Difficile dare una definizione unica e univoca di user experience. L’ espressione può essere la definizione perfetta della fuffa o, come io credo, l’applicazione di un cambio di paradigma della progettazione.

Cos’è l’user experience?

La user experience (UX) comprende tutte le «percezioni e reazioni che derivano dall’uso o dall’aspettativa di utilizzo di un prodotto, sistema o servizio», secondo la definizione proposta dall’International Organization for Standardization (ISO) secondo cui l’espressione comprende anche «le credenze, le preferenze […], le risposte fisiche e psicologiche, i comportamenti e risultati» che derivano dall’utilizzo.

Di conseguenza

L’UX Design (User Experience Design) comprende quei processi rivolti ad aumentare la soddisfazione degli utenti migliorando la facilità di navigazione e rendendo più intuitiva la consultazione delle pagine web. Il termine è stato coniato negli anni ‘90 da Donald Norman, studioso di scienze cognitive e di psicologia, per indicare un insieme di aspetti che riguardano l’interazione con un prodotto o servizio.

Esperienza vissuta da una persona

l’User Experience non è niente di trascendentale. Al di là dell’anglicismo, la UX è qualcosa di molto pratico e profondo che tocca la relazione che tutti abbiamo con un determinato prodotto o servizio.

In altre parole è lo studio dell’esperienza vissuta da una persona rispetto ad un determinato prodotto e/o rispetto tutto il mondo digitale, rispetto (anche) al nostro vissuto sul web e sui social.

Per me è la conoscenza e l’interesse che un progettista manifesta verso l’essere umano e verso il suo essere “essere umano”. È la risposta alla domanda “Ciò che sto progettando sarà utile? Risponderà adeguatamente alla persona che visiterà il sito che sto progettando?”. È il mettere l’essere umano al centro di ciò che si pensa e si crea.

L’user experience come ricerca della felicità

C’è una battuta molto inglese che dice

Per morire ricchi ci vuole l’Usabilità. Per morire felici ci vuole l’user experience.

L’user experience designer o architetto dell’informazione è alla ricerca della felicità come spiegava Stefano Bussolon al Wiad di Palermo nel 2015. L’user experience, infatti, riguarda le persone in quanto utilizzatori di un servizio ma riguarda anche chi propone servizi, contenuti e prodotti. Riguarda chiunque vuole suscitare emozioni, emozioni positive.

L’user experience come seduzione

Immaginate di dover ospitare qualcuno in casa. Magari qualcuno che volete sedurre o impressionare. Immaginate di voler ricevere una ragazza o un ragazzo per una cena. Quali sono i segnali e i messaggi che volete inviare? Quale impressione volete dare? Avete ripulito casa, messo in ordine la stanza? Mettete in evidenza un libro o un oggetto rispetto ad altri? Ecco. quando state pensando al vostro ospite e non a voi stessi, ecco che state svolgendo una delle attività principali dell’user experience designer.

È qualcosa che facciamo tutti. E questo è l’inganno! Che tutti viviamo esperienze. La maggior parte di noi induce a provare esperienze negli altri. E questo viene facile quando, bene o male, conosciamo l’altro.

Ma se dovessimo ricevere in casa migliaia di sconosciuti e dovremmo accontentare tutti ogni giorno a qualunque ora della giornata. Quando non volessimo irritare nessuno e volessimo dare una buona impressione a tutti, ecco che l’organizzazione della serata diventa un lavoro.

E così nel momento in cui diventa un lavoro stiamo parlando, nel nostro caso, di user experience design e architettura dell’informazione.

L’esperienza dell’altro e non di se stessi

Marco Bertoni in un post politicamente scorretto, a tratti ironico, di cui sconsiglia la lettura a chi ha un’opinione eccessiva di sé, scrive.

L’uso improprio del termine UX, al contrario, ha generato una serie di ridicole semplificazioni, eccone alcune:

Per il programmatore medio UX significa grafica.
Per il cliente medio UX significa a volte grafica, a volte “boh?”, a volte marketing. Non è raro che qualche stakeholder senta il bisogno di migliorare la UX di qualcosa. Se la frase fosse migliorare l’usabilità e l’architettura dell’informazione, la specificità dell’affermazione presupporrebbe la conoscenza del dominio e la necessità di rivolgersi a un esperto, usare il termine UX, invece, consente di sembrare cool senza compromettersi le ferie con il lavoro vero.
Per l’agenzia creativa media UX significa “il tizio sfigato che fa i wireframes”.

Adesso con due lezioni fuffa al corso di design o un master cotto e mangiato, sono tutti esperti di UX, e hanno ragione: perché chi più di noi stessi può essere definito esperto delle proprie esperienze?

La parola UX, quindi, è la grande livellatrice. Ha consentito a chiunque di proporsi sul mercato facendo le solite cose ma sembrando più cool. È il perfetto prodotto di una società superficiale in cui la sostanza è morta e sepolta sotto una coltre di parole inutili.

Ad ogni modo, un documento completo mi è sembrato il pdf in inglese proposto dall’Istituto di ricerca per l’informatica e l’automazione e da cui è tratto buona parte di questo articolo.

Da dove viene l’User Experience?

Si hanno a disposizione molti significati di User Experience o UX.

Una prima definizione che conferma quanto dicevo poco fa arriva da Tom Stewart.

Lo studio della relazione tra le persone e la tecnologia è stata denominata con vari nomi nel corso degli anni: ergonomia del computer, interazione uomo-computer e usabilità. Più recentemente, l si è parlato di progettazione e UX Human centered design.
Il termine User expereince è ora ampiamente utilizzato. Personalmente, non mi interessa come questa zona è chiamata … Quindi io uso il termine User experinece (esperienza dell’utente) per descrivere quello che su cui io lavoro.

Io faccio UX mi pare la definzione delle definizioni.

DEFINIZIONI di UX secondo la norma ISO

Per meglio definire la UX, è utile andare a riprendere alcune delle definiziioni più citate e accreditate.
Prendiamo dunque la definizione ufficiale tratta dalla norma ISO: ISO 9241-210.

Le percezioni e le risposte della persona derivanti dall’uso e / o dall’uso anticipato di un prodotto, di un sistema o di un servizio.

L’esperienza dell’utente comprende, insomma, le  emozioni, le credenze, le preferenze, percezioni, le risposte fisiche e psicologiche, i comportamenti e le realizzazioni che si verificano prima, durante e dopo l’uso. Ma anche l’esperienza che l’utente ha del logo del brand, la presentazione, la funzionalità, il sistema delle prestazioni, il comportamento interattivo, lo stato fisico e mentale dell’utente (anche derivante da esperienze precedenti) attitudini, abilità e personalità. E non dimentichiamo il contesto d’uso.

Definzione di UX secondo UPA

Un’altra definizione di UX (o UE) più europea è questa.

L’user experience design come disciplina riguarda tutti gli elementi che insieme compongono l’interfaccia, tra cui il layout, il visual design, il testo, la marca, il suono, e l’interazione. L’UE lavora per coordinare questi elementi, per consentire la migliore interazione possibile degli utenti.

Usabilità vs UX

Sedia per visite brevissime – Bruno Munari 1945

In alcuni ambienti l’User experience si appiattisce all’Usabilità. Ma chi fa ricerca e chi distingue all’interno dell’user experience numerose professionalità, sottolinea le differenze tra usabilità tradizionale e UX.

La sedia per visite brevissime

Interessante ed esplicativo mi sembra l’articolo di Annalisa Riggio che dopo aver ripreso le definizioni di Jakob Nielsen e Donald (Don) Norman, riprende l’esempio della sedia per visite brevissime di Bruno Munari.

Lavorare sulla UXD di un sito web significa fare tantissime valutazioni che riguardano anche l’usabilità (ma allo stesso tempo la grafica, l’architettura dell’informazione, gli obiettivi e altro). Significa mettere al centro della nostra progettazione l’utente al fine di rendere la sua esperienza di utilizzo soddisfacente e basata sulle sue reali necessità.

La differenza tra Usabilità e User Experience

Sul blog di Boraso ci si è occupati del tema anche di recente.

