarò riuscita, anche chi non è del mestiere ne avrà capito l’importanza; chi ha già esperienza avrà un distillato dei miei dodici anni sul campo. In questo libro non troverete soluzioni facili e liste da spuntare. Vi propongo un percorso di maturità, progettuale e di ricerca. La chiave è l’ascolto: aprirsi alla persone in modalità ricettiva, senza filtri. Impareremo il più possibile su di loro e con loro, e riusciremo a supportarli sempre meglio nei loro intenti.”

Raffaella Roviglioni, libro

È stato bellissimo ricevere da Raffaella la notizia del suo libro e spero davvero che i miei lettori decidano di acquistare il libro anche grazie a questa intervista che ancora una volta conferma la grande professionalità di Raffaella Roviglioni. Una professionista che sa il fatto suo e che lo racconta molto bene!

La prima domanda

Se un/una professionista stesse scrivendo un libro e vorrebbe fare una ricerca sulle persone per sapere come accoglieranno il libro, quale sarebbe la prima domanda che faresti?

Questa domanda temo voglia sondare il futuro, e nel nostro lavoro, la ricerca per la progettazione, non lo facciamo mai. Noi cerchiamo di comprendere la vita attuale e i bisogni delle persone, per introdurre o migliorare prodotti o servizi che li intercettino.

Sarebbe quindi utile, prima di scrivere il libro, fare un’indagine per capire se esiste il bisogno di un libro del genere, per esempio sondare se nell’attuale vita delle persone, professionale o personale, ci siano delle carenze, e quali.

Comunque sia, la prima domanda che facciamo raramente va dritta al punto della nostra indagine: miriamo a stabilire prima un rapporto di fiducia e ascolto. Nel libro lo racconto.

Scrivere un libro

Scrivere un libro è una attività che richiede molto tempo e dedizione. Il libro esce fra qualche settimana e tu lo hai scritto in uno dei momenti storici più difficili per tutti noi. Tra l’altro tu hai iniziato un nuovo lavoro, affrontato nuove responsabilità. Cioè un periodo densissimo. Dai il meglio nei momenti più difficili e complicati?

Al contrario. Ho usato la stesura di questo libro come momento di gratificazione personale, un piccolo rito privato in cui lasciare il mondo e le difficoltà fuori e dedicarmi a qualcosa di bello, che covavo da tempo. Insieme alle lunghe camminate nel parco, ha rappresentato una sorta di meditazione in questo anno davvero molto difficile.

Autopubblicazione

L’autopubblicazione è ormai frequente nel nostro ambiente. Come mai? C’è difficoltà a trovare editori per questi temi, oppure, secondo te, l’autopubblicazione è il futuro della stampa dei libri?

Gli editori nel nostro settore sono pochi, è vero. Quando ho cercato di capire come pubblicarlo, avevo già in mente la struttura e avevo iniziato a scrivere, quindi avevo le idee molto chiare sui contenuti. Ho preferito portare avanti la mia idea del libro anziché doverla discutere con un editore che ci avrebbe probabilmente messo bocca. E poi volevo lavorare con Letizia Sechi come editor, e non me lo avrebbero permesso, probabilmente.

Poi, la scelta dell’autopubblicazione è molto coerente con il mio percorso personale, in cui spesso mi sono dovuta rimboccare le maniche e studiare e imparare da sola.

A me piace l’idea che chiunque, in grande autonomia, possa raggiungere le persone se ha qualcosa da dire. Ma sul futuro dell’editoria non mi pronuncio, non ne so abbastanza!

L’importanza delle interviste

Dici che “questo è il libro che avrei voluto leggere quando mi affacciavo a questo mondo, e non c’era.” Perché, secondo te, siamo qui ancora a spiegare l’importanza della ricerca, dell’architettura dell’informazione, delle interviste. Un decennio non basta a spiegarlo? Quando smetteremo di chiederci cos’è l’architettura dell’informazione?

