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Architettura dell'informazione

Tra mondo analogico e interconnesso

Non sono vecchio, almeno non lo sono abbastanza,

ma sono nato in un mondo analogico,

cresciuto in un mondo appena connesso

e sto vivendo in un mondo interconnesso.

Scrivendo l’articolo Tutti connessi e sempre raggiungibili. mi sono venuti in mente diversi episodi personali che voglio condividere con voi.

Se oggi essere sempre connessi è una ovvietà, almeno nel mio circuito di relazioni,

ricordo di quando non c’erano connessioni.

Conversazioni in treno

Ricordo che quando andai a fare la visita militare partii in treno in direzione Taranto. Fu un’odissea. ma fu un’esperienza piena di contatti con sconosciuti. In una settimana ho visto persone che non avrei mai più incontrato tutta la vita, ragazzi con cui avrei condiviso 3 giorni di esperienze ed altri che ancora oggi, pur condividendo quel solo viaggio, ancora oggi ci salutiamo.

Per esempio, ancora oggi ricordo l’esperienza di un signore che da Palermo a Messina, mi raccontò la sua vita, della sua partenza verso la Germania, della moglie, di come l’aveva conosciuta, dei figli che sono arrivati, della perdita del suo lavoro, della decisione di andare all’estero, ed ovviamente della sua visita militare e del suo periodo di leva.

Oggi ho dimenticato molti dettagli del racconto. Ma ne rimane il piacevole ricordo e anche un po’ la noia di quel racconto che dopo 5 ore non finiva mai.

Dalla cabina telefonica al cellulare

Ai tempi dell’Università, poco dopo, da fuori sede quale ero, non avevo neppure il telefono fisso a casa. Per parlare con amici, prendere appuntamento per uscire la sera o per chiamare casa e dire che andava tutto bene, si scendeva, quasi ogni sera, con i coinquilini alla cabina telefonica pubblica. Ai miei tempi avere il telefono fisso in una casa di studenti era un lusso. In primavera ed autunno era un piacere fare una passeggiata serale. In inverno era, invece, un incubo.

Bisognava anche indovinare l’ora giusta. Di solito si scendeva poco prima di mangiare. Ma in primavera estate, si preferiva anche dopo cena, in modo da andare a prendere un gelato dopo la telefonata. Ma il dopo cena poteva diventare pericoloso, nel senso che quell’ora era orario da innamorati o da discussioni serie.

Il telefono fisso per quelle telefonate, in casa, non sempre era disponibile. Per cui queste persone trascorrevano lunghi minuti al telefono. Si creavano le code, si cominciavano a fare gli sguardi brutti, i segnali che si doveva lasciare spazio alle telefonate degli altri, si inventavano modi per far capire che bisognava tagliare corto. A volte questi segnali funzionavano, altre volte, in casi estremi, bisognava andare a cercare una cabina libera.

Il giorno che non si è più dovuto scendere da casa, ma si poteva chiamare dalla propria stanza, fu la conquista di una comodità unica ed assoluta.

Senso di sicurezza e di libertà

Avere il cellulare in tasca, poter chiamare da qualunque luogo e in qualsiasi momento dava a tutti un grande senso di sicurezza.

Non si trattava solo di comodità, perché la comodità si pagava e anche cara. E la pagava la famiglia.

Ma la sicurezza di poter chiamare un aiuto fu la vera svolta. In caso di bisogno si poteva chiamare chiunque. Se prima del cellulare ti capitava qualcosa eri in balia degli sconosciuti che ti dovevano aiutare. Dovevi avere fiducia nelle persone che si dovevano fermare per pura generosità. E non accadeva spesso, anche se accadeva.

I genitori, gli amici e i parenti ci chiamavano. Se da un lato iniziava una nuova era del controllo, non c’era questa consapevolezza (almeno io allora non l’avevo) dall’altro lato dava certezze ad un mondo che non era più legato, alla casa, o all’ufficio, e iniziava quel distacco dal luogo fisico a cui si era legati. Ricordo che i rappresentanti e tutti i lavoratori che stavano in giro esultarono come una conquista unica.

Se al telefono di casa, si chiamava e si chiedeva “come stai?” Dal cellulare in poi, si passò a chiedere, “Dove sei?”. Si aveva questo bisogno di sapere dove collocare la persona chiamata. Molti genitori hanno risolto i loro problemi di ansia. Sentire la voce del figlio o dalla figlia ha rassicurato intere generazioni. Poco importava dove realmente si trovassero i figli. Importava e importa sentirli.

Nuove relazioni inconsapevoli

Siccome telefonare all’inizio era costoso non si telefonava a cuor leggero, come si fa adesso. C’era lo scatto alla risposta, si contavano i secondi e i minuti di quanto