Cercando di contestualizzare queste definizioni nel panorama web, l’obiettivo dell’usabilità è quello di creare sito e piattaforme fruibili e di semplice utilizzo, mentre quello della UX è quello di fornire una memorabile esperienza all’utente prima, durante e dopo l’utilizzo di una specifica piattaforma.

In sintesi, l’Usabilità fa riferimento alla facilità con cui gli utenti, interagendo con un sito, riescono a raggiungere un obiettivo, mentre la User eXperience valuta la soddisfazione dell’interazione utente con il sito.

E si conclude in questo modo.

Confondere l’UX con l’usabilità è un errore frequente ma, come è stato proposto in questo post, l’usabilità non è altro che uno dei mattoni dell’UX ; esistono prodotti che forniscono esperienze fenomenali ma sono tutt’altro che usabili e, d’altro canto, strumenti estremamente usabili tuttavia non offrono più di quello e non garantiscono una completa e positiva UX.

UX in sintesi

L’UX comprende innumerevoli fattori delle persone. Le loro predisposizioni, le aspettative, i bisogni, la motivazione, l’umore. Ma anche le caratteristiche del sistema progettato, la sua complessità, lo scopo, la funzionalità e il contesto (o l’ambiente) entro cui l’interazione si verifica.

Per riassumere, il concetto di UX mette in rilievo punti di vista personali. Spesso comprende anche aspetti che nel tempo hanno riguardato il marketing, l’arte, le comunicazioni e la psicologia.

Perché l’esperienza utente è così importante?

Per diversi anni, aziende importanti come Google, eBay e Amazon hanno riconosciuto che l’esperienza utente ha un impatto diretto sui risultati economici. Queste aziende non hanno raggiunto il successo per caso. Quotidianamente e costantemente studiano ogni aspetto della propria attività con le persone e i clienti per garantire elevati livelli di soddisfazione.

Su internet, il cliente è il re. I visitatori del tuo sito possono scegliere di abbandonare il tuo sito web in qualsiasi momento. E di solito lo fanno per andare da a un concorrente. E questo accade soprattutto quando la navigazione è incomprensibile o molto più semplicemente non riusciamo a fare quello che il sito prometteva.

Il buon senso ci dice che se i tuoi utenti non riescono a trovare facilmente le informazioni o non riescono ad acquistare i tuoi prodotti, lasciano velocemente il tuo sito web e fanno acquisti altrove.

Econsultancy ha identificato alcuni elementi che per portano con se una buona esperienza utente.

  • L’Aumento delle vendite e delle conversioni online
  • Il miglioramento della percezione del marchio
  • La conquista delle posizioni migliori nelle classifiche di ricerca Google
  • La riduzione dell’insoddisfazione e del disagio del cliente
  • Riduzione dei costi di sviluppo e supporto.

Conclusioni

Che ancora oggi si debba discutere sulla definizione di UX è comunque qualcosa di normale. Intanto perché ancora oggi il termine è riconosciuto ancora da troppo poche persone. E poi perché, come accade per molti campi multidisciplinari, la UX è in pieno divenire.

C’è chi se ne appropria in modo vanaglorioso, come dice Bertoni “per sembrare più cool”. E c’è chi, invece, a fatica sta lottando ogni giorno per far comprendere che ci sono altri modi di progettare un sito web.

In questo senso la UX offre tantissime opportunità per la ricerca e offrirebbe tantissime occasioni di ricerca collaborativa. Se non accade è perché la crisi nelle nostre tasche è ancora forte. E piuttosto che collaborare e crescere insieme si preferisce sgomitare in un mercato ancora troppo piccolo per sfamare tutti. Ma questo è un altro discorso.

User Experience del futuro

Il futuro dell’User Experience può davvero essere un cambio di paradigma. Tanto che a mio parere potrebbe essere davvero l’evoluzione di un secondo umanesimo. Un umanesimo 4.0 dove l’uomo è visto sotto gli aspetti politici, sociali, comunicativi, artistici, fisiologici, psicologici, antropologici, etc.

Un altro mondo è possibile. Un altro mondo con al centro l’essere umano è, ogni giorno che passa, sempre più auspicabile.

Le discipline comprese nell’user experience

Per concludere vi mostro nel grafico di seguito le discipline che stanno all’interno dell’User experience. E sottolineo quanto peso ha al suo interno l’architettura dell’informazione.

La prossima fase dell’User Experience

da Toni Fontana | Set 3, 2018 |

Quale futuro dell’User Experience ci aspetta? “La prossima fase dell’User Experience” non è un titolo che mi sono inventato io. Ma è il titolo di articolo della rivista online fastcodesign. Chi mi segue da tempo, sa benissimo, che in questo blog non sono mai stato auto celebrativo e che semplicemente e umilmente mi sono messo a studiare un argomento che solo tre anni fa era come fantascienza ed oggi è piena realtà.

Di cose già dette e scritte

Parlare del futuro dell’user experience comporta seguire sentieri non battuti e significa anche essere soggetti a critiche; o prendersi le battute degli scettici. Però chi mi legge sa che io preferisco parlare delle tendenze. Credo che chi guarda in profondità il web, come fanno gli architetti dell’informazione, ogni tanto, debba essere un po’ visionario.

In fondo se non avessi guardato al futuro con fiducia oggi non sarei qui a scrivere di un argomento attualissimo.

Ho sempre pensato all’User experience come cambio di paradigma. In questi anni ho scritto articoli come La nuova interfaccia utente non è l’interfaccia utente. Ma ho scritto anche in termini critici e dubbiosi dando spazio a scettici come Tony Aube che parlava di interfacce del futuro. Ho osservato che le interfacce del futuro saranno interfacce ibride (passatemi il termine).

Niente false promesse

Ancora ci sono dubbi, mille domande. Ma dove di dovere stanno lavorando alle risposte. E se è vero che in Italia non si avrà la tecnologia o la disponibilità di creare lo smart speaker del futuro, da qui, da questo blog, possiamo far partire idee, sollevare dubbi o possiamo semplicemente ragionare.

Che le interfacce conversazionali siano la nuova tendenza nel design dei prodotti digitali è un dato di fatto. E questo nasce dal fatto che gli assistenti vocali od anche i semplici chatbot possono diventare il centro delle nostre case o delle nostre vite, aprendo e chiudendo una serie di applicazioni adatte per la nostra casa o sul nostro smartphone.

Futuro dell’User Experience

Ho già scritto di come l’UX frena lo sviluppo degli assistenti vocali. La prossima fase dell’UX nascerebbe dunque da una domanda. Cosa succede se il bot ci annoia o se ci fa perdere interesse? Nelle interfacce conversazionali, la personalità è la nuova UX.

Autori e interpreti hanno evocato personalità artificiali per millenni. È logico che siano all’avanguardia nella progettazione di nuove interazioni software.

“Vogliamo che le persone si divertano a gestire il nostro software, ma ora abbiamo una tavolozza molto limitata con cui progettare l’esperienza”, afferma Ben Brown, co-fondatore di Howdy, un chatbot “digital coworker” che viene eseguito all’interno dello strumento di comunicazione dell’ufficio Allenta e automatizza le cose come riunioni sullo stato del progetto e prendere ordini di pranzo.

“È quasi l’ultima sfida per il design digitale, perché nella maggior parte dei casi non si ha il controllo di ciò che sembra. Come puoi far bollire l’intera esperienza dell’app in due righe di testo? Non c’è nient’altro sullo schermo ma quello. “

Lo sforzo tecnico, la tecnologia si va via nascondendo. E, lo ripeto ancora una volta, l’interesse delle aziende di sviluppo è quello di inserire servizi all’interno degli assistenti vocali.

In primo luogo, ripensare il “designer”

Quando la parte grafica non sarà più la parte principale, i requisiti di base per la progettazione di un robot diventeranno radicalmente diversi.

Ed oggi nel mondo dei designer sono entrati a far parte artisti performativi, autori teatrali, radiofonici, sceneggiatori. E tutta questo con buona pace di chi pensa che l’User Experience design sia una nicchia. A mio pare non è così. E come chi si occupa oggi del micro copy di moduli e bottoni, così questa nuova generazione di designer sta entrando nel nostro mondo di progettisti.