Penso che dieci anni fa si parlasse di questi temi come di un animale esotico, che avevano visto dal vivo in pochi. Oggi non è più così, ma la differenza è che tutti ne parlano, alcuni li praticano, ma manca ancora una professionalità sufficientemente diffusa. Se dieci anni fa aveva senso fare un testo divulgativo per introdurre il tema della ricerca, oggi penso serva una profondità nel trasmettere il metodo. Io ho provato a fare questo, nel mio libro.

Research Ops

Nella scorsa intervista mi dicevi che ti stai occupando anche di ambiti di Research Ops. Ci racconti qualcosa in più? Spieghi ai lettori cos’è? Nel libro ne parli?

Nel libro ne parlo, soprattutto per quanto riguarda la preparazione della ricerca, ma è una disciplina molto ampia. In estrema sintesi ResearchOps racchiude tutti gli strumenti, i ruoli e le pratiche di supporto ai ricercatori affinché la ricerca si svolga e abbia un impatto. Spazia dalla formazione alla logistica, dai reperimenti agli strumenti di analisi e archiviazione della ricerca, e non si ferma qui.

Nel momento in cui la ricerca si afferma dentro un’azienda, diventa imprescindibile occuparsi anche di questi aspetti e avere persone preparate e dedicate.

Un enorme quantità di risorse ci viene dalla comunità internazionale di ResearchOps, quindi se siete curiosi date un’occhiata al sito dedicato.

Le buone influenze

Il titolo del Summit di Architecta è “le buone influenze” da cosa consigli sia necessario farsi influenzare?

Meno dagli influencer e più dai ragionamenti!

Scherzi a parte, per me, da qualunque cosa o persona che accenda la scintilla della curiosità, che ci spinga ad approfondire, a capire, a studiare. A formarci noi una nostra idea dopo aver imparato le basi.

Come si fa ricerca

Al summit di Architecta avrai un tuo talk dal titolo ” Come si fa la ricerca” e introduci

“La parte meno amata dai clienti, quella per cui non c’è mai budget, quella dove molti si improvvisano, quella più utile quasi sempre. Un focus sulla ricerca qualitativa, e in particolare su come si fanno le interviste.”

Te ne lamentavi anche nella scorsa intervista, manca la professionalità tra chi eroga questo servizio. C’è qualcosa che è frainteso oppure si tratta di pura improvvisazione? Chi sbaglia o chi si vuole avviare al fare ricerca, in maniera corretta, da cosa dovrebbe cominciare?

Si tratta di uno spazio di discussione più che di un talk. Mi piacerebbe ricreare l’atmosfera conviviale degli UX Book Club di un tempo, spero di riuscirci anche da remoto.

Rispetto alla mancanza di professionalità, non saprei dirti se si tratti di improvvisazione o incuria. In pochi si mettono a studiare seriamente come fare bene la ricerca, spaziando fra tecniche, buone pratiche e maturando tanta esperienza.

C’è un’idea diffusa che fare interviste sia facile e accessibile a tutti, purché si abbia un elenco di domande. Ecco, c’è una differenza fondamentale tra leggere delle domande e saper fare delle interviste. Cambia moltissimo ciò che portiamo a casa da queste due situazioni.

Domande e risposte

Marzullo in una sua intervista diceva: In una intervista le risposte vere scarseggiano. E le migliori sono quelle che ti arrivano senza che tu abbia fatto la domanda. Vale anche per la ricerca UX?

Marzullo è un giornalista, e le interviste che fanno i giornalisti sono all’estremo opposto di quelle che facciamo noi per la ricerca: imboccano gli intervistati, guidandoli dove vogliono arrivare loro, mentre noi cerchiamo di far emergere risposte restando il più possibile neutri rispetto a come poniamo le domande.