A chi ci rivolgiamo?

Dispositivi come Google Home sono e saranno oggetti con cui parliamo. E noi designer, così come le persone comuni dobbiamo chiederci, o meglio, avere consapevolezza, “a cosa stiamo parlando?”

L’assistente vocale del futuro sarà più simile ad HAL del film 2001 Odissea nello spazio? Oppure sarà più vicino a Samantha del film HER? O ancora, sarà più simile a R2-D2?

Cosa combina Facebook?

Facebook M, ad esempio, un chatbot per l’assistente personale che vive nell’app Messenger di Facebook, vuole che sia trattato come un genio digitale che può fare qualsiasi cosa, dalla prenotazione di un tavolo al ristorante all’acquisto di un’auto.

Non vogliamo limitare le persone ai tipi di cose che chiedono a questo punto.

Afferma Jeremy Goldberg, product designer del team M.

Può essere incredibilmente personale e vogliamo che costruiscano una relazione con esso.

Come se fosse un “dio in una scatola”:

L’evidente impegno di Facebook nel creare un UX genio è così rigorosa che Goldberg non descrive come M risponde (o meglio, come non risponde) quando non può fare qualcosa. È letteralmente un yes man. Tanto che, per il momento, quando non sa qualcosa fa ricorso all’aiuto dell’uomo.

Oltre a Facebook c’è di più

Ma non c’è solo Facebook. Un altro assistente intelligente è Howdy che ha un approccio opposto.

“Vediamo davvero Howdy come un droide astro-mech [di Star Wars]”, dice Brown. “R2-D2 è il droide di Luke Skywalker, ma puoi avere il tuo, ognuno con le sue stranezze e le cose uniche che ha imparato e che hai insegnato.” A proposito, Brown e il suo team hanno creato una personalità a metà strada tra R2 -D2 e TARS, il robot a forma di monolite di Interstellar. “Un elemento fondamentale per la personalità del nostro robot”

Ma c’è anche il bot di pianificazione delle riunioni di X.ai (di nome Amy o Andrew a seconda delle preferenze) che, per esempio, non è autorizzato a utilizzare pronomi di genere. I progettisti del bot, infatti, non vogliono che un utente si possa offendere. Così come non vogliono che il bot sia troppo invadente. Per questo, bastano poche parole, come “zitto!” O “stai zitto”, per spegnere il bot.

Architettura dell’informazione conversazionale

Se una nuova generazione di designer faranno il loro lavoro, la via è già tracciata. Le persone non abbandoneranno il bot.

Perché se è vero che in alcuni casi la gente sbaglia e litiga con gli assistenti vocali, che non ascoltano o non capiscono, le persone inviano anche segnali di cortesia agli assistenti vocali. E questo fa ben sperare.

Il software deve fare un buon lavoro, perché la gente sa che è un robot, ma sente ancora il bisogno di dire grazie.

E secondo te? Quale futuro dell’User Experience ci aspetta?


Errori di usabilità

da Toni Fontana | Mag 25, 2016 |

Quali sono gli errori di usabilità più frequenti presenti nei siti Web? Più che dei veri e propri errori si tratta di dimenticanze o di sottovalutazione di alcune problematiche.

Alcuni degli errori più frequenti nella progettazione dei siti Web sono:

  • Dimenticare a quale tipo di utente, persona, lettore, ci si sta rivolgendo. Chi è? Cosa fa? Perché deve venire sul nostro sito? Cosa deve venire a fare sul nostro sito? Quale comportamento deve tenere una volta atterrato sul sito? Lo abbiamo già detto: la progettazione di un sito web o di un prodotto deve mettere al centro l’utente. Una progettazione utile deve seguire l’user centered design.
  • Dimenticare quale sia l’obiettivo che si vuole raggiungere con il sito. Un sito che vende un prodotto è diverso da un sito che racconta un prodotto. E la diversità non è solo grafica.
  • Sottovalutare il problema della velocità di caricamento del sito, la pesantezza delle immagini e dei contenuti multimediali. Non sempre è facile, la richiesta da parte dei committenti di inserire gallerie di immagini e la bassa qualità di certi server, non aiuta. Si può cominciare dallo stabilire misura e peso delle immagini.
  • Eccedere nell’uso di GIF animate ed animazioni con flash. Adesso pare che sia passato di moda e l’introduzione dell’user experience sta portando anche coloro che creano siti web senza progettazione ad allargare i propri orizzonti.
  • Non tenere presente le caratteristiche dei diversi browser o dei diversi sistemi operativi usati dagli utenti. Penso che nessuno possa prescindere da Google e Google Chrome o da Apple e Safari, anche se si usa come browers predefinito Firefox o altro. Sarebbe un errore che si pagherebbe con l’introvabilità.
  • Infine, sottovalutare l’importanza del contenuto, di quello che si scrive e del valore che deve avere ciò che si scrive. Le discussioni su quanto lungo o breve debba essere un articolo non valgono nulla se il contenuto manca di valore. Il contenuto di valore è tra le cose più importanti di un sito web, almeno importante come la sua struttura che ci permette di trovarlo.

User Experience. Buzzword o cambio di paradigma?

da Toni Fontana | Mag 8, 2017 |

L’user experience, in Italia, sta ad identificare una parola di moda oO una rivoluzione del modo di progettare? Si tratta di una Buzzword o di un cambio di paradgma? Il dubbio assale un po’ tutti.

User experience in breve

Qui parliamo di User experience come definizione.

E possiamo ripetere, in sintesi, che l’User Experience non è niente di trascendentale. Al di là dell’anglicismo, la UX è qualcosa di molto pratico e profondo che tocca la relazione che tutti abbiamo con un determinato prodotto o servizio. Qualcuno ha identificato la UX come un grande ombrello che copre tante discipline.

Insieme, tutte queste discipline, se lavorano bene, convergono nella felicità e nella soddisfazione degli utenti. L’obiettivo dell’architetto dell’informazione è proprio la ricerca di questo senso di appagamento da parte delle persone che hanno a che fare con un prodotto o un servizio. Se tu sei felice, l’architetto dell’informazione è felice perché ha fatto al meglio il suo lavoro.

Per il momento vi basti questo. E chi ha già conoscenze di UX mi perdoni per la semplificazione.

User Experience è una Buzzword?

È chiaro che sia un vero peccato che ci siano professionisti che, al momento, usino la parola user experience come fosse una buzzword, una parola di moda e non un cambio di paradigma, qual è.

Per scrivere gli articoli di questo blog leggo molti articoli sul web. E così ho la possibilità di osservare molti professionisti. La maggior parte sono persone che hanno esperienza di lungo corso. A volte un po’ schiacciati dalle nuove tecnologie e dai giovani che incalzano. Altre volte, invece si tratta di impiegati divenuti freelance con la voglia di riscatto perché hanno un maggiore successo adesso rispetto al passato.

Quindi non sto qui a giudicare il lavoro di nessuno. Ognuno, penso, fa quel che può, al meglio delle proprie capacità. Ed è giusto che sia così. Quello che mi piacerebbe trasmettere in questo articolo è semplicemente l’importanza di questa nuovo approccio e magari incentivare chi mi legge a scoprire le fondamenta dell’approccio. O almeno, le fondamenta che mi hanno affascinato personalmente e in cui io credo.

Il grande inganno della UX

Marco Bertoni, qualche settimana fa scriveva (oggi l’articolo è stato cancellato) un articolo che parlava proprio di questo.

Un post politicamente scorretto, a tratti ironico, che contiene moltissimo olio di iperbole. Ne sconsiglio vivamente la lettura a chi ha un’opinione eccessiva di sé.

Dobbiamo certamente metterci d’accordo su cosa sia un’esperienza e cosa sia progettare un’esperienza. Nel senso che non possiamo pensare che tutto fa esperienza (come un tutto fa brodo) e dobbiamo tenere presente che l’esperienza umana è una cosa talmente complessa che per progettarla, la Natura, ci abbai impiegato migliaia di anni.

Bertoni racconta di come sia cambiato in questi anni il mondo del design e della comunicazione. E inizia una riflessione sui job title che si vedono in giro. Spiega come molte vecchie figure si siano riciclate aggiungendo la dicitura di strategist, specialist, technologist, innovation. Senza dimenticare i tanti “boss di me stesso”.

Oggi viviamo l’onda lunga degli user experience e dei data scientist, per citarne due che conosco bene. A giudicare dall’hype dell’ultimo anno sull’intelligenza artificiale, mi aspetto che i primi AI experience architect siano già nascosti tra le pieghe di LinkedIn.

A causa di questo incessante processo memetico, assistiamo impotenti al furto quotidiano del significato di alcune parole. Parole che, ieri, rappresentavano un dominio preciso e competenze conquistate combattendo la lunga guerra dei meeting inutili, ora sono ruoli prêt-à-porter, da indossare o togliere a seconda dell’occasione.

Marco Bertoni prosegue

Il grande inganno della UX è aver generato l’illusione che, per essere un designer, fosse sufficiente aggiungere una X al proprio job title.

User experience come cambio di paradigma?

E, infatti, non basta aggiungere una X, ma è necessario, proprio come ci dice la definizione di paradigma, aderire a

quel complesso di regole metodologiche, modelli esplicativi, criteri di soluzione di problemi che caratterizza una comunità.

Il cambio di paradigma, dunque, non sta nel fatto che io o altri diciamo che ci occupiamo o meno di user experience. Non lo prescrive il medico o il commercialista di occuparsi di UX. Anzi. Probabilmente si fa un ottimo lavoro e si fa ottima user experience anche senza saperlo. Il cambio di paradigma sta nella pratica quotidiana del servizio.

Ovviamente, siamo così certi che siamo tutti esperti UXDesigner? Nessuno si senta derubato di qualcosa quando un altro professionista scopre l‘User Experience dall’oggi al domani e comincia a praticarla. Aderendo, non per moda, ma proprio per vero convincimento. Nessuno si senta esclusivista di quella X, insomma. Tanto più che scegliere di diventare UXDesigner non è una scelta facile.

Il cambio di paradigma sta nel come

Il cambio di paradigma, a mio modesto parere, sta nel COME ci si occupa di user experience. Che tipo di domande si pone il professionista che siamo noi stessi o che abbiamo di fronte? Quali risposte ci diamo? Quale comunità frequentiamo? Che tipo di procedure seguiamo? Come si sentono i nostri clienti nel lavorare con noi? Riusciamo a fare capire la differenza tra un vecchio modo di lavorare e un metodo moderno che guarda al futuro? A quali valori è legato il professionista che siamo? A quali progetti aderiamo? Quale etica si segue e persegue? Quale senso o quale significato trasmettiamo con il nostro lavoro?

Sono domande che pongo principalmente a me stesso, nella speranza di poter affermare l’user experience in Italia e le metodologie dell’architettura dell’informazione come cambio di paradigma. Appunto.

Ma sono domande, a mio modesto modo di vedere, che ciascuno di noi, qualunque mestiere o professione svolga, si dovrebbe chiedere. Domande per affrontare il futuro con strumenti e metodi contemporanei.


User Experience Vs Caso

da Toni Fontana | Nov 6, 2015 | 

Cosa accadrebbe se mettessimo a confronto l’user experience sonora con l’audio casuale di un alto parlante? La domanda messa così sembrerebbe avere una risposta ovvia.

Il confronto sarebbe tra uno studio approfondito sull’utente che ascolta un determinato suono/annuncio o vive una certa esperienza e la casualità del suono e del “speriamo che l’utente senta o capisca qualcosa”; tra il rivolgersi ad uno specialista e il chiedere al primo passante in strada un parere dettagliato su un argomento qualsiasi.

Dispiace, in fondo, che in Italia ci sia grandi architetti di statura internazionale e poi ritrovarsi a non trovare su un sito web le informazioni che cerchiamo; a non capire annunci acustici di particolare importanza.

User Experience Vs Casualità

Ma torniamo a noi, al nostro confronto tra User Experience contro Casualità.

Vi ripropongo l’audio che ho postato qualche settimana fa per dimostrarvi l’incomprensione di un annuncio di imbarco registrato in un terminal italiano. Ascoltatelo o riascoltatelo. Dura meno di un minuto.
https://www.youtube.com/embed/8bYHqdnLXUI
Se lo avete riascoltato, così come la scorsa volta, sono certo che avrete sentito in sottofondo la suoneria di uno smartphone.

Quando in aeroporto ho registrato questo annuncio, volevo semplicemente dimostrare l’incomprensibilità di quanto veniva detto dalla hostess e a pensarci bene, quando ho riascoltato l’audio registrato quel telefonino mi diede fastidio perché “rovinava” quanto io volevo registrare in modo “pulito”. Ma il mio pensiero restava fisso sull’argomento e non ho voluto porre l’accento sull’unico suono chiaro di quella registrazione.

La musica e il suono del cellulare sarà risultato familiare se non a tutti, almeno alla maggioranza dei lettori di questo blog. Tanto familiare che, se non il modello, certamente in molti ne riconoscono la marca.

I brand che si occupano della produzione di smartphone hanno ben presente l’importanza dell’user experience e dell’user experience sonora tanto che sono attrezzati con laboratori di ricerca che si occupano di questa specifica esperienza sonora dell’utente. Forse non ci avete mai pensato perché si tratta di suoni e non di immagini ma la costruzione di un audio-logo ha la stessa importanza di un logotipo, di un logo grafico. Tanto è vero che l’audio logo si declina o varia per la definizione acustica di chiamate, messaggi e notifiche varie.

Suono come quarta dimensione dell’ UX design

Quando Christian Cantrell parlava del “suono come quarta dimensione dell’ UX design“, di cui parlavo all’inizio della mia avventura, Cantrell affermava proprio la necessità umana del silenzio quanto del suono e concludeva affermando che lo studio di questo suono ci porta si a conoscere lo strumento ma anche noi stessi.

Quando un nostro dispositivo è troppo silenzioso ci chiediamo se funzioni ancora. Ci preoccupiamo quando non riceviamo chiamate o notifiche varie (avete presente il tic di chi schiaccia ripetutamente lo smartphone?). Il rapporto con uno smartphone o altro dispositivo è un rapporto sempre più intimo e fisico e quindi anche sonoro.

L’allarme con cui preferiamo svegliarci, lo snooze, la suoneria che decidiamo di usare o che scartiamo, la musica o il suono che decidiamo di associare a una determinata persona, l’optare per la vibrazione o il silenzio del cellulare rientrano tutte tra le possibilità e scelte sonore che il brand ha studiato per noi.

User Experience Sonora e sound brand

Quindi è chiaro che l’User Experience Sonora, lo studio delle sonorità contro la casualità del citofono del terminal, vince! Anzi, stravince! Nell’audio che vi ho proposto l’unica cosa che si sente forte e chiaro è lo squillo di quel cellulare, l’unica cosa che la nostra mente percepisce è un logo sonoro, un sound brand, una marca. Un brand che si fa pubblicità e che entra nell’esperienza di chi ci circonda con un semplice fischio.

Quali implicazioni?

Pensate dunque alle implicazioni che questi studi esercitano su tutti noi!

Quale suoneria avete scelto per il vostro smartphone di ultima generazione? Un vecchio e nostalgico trillo? O una suoneria polifonica? E per quali persone avete dedicato del tempo nella ricerca di una musica più identificativa?

A cosa pensate?

Riflettete su quanto questi suoni identifichino principalmente voi: come nostalgici di antichi suoni, semplici, giovani, futuristi, amanti della classicità, alla ricerca di suoni new age e antistress o quant’altro voi sentiate.

E quando la gente pensa a voi, pensa ad un suono? Ad una suoneria? Ad una musica in particolare? Pensate se ad un determinato suono milioni di persone pensassero ad un determinato brand e ad una determinata esperienza!

Ah, accade così?

Ecco!


Architettura dell’informazione sonora: la nuova frontiera dell’UX

da Toni Fontana | Gen 25, 2016 |

L’architettura dell’informazione sonora è la nuova frontiera dell’User Experience e a confermarlo sono due articoli molto interessanti che presentano la progettazione di chatterbot come la frontiera futura dell’User Experience.