Le migliori risposte per me sono i racconti, ed emergono spesso spontaneamente se lasciamo parlare le persone e le ascoltiamo con sincero interesse. A volte serve un nostro piccolo stimolo, altre volte no.

Interviste narrative

Nel suo libro, Content design di Nicola Bonora, al capitolo sulle interviste narrative si legge

“La commedia all’italiana è finita quando i registi hanno smesso di prendere l’autobus” queste le parole con cui Mario Monicelli attribuiva allo scollamento dei registi dalla vita reale la causa della fine di uno dei filoni illustri della nostra tradizione cinematografica, quello capace di rappresentare l’anima di un popolo in forma narrativa leggera, comprensibile, godevole, profonda.

La sua lezione ci dice che la narrazione è tale se riesce a creare connessioni attraverso il riconoscimento di sé in un contenuto, toccando le corde più viscerali e istintive delle persone.

Creare un contenuto capace di generare tali connessioni richiede una relazione con le persone, senza la quale l’esercizio diventa altro.

In piena umiltà possiamo fare nostra la sua lezione; il nostro obiettivo potrà avere un carattere più modesto, meno artistico e, ahimé, più veniale ma per noi che dobbiamo creare connessioni tra gli obiettivi di un business e i bisogni delle persone, prendere l’autobus con l’azienda e con i suoi clienti è un gesto tecnico che può farsi forma d’arte.

Ti è mai capitato di raccogliere elementi interessanti in strada, in mezzo alla gente? Se ci sono state, cosa ti ha colpito di queste scoperte?

Faccio un distinguo fra ‘in strada’ e ‘in mezzo alla gente’, partendo da quest’ultima. Tutta la ricerca fatta bene è in mezzo alla gente, possibilmente dove vivono, lavorano, passano del tempo realmente, perché solo immergendoci nella loro realtà possiamo creare quella connessione e raggiungere quella comprensione profonda, utili a far emergere i dati di cui siamo a caccia. Non sempre è possibile fare interviste a casa o in ufficio delle persone, ma è certamente un’esperienza diversa rispetto a parlarci in un laboratorio di ricerca.

Poi, mi vengono in mente due episodi in cui ho lavorato davvero ‘per strada’ per fare ricerca.

Nel primo, durante il corso con Steve Portigal a Barcellona, ho fermato delle persone all’uscita dalla metro perché nel nostro progetto dovevamo indagare la mobilità individuale e ci serviva capire i loro bisogni reali, nel contesto d’uso.

Il secondo, anni prima, durante una Service Design Jam a Roma andai con il mio gruppo a intervistare dei turisti al Colosseo: volevamo anche qui comprendere se c’erano delle frustrazioni e delle necessità particolari su cui fare ideazione di servizi.

In entrambi i casi sono esperienze particolari quelle degli intercepts (appunto, fermare le persone per fare interviste non programmate) e presentano sfide e opportunità diverse da altre tecniche.

La domanda delle domande

Ad una professionista delle interviste, chiedo: c’è una domanda che non ti ho fatto?

“Perché le persone dovrebbero leggere il tuo libro?”

E provo a rispondere.

Ho sintetizzato e strutturato oltre dieci anni di esperienza sulla ricerca, e in particolare sulle interviste, nelle pagine del libro. L’intento è di aver trasmesso non solo un metodo ma delle linee guida, dei modi di pensare, affinché ciascuno si possa cimentare con la ricerca, a vari livelli, nel proprio lavoro, che si tratti di persone alle prime armi o di ricercatori navigati.

L’ho scritto mettendoci il cuore, e spero che tra le righe sia riuscita a trasmettere anche questa passione.

Chi vuole cavalli più veloci?: Allenare ascolto e curiosità nella ricerca con le persone Copertina flessibile Uscita su Amazon – 12 novembre 2021

Un corso sulle interviste narrative

Oltre al libro, Raffaella Roviglioni tiene un corso sulle interviste narrative per UXUniversity.

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