Il primo articolo è di Fredic Paul* dal titolo The new UX frontier: Designing voice-controlled virtual assistants

Il secondo articolo è di John Pavlus** dal titolo The Next Phase Of UX: Designing Chatbot Personalities

Riporto su questo post i punti di rilievo.

Interfacce sonore

In entrambi gli articoli si mette in rilievo l’importanza sempre crescente di costruire interfacce uomo macchina che favoriscano il controllo della macchina. Se poi parliamo di smartphone e dei normali schermi da tablet i comandi vocali, diventano di primaria importanza.

“Gli assistenti virtuali come Siri di Apple, Google Now, Cortana, Facebook M, ed Echo di Amazon sono esempi tutti ben noti, ma sono solo la punta dell’ iceberg. Versioni più specializzate di questo tipo di interfaccia sono utilizzati in ogni cosa, dai sistemi di posta vocale a Chatbot su applicazioni.”

Il fatto che non si usi lo schermo, o i pulsanti o i tasti fisici, non significa che si rinunci ai requisiti di eleganza e di facilità d’uso. Anzi, i principi di progettazione dovranno semmai essere arricchiti con fattori inerenti l’audio e il contesto.

Secondo l’ interessantissimo articolo di John Pavlus pubblicato su Fast Company, le cosiddette “interfacce di conversazione” sono “la nuova sfida nella progettazione dei prodotti digitali.”

Si sta parlando di chatterbotsoftware progettati per simulare una conversazione intelligente con esseri umani tramite l’uso della voce o del testo. Generalmente vengono utilizzati per l’esecuzione di sms o messaggi predefiniti, ma la loro evoluzione, accanto all’intelligenza artificiale, è audio sonora.

Creare una personalità

Pavlus sostiene che ciò che è difficile è

capire, in tempo reale, come il chatterbot si comporterà durante la conversazione, in altre parole, quale sarà la sua personalità.

Non si tratta di creare un aspetto grafico definito, si sta costruendo una personalità che si esprime attraverso le parole e in futuro si dovrà anche esprimere con un tono e con delle espressioni.

Pavlus nel suo pezzo intervista Ben Brown co-fondatore di Howdy un”digital coworker” , un chatterbot “un collega digitale” che viene eseguito all’interno dell’app Slack e automatizza alcune operazioni come le riunioni di progetto o come prendere ordini per il pranzo. Dice Brown:

“Vogliamo che la gente provi piacere nel conversare con il nostro software, ma ora abbiamo una tavolozza molto limitata con cui progettare l’esperienza,” -“E’ ormai l’ultima frontiera per la progettazione digitale. Come si può far assaporare l’intera esperienza di applicazione in due righe di testo?”

Lo sforzo tecnico per ottenere un bot installato e funzionante si sta facendo strada. Gli assistenti vocali si evolvono e ogni giorno possiamo sentire e provare il loro progresso. Entro 5 anni avremo macchine autonome e intelligenti, e sempre più centri scientifici si stanno rivolgendo all’intelligenza artificiale.

Creare metafore

La metafora è fondamentale per un User Experience di successo come la nozione di un “desktop”  lo è per l’interfaccia utente grafica.

La metafora è importante perché stabilisce le aspettative

I riferimenti sembrano, al momento, rifarsi ai personaggi cinematografici e ciascuna metafora porta alla realizzazione di un progetto diverso. Pensiamo all’ HAL di 2001 Odissea nello spazio? O a Samantha di Her ? Pensiamo ad un dio onniscente smaterializzato e personalizzato dentro un box oppure pensiamo a R2-D2 di Star Wars?

Facebook M, l’intelligenza artificiale che si trova all’interno di Facebook Messenger è pensato come un genio digitale in grado di fare qualsiasi cosa, dal prenotare un tavolo ad un ristorante, all’acquisto di un’auto. Tanto che non si vuol prevedere che dica di non sapere. E a dirlo è Jeremy Goldberg, un product designer del team di Facebook M.

Vogliamo che le persone possano chiedere qualunque cosa, senza alcuna restrizione. Vogliamo che gli utenti costruiscano una relazione con esso.

Altro approccio invece ha Howdy, che prevede anche la possibilità di non rispondere, di non sapere, la sua metafora è più vicina a R2-D2 o a TARS di Interstellar.

3 cose che (al momento) il bot non deve fare

Indipendentemente da quale sia la metafora guida dietro la personalità di un bot, i modelli di base che governano la sua interattività sono ancora in fase di elaborazione. Ma tre cose sembrano chiare a tutti e cioè quello che il bot non deve fare:

  1. Non fare domande retoriche. La gente potrebbe avere l’istinto di rispondere.
  2. Non deve utilizzare pronomi di genere. Non si vuol fare confusione e fare errori dozinali
  3. Non deve nascondere il tasto di chiusura della conversazione. Le persone vogliono interrompere di colpo le conversazioni spiacevoli

E chi dovrà e potrà progettare questa aspetto?

Ripensare la figura del UX Designer

C’è da ripensare alla figura del “designer” dice Pavlus.

Quando non si schiacciano più i pixel, le normali competenze di base per la progettazione di un bot cambiano radicalmente.

Howdy, il cui bot colpisce per il suo tono informale e leggermente irriverente ha sul libro paga un romanziere / satirico / ex-improvvitatore-comico come Neal Pollack . Mentre X.ai, altra startup il cui bot intelligente si occupa di organizzare riunioni via mail,  ha nominato, a capo dell’ interaction disegner per l’intelligenza artificiale, Anna Kelsey, una ragazza che ha studiato mitologia e direzione teatrale. “L’idea di creare un personaggio, e pensare tecnicamente il modo in cui le persone reagiscono e rispondono a determinate parole o a gruppi di parole è stata un’idea che ho avuto fin dal college” dice Kelsey.

Si ha ancora il bisogno di capire come si desidera che la macchina appaia all’utente … di stabilire una personalità per esso. Ma bisogna anche camminare su una linea sottile tra la finzione di essere un essere umano e di far riconoscere la realtà all’utente e cioè che sta conversando con una macchina.

Architettura dell’informazione sonora

Una nuova professione si sta facendo strada. Una disciplina è ai suoi albori. E le competenze necessarie sono quelle più umanistiche e più legate all’User Experience. Chi sta facendo da apripista sta facendo un ottimo lavoro.

Dice Kelsey,

“Che il software stia facendo un buon lavoro lo si capisce dal fatto che nonostante le persone sanno di parlare con una macchina sentono ancora forte la sensazione di dover dire “Grazie!”

I due autori, ovviamente, stanno parlando degli Stati Uniti, ma la nascita di questo blog conferma che l’interesse dei professionisti dell’User Experience c’è anche in Italia. E le sfide sono comuni!

*Fredric Paul è redattore capo per il New Relic, Inc., ed ha ricoperto posizioni di rilievo in ReadWrite, InformationWeek, CNET e PC World.

** John Pavlus è uno scrittore focalizzato sulle scienze, tecnologie e design. Ha scritto per Wired, New York, Scientific American, Technology Review, BBC Future, e altre riviste. Ha anche realizzato video web originali per le maggiori compagnie media come Conde Nast, NPR, Slate, Nature Publishing Group, and The New York Times Magazine through his production company, Small Mammal.


Cos’è l’user experience secondo te?

da Toni Fontana | Mag 13, 2019 |

Le domande che animano spesso architetti dell’informazione e progettisti si ripetono periodicamente. Spesso, ritornano domande come queste.

Il dibattito si anima facilmente. Qualcuno prova a dare una risposta, qualcun’altro bacchetta le risposte sbagliate, altri ancora mettono una pietra tombale sull’argomento con la propria autorità.

La sensazione però è sempre la stessa. Quella di non riuscire a farsi capire da chi questa disciplina non la pratica e magari ne ha un gran bisogno.

Gruppo usabilità e architettura dell’informazione

Sul gruppo facebook usabilità e architettura dell’informazione, Stefano Bussolon, ogni tanto torna a fare questa domanda ai membri del gruppo. Essendo lui uno psicologo, credo che lo faccia per analizzare, risposte e reazioni. Ma anche per osservare come si evolve la risposta.

Nel 2015 Stefano propose un sondaggio

Che cos’è, secondo te, la user experience?

  • Essere user friendly
  • la conseguenza del fatto che gli sviluppatori sono misantropi
  • Il motivo per cui gli sviluppatori sono tutti misantropi

UX? Un’etichetta felice

Maurizio Boscariol come risposta ripropose un vecchio articolo che però resta tra i fondamentali. L’articolo comincia così.

La User Experience è la parola nuova nell’ambito della progettazione web da ormai qualche anno. E’ diventato un termine onninclusivo, che a seconda dell’interlocutore, sembra contenere l’architettura dell’informazione, l’usabilità, la grafica, il marketing, il project management, e chi più ne ha più ne metta.

La sensazione è che User Experience sia un’etichetta felice, ma che non sia chiaro nemmeno a tutti i suoi praticanti di che si tratti. A rafforzare la sensazione c‘è la considerazione che non si tratta di una disciplina con portati dalla ricerca scientifica (a differenza dell’ingegneria dell’usabilità, che vanta filoni di ricerca nella Human-Computer Interaction), né con pratiche progettuali ad hoc (come invece vale per l’architettura dell’informazione, che in card sorting, content inventory, costruzione di dizionari controllati ed altro ha un armamentario di elezione).

e conclude

La UX è un nome che molti (in particolare molti Project Manager, ma non solo) ritengono fuffoso, ma tutti riconoscono che è un “ombrello” che si occupa di attività importanti o molto importanti. In Italia pare tuttavia esserci (per quel che può testimoniare il nostro piccolo campione) un ventaglio di esperienze non positivo con i professionisti che operano in questo settore: vengono giudicati poco credibili o poco professionali.

L’UX secondo me?

Simone Borsci sostiene che

non esiste una “UX secondo me”, ci sono documenti come ISO 92411-210 e il UX white book che inquadrano il senso, il significato e le metodologie di analisi della UX.

Maurizio Boscarol precisa

D’accordo con Si Mone Borsci. Infatti il mio questionario era sull’autopercezione e non includeva una possibile definizione. Ma magari può essere interessante vedere come gli UX practitioners si autodefiniscono… 😉

Spiegare l’UX ai clienti

E infatti, alla fine, il problema non è tanto spiegare cos’è l’User eXperience secondo te, ma come spiegare la UX. Come spiegarla ad un cliente.

Si Mone Borsci risponde ancora che si tratta di una domanda da un milione di dollari…

Interviene, allora, Sergio Venturetti

É un po’ come chiedere a dei professionisti del settore turismo “cosa é per te l’accoglienza?”… Vediamo, in una frase azzarderei: la capacità di farmi vivere un’esperienza piacevole mentre porto a termine un compito con successo.

Stefano instilla il dubbio che dato le poche risposte ci sia confusione nei clienti e nelle agenzie, perché noi stessi (professionisti del settore) non sappiamo definire bene la cosa.

Progettare esperienze?

Raffaella Roviglioni

Cosa sia non mi ci metto nemmeno, come la spiegherei ai clienti è proprio un’altra cosa.
Mi piace la definizione data da Raffaele Rainwiz alla Social Media Week e citata da Alberto Mucignat nel suo blog, ma dubito che i tutti i clienti sappiano cosa sia un touchpoint.

Quindi forse direi che possiamo progettare l’esperienza del vostro cliente se lo osserviamo e interpelliamo nel suo mondo per capirne i bisogni, e se lo coinvolgiamo nelle fasi progettuali per validare i nostri passi.
Boh, my five cents!

Antonella Porfido

E’ una definizione inventata da qualcuno che doveva vendersi meglio. E’ qualcosa che funziona senza che nessuno se ne accorga.

L’UX secondo Andrea Resmini

Cos’è l’User eXperience secondo te, Andrea Resmini al volo

la user experience è l’insieme delle interazioni e relazioni che una persona attiva con un prodotto o servizio. E’ di solito un flusso e soggetto a cambiamenti dovuti all’uso, al contesto, alla familiarità. (etc). Lo user experience DESIGN è quell’insieme di preoccupazioni progettuali, metodi, strumenti, teorie e parafernalia vari (provenienti da altri campi e/o discipline) che ha come obbiettivo quello di creare e/o migliorare questo insieme di relazioni.

Di fatto, quando saremo passati ad altro e avremo finalmente ricondotto i vari “design” al “Design”, ci accorgeremo che UXD era una risposta ai bisogni emersi con la diffusione del digitale ed ai problemi connessi (intendo, un “momento” nella lunga tradizione del design).

Salvatore Larosa

Andrea Resmini la definizione che dai mi piace in quanto è “integrale/integrata” rispetto al mondo del service design. Secondo voi in una struttura che si occupa di “design di prodotto/servizio” i due mondi dovrebbero convergere?

Andrea Resmini

Salvatore, che i due mondi (prodotti / servizi) siano abbondantemente convergenti io e Luca Rosati lo abbiamo scritto per la prima volta nel 2009 e ribadito nel 2011 in Pervasive IA (coincidentalmente, anche Don Norman sosteneva un’opinione simile nel 2009, nel caso servissero voci piu’ autorevoli). Dal mio punto di vista che guarda alle discipline (non al lavoro pratico di un’agenzia), IA, SD, UX, IxD, sono punti di vista diversi su di uno stesso dominio.

L’UX che aiuta

Marco Pesani

Io dico sempre al cliente che lo aiuteremo a creare dei prodotti che la gente vuole davvero usare e, di conseguenza, comprare. Non è accuratissima ma, passato il concetto, ci lasciano carta bianca 😛

Luca Rosati

Salvatore Larosa Ciao! Sulla relazione-convergenza fra service design e UX design cf. http://www.uie.com/articles/service_design/ (purtroppo oggi il link non porta da nessuna parte) Ecco perché io preferisco parlare di design dell’esperienza tout court.

Conclusioni

https://youtube.com/watch?v=SKqupoFem70%3Ffeature%3Doembed

Chissà se queste definizioni, date dai maggiori esponenti dell’User experience italiana vi abbiano chiarito il concetto.

Io devo ammettere che un po’ ci ho rinunciato. Nel senso che ritengo difficile spiegare un metodo innovativo a chi ricerca la SEO o una “bella” grafica a prescindere.

Preferisco piuttosto farne uso, praticare sul campo i metodi, per quello che riesco. Dimostrare, sui miei progetti personali, che funziona e che aumenta il valore del sito web o del prodotto digitale. Senza sentirmi per questo un esperto, ma un umile sacerdote della disciplina.

E la tua definizione?

Tanti sono i libri che si dovrebbero leggere e da cui estrarre la definizione, ma è sempre bello poter ascoltare le persone.

I commenti sono aperti e moderati. Puoi aggiungere di seguito la tua definizione. Qual è la tua?


L’User Experience Design riguarda solo il digitale?

da Toni Fontana | Gen 31, 2022 |

Sul blog si è scritto molto riguardo all’User Experience Design.

E da anni mi chiedo quanto UX sia una buzzword o un cambio di paradigma.

UX Buzzword

Buzzword perché l’attenzione verso l’utente, la persona al centro, e far vivere delle esperienza sono frasi che ormai usa chiunque senza, forse, dare un senso a queste parole.

Per esempio, mi ha molto colpito una frase che ho letto durante una chat di lavoro su Whatapps scritta da uno dei partecipanti. Si chiedevano delle idee e delle proposte. Concludendo, con un “tutto fa esperienza”.

Come a dire “tutto fa brodo”, mettiamo dentro al nostro progetto tutto, tanto funziona uguale.

Purtroppo non è così, ed è in questo modo che cresce l’incomprensione tra esperienza umana e progettazione di esperienze.

L’obiettivo della UX

Come scrive moodmama

L’obiettivo della UX: rendere semplice l’esperienza web dell’utente.

La User Experience è un processo che ha a che fare con l’intera esperienza tra l’utente e il prodotto o il servizio. È per questo che si tratta di un universo in continua espansione, proprio perché riguarda l’esperienza dell’utente, sempre soggetta a influenze e modifiche.

È qui che entra in gioco l’User Experience Designer.

Il suo compito è quello di pensare solo all’utente e alla sua soddisfazione, andando ad agire su usabilità, accessibilità e piacere nell’utilizzo di un prodotto.

Quindi è qualcosa che riguarda tutto e tutti.

UX Digitale

Nelle comunità di professinisti ci si chiede se l’UXD è ormai riferita solo alla progettazione di applicazioni o siti web e software e che scegliere di essere un UX designer va troppo di moda. Anche se io non sono d’accordo come raccontato su chi vuole diventare UX Designer.

L’UX influenza qualsiasi campo in cui ci sia un’interazione fra esseri umani e un sistema, questo sistema può essere un programma, un brand, un servizio, un prodotto fisico e altro.

Concetto di UX

Qualcuno sostiene che lo UX, come concetto di attività legate alla strategia di servizio, è moribondo, praticamente uno zombie, checché ne dica NN/g.

Se si guardano alcuni articoli scientifici o annunci di lavoro, se si vuole lavorare alla strategia di servizio si deve puntare al service design.

UX design, come attività strategica, è stata ammazzata in parte dal mercato, che ha schiacciato gli User Designer a progettisti di interfacce, in parte da User Designer stessi che parlano solo di interfacce, per il 90% del tempo, e quindi hanno educato il mercato a trattarli da operai o – se va bene – da progettisti esecutivi (nel senso che “eseguono” un progetto di altri).

Poi ti chiedi perché lo UX è morto?

Comunque in alcune realtà lo UX design non è solo interfacce, per fortuna. C’è speranza!

Anche se va detto che si tratta di una deriva generale di tutti i nuovi mestieri digitali, anche gli sviluppatori che devono avere competenze tecniche e sempre aggiornate sono ormai nuovi operai a produzione per la maggior parte del loro lavoro.

Altri temono che lo UX designer sia diventato ormai una figura proprietaria di niente e facilitatore di tutti. Ma anche il Service Design rischia la stessa fine, perché sta seguendo lo stesso percorso dello UX design, solo avendo fatto un passo indietro su canali e touchpoint.

Forse per applicare davvero il metodo è necessario diventare il proprietario di un prodotto o di un servizio. Altrimenti si diventa proprietari di un metodo, o peggio, di una fabbrica che produce wireframe al chilo.

Non siamo l’utente medio

Purtroppo, ad oggi, in Italia, il mondo del lavoro è messo malissimo. Sia sul lato cliente, sia sul lato datore (donatore) di lavoro.

Se il committente è convinto che lui sa cosa vogliono gli utenti, e non c’è budget per la ricerca e i test, o si obbedisce alla realizzazione di progetti già pensati o di wireframe di fantasia, oppure scegli di lavorare pochissimo.

Insistere sulla propria strada è difficile. Si realizza e si conquista qualcosa, molto lentamente, sperando di avere un impatto nell’organizzazione.

Misurazione al chilo

Sia nel campo della ricerca che della committenza, i decisori misurano al chilo anche la ricerca, preferiscono gli studi quantitativi perché fanno volume, poi magari chiedono anche di truccare i dati, usano metodi qualitativi misurati quantitativamente, numeri la cui varianza è ampiamente nell’errore di misura e citati sulla base delle aspettative del cliente.

Non si dice certo che questa sia la regola, ma sicuramente capita.

Un nuovo nome per operaio digitale

Come hanno raccontato molti dei miei ospiti durante le interviste, la disciplina è davvero giovanissima. La strada da fare è ancora tanta, comprendendo anche che ogni giorno si aprono nuove strada e nuovi filoni di ricerca. Difficile in questo mondo complesso essere un pioniere, difficile fare lo UX Designer in provincia.

Qualcuno propone nuovi nomi, seguendo il trend periodico di creare un nome diverso per ruoli vecchi.

A che serve un designer?

Non sono pochi quelli che dicono

a che serve un designer/programmatore quando c’è wix.com e WordPress

Se le aziende non hanno domanda di User Experience o di service design, si stanno rovinando con le loro stesse mani; se lo stanno delegando ai commerciali, probabilmente chi ci lavora vorrebbe strozzarli uno a uno; e in ogni caso sono aziende che non hanno visione strategica, tecnologica o umana tale per cui uno vorrebbe lavorarci.

User experience designer e mercato del lavoro

Giustamente c’è chi dici che lo UXD non si può banalizzare come un esperto di Interfacce con una spruzzata di competenze di strategia, né che sia “condannato” a dover progettare solo prodotti, servizi ed esperienze di natura digitale.

Basterebbe, per esempio, ricordare il fatto che l’etichetta User Experience Design racchiuda anche quella di Architettura dell’informazione. E dunque basterebbe parlare di architettura delle informazioni profonda cosa che riporterebbe un esperto in UXD ad assumere un ruolo ben diverso da quello proposto.

Purtroppo il mercato del lavoro e i recruiter non hanno questa sensibilità.

Sarebbe bello e a breve creeremo una sessione aperta a queste figure professionali per spiegare le differenze che intercorrono tra User experience design e user interface (UI).

L’ideale sarebbe quella di avere figure come “Digital Product Manager” o forse addirittura di “Omni-Channel Product Manager”, in questo caso, ci si svincolerebbe dalla logica digitale/fisico e le competenze di design, con le sfumature tra le varie tipologie, verrebbero ricondotte a strumenti e competenze di questi PM.

User experience design

Ad ogni modo, se si ha passione o si sta iniziando un percorso è bene studiare ma anche non fermarsi allo studio.

Entrando nel mondo del lavoro si capiranno meglio i pro e i contro.

Scopo di ciascuno dovrebbe essere, infatti, quello di diventa, nel tempo, un bravo progettista prima di tutto.

Ruoli, etichette e annessi son cose buone per gli addetti alle risorse umane, per il mercato del lavoro (malato) e per chi lucra sulla formazione di figure ibride, che magari hanno grandi opportunità sulla carta, ma molte meno nella realtà.


5 Principi guida dell’User Experience

da Toni Fontana | Giu 8, 2016 |

5 principi guida dell’User experience che si possono usare per condurre a buon fine un processo di progettazione incentrato sull’utente.

Puoi ascoltare questo post su SoundCloud.

1. Comprensione

Una buona progettazione è facile da comprendere. Se l’utente comprende quello che deve fare senza essere costretto a chiedere una spiegazione dettagliata si è raggiunto l’obiettivo.  Il che non significa comprensione del testo, o del font, ma comprensione del contesto in cui ci si trova.

2. Chiarezza

Una buona progettazione è onesta. L’utente dovrebbe comprendere le parole che si scrivono, i valori che trasmette il sito o il prodotto e il valore del vostro contenuto. La mancanza di chiarezza e trasparenza non aiuta l’utente.

La regola d’oro da seguire è quella di spiegare agli altri come vorreste che gli altri spiegassero a voi.

3. Fiducia

Una buona progettazione inspira fiducia. Se si è onesti, chiari e trasmettiamo valori positivi inspireremo fiducia. La fiducia porta alla conversione e dunque porta guadagni.

Se un sito non è chiaro e non inspira fiducia difficilmente qualcuno affiderà un commento o una carta di credito a quel sito.

4. Familiarità

La progettazione innovativa è dirompente e colpisce l’utente. Ma è meglio una progettazione che riesce a convertire e a portare guadagni. Per convertire è necessario che l’utente percepisca il sito web e il contesto in cui si trova come familiare. Modelli, icone e stili riconoscibili permettono all’utente di avvicinarsi al prodotto con molta più facilità.

5. Semplicità

La semplicità è  il distillato di lunghe ore di lavoro, di squadre e team che fanno ricerca approfondita sull’utente. Quando l’utente non si accorgerà di queste fatiche ed eseguirà una azione (quasi) senza rendersene conto la progettazione avrà raggiunto il suo obiettivo.

Se si hanno in mente questi 5 principi si potrà più facilmente capire il punto di vista dell’utente, si avrà chiaro cosa chiedere e cosa farsi dire dall’utente per migliorare l’esperienza.

Per chi vuole approfondire rimando agli esempi di questi 5 principi guida dell’User Experience.


UX Design Strategist

da Toni Fontana | Feb 7, 2022 |

Cosa fa uno UX Design Strategist?

Non sono un esperto di risorse umane, ma guardo con molta attenzione il mondo del lavoro e la ricerca di personale di grandi aziende, nazionali e multinazionali. Sembra che tutti vogliano e possano diventare UX Designer.

Andare avanti nella carriera

Man mano che si avanza nella carriera come UX Designer , infatti, si scopre che sono disponibili diversi percorsi di specializzazione da intraprendere.

Uno di questi ruoli è lo UX Strategist che allinea la progettazione dell’esperienza utente con gli obiettivi di business e la strategia dell’azienda.

Un designer UX, ad esempio, si concentra principalmente sul fornire un approccio incentrato sull’uomo durante il processo di progettazione e di sviluppo dei prodotti. E sebbene gli UX Designer puntino a soddisfare le esigenze del business, di solito non sono coinvolti nella strategia aziendale allo stesso livello di un UX Strategist.

Se sei interessato a diventare un UX Strategist, il modo migliore per iniziare è acquisire una migliore comprensione degli obiettivi aziendali e della strategia per un prodotto.

Ad esempio, alcune risorse utili per iniziare la revisione sarebbero le proiezioni dei ricavi, le revisioni trimestrali, le roadmap dei prodotti e le strategie aziendali.

Responsabilità dello stratega UX

Ci sono molte responsabilità chiave per un UX Strategist che implicano l’allineamento tra utente, prodotto e azienda.

Ecco alcune responsabilità comuni per il ruolo di UX Strategist.

  • Mantenere una chiara comprensione degli obiettivi aziendali e delle esigenze degli utenti, identificando e articolando domande e opportunità di ricerca ad alto impatto, continuando a guidare le decisioni di progettazione strategica.
  • Sintetizzare la ricerca degli utenti e i dati aziendali per aiutare a definire la roadmap del prodotto, i progetti e le attività di ricerca future.
  • Esaminare le storie degli utenti all’interno di un determinato sprint di progettazione per garantire che obiettivi, obiettivi e requisiti siano chiari e guidati dalla ricerca degli utenti.
  • Usare lo storytelling per comunicare concetti di alto livello e approfondimenti di ricerca in presentazioni, report e workshop.
  • Valutare e misurare il risultato di ogni sprint di progettazione per fornire consigli sul modo migliore per migliorare la progettazione complessiva del prodotto e la collaborazione tra i team interfunzionali.

Una strategia da una prospettiva incentrata sull’uomo

In qualità di rappresentante di entrambi i punti di vista, un UX Strategist è in grado di facilitare un workshop tra vari gruppi di lavoro e collaboratori per discutere e visualizzare l’aspetto di ciascuna di queste prospettive.

Inoltre, incorpora un punto di vista empatico nella strategia aziendale complessiva che contribuirà a garantire che, le esigenze dell’utente e dell’azienda, vengano soddisfatte attraverso la progettazione del prodotto.

Il ruolo di UX Strategist implica una combinazione di responsabilità. Sia dal lato business che dal lato UX design dello sviluppo del prodotto.

Adottando entrambe le prospettive, dunque, sarà in grado di trovare un equilibrio tra le esigenze dell’utente e quelle del prodotto.

Insomma aiuta a guidare le decisioni e a dare priorità alle richieste di funzionalità.

Ricerca di un Senior UX Strategist nella realtà

Le aziende, almeno negli annunci di ricerca del personale, chiedono che lo UX Strategist aiuti a comprendere e servire meglio i partner di sviluppo, consentendo loro di offrire esperienze profonde del loro prodotto ai loro consumatori.

Si tratta spesso di aziende che hanno piattaforme di contatto con i loro clienti e che puntano molto alla continua evoluzione.

Senior UX Design Strategist

In qualità di Senior UX Design Strategist, il ruolo è fondamentale per il successo di una piattaforma. Come senior UX Strategist si entra a far parte di un team interfunzionale che dovrà essere aiutato a comprendere le attitudini, i comportamenti, le motivazioni e gli obiettivi delle persone.

La sua responsabilità principale è sviluppare la strategia di ricerca e test e condurre attività che miglioreranno ulteriormente l’azienda come destinazione incentrata sull’utente.

Metodi usati da un UX Strategist

I metodi usati maggiormente sono interviste, sondaggi, osservazione, etnografia, analisi dei dati, test di usabilità e altro ancora e sarà responsabile della sintesi, della condivisione e della spiegazione dei risultati al team e alle parti interessate del progetto (anche a livello di leadership esecutiva).

Inoltre, si avrà l’opportunità di rendere reali i consigli sotto forma di diagrammi di flusso, wireframe e altri lavori di progettazione in fase iniziale, aiutando il team a visualizzare l’architettura delle informazioni del sito e fornendo una base per testare queste idee utilizzando prototipi cliccabili.

Responsabilità chiave

  • Collaborare con il team di leadership del progetto per sviluppare una strategia di ricerca per la piattaforma Dolby Customer.
  • Condurre attività di ricerca come interviste, sondaggi, studi di usabilità, analisi dei log, visite sul campo
  • Sostieni i tuoi risultati e aiuta le parti interessate a comprenderli utilizzando rapporti scritti, visualizzazione dei dati, montaggi video e presentazioni.
  • Articola le opportunità che vengono rivelate dalla tua ricerca e lavora a stretto contatto con Product Manager, sviluppatori e altri designer UX per dare loro la priorità.
  • Produzione di flussi utente, wireframe e prototipi in collaborazione con altri designer UX del team.

Esperienza richiesta

  • Cinque o più anni di esperienza nella progettazione e nell’esecuzione di attività di ricerca e test con successo.
  • Essere un forte comunicatore e influencer, che può trasmettere concetti a volte difficili e vendere i vantaggi della ricerca utente a un pubblico diversificato.
  • Progettare ed eseguire programmi di ricerca utilizzando un’ampia varietà di strumenti, come etnografia, interviste, focus group, studi di diari, sondaggi, test di usabilità, analisi euristica, ecc.
  • Progettare ed eseguire test utilizzando metodi come osservazione diretta e remota, test moderati e non moderati, test A/B, benchmarking, ecc.

Competenze da non trascurare

A chi ricopre il ruolo di UX Strategist si chiedono forti competenze anche in altri ruoli dell’ User EXperience, in particolare nel design dell’interazione e nell’architettura delle informazioni.

Senza mai dimenticare l’amore per l’ambiguità, per lo studio, per la ricerca e la formazione continua come ricercatore UX e designer delle interazioni.


Quali sono le migliori risorse per UI/UX Designer?

da Toni Fontana | Nov 1, 2021 

Siamo sempre alla ricerca delle migliori risorse, di strumenti, per UI designer o UX Designer. Dalle mie interviste, le migliori risorse sono sempre carta, penna e post it.

Poi ci sono strumenti e risorse digitali che aiutano tantissimo i professionisti, specialmente coloro che hanno a che fare con progetti grandi e complessi.

Qui di seguito una serie di tools usati da UI Designer e UX Designer. Sono i migliori? A mio parere ciascuno usa quello che trova più congeniale a se stesso e che si adegua al meglio al progetto e al team.

Come ripeto sempre, infatti, non si parte mai dagli strumenti, ma da quello che devi fare. Perché solo così lo strumento arriva di conseguenza.

UX is not UI

A scanso di equivoci, per chi dovesse capitare su questa pagina, per sbaglio, ricordo che UX non è UI, come ricorda il sito omonimo UXISNOTUI.

Magari potrebbe essere curioso leggere cos’è l’user experience secondo te. Insomma, mischiare le risorse non significa mischiare le due discipline.

UX is not UI

Web App e tools per progettare

Risorse per facilitare il lavoro

  • Templates
  • UI Kit
  • Mockups
  • Sketchsheets
  • Stencil Kit
  • Notebook
  • Carta e Penna

Acquisizione per risorse digitali

Prodotti UX che servono

  • UI Stencil
  • Startup Vitamins
  • UX Kits
  • UXstore
  • Amazon

Risorse ispirazionali

Conosci altre risorse? Pensi che ci siano risorse produttive o ispirazionali che possano facilitare e velocizzare il processo di Design?

Arricchisci l’articolo nei commenti.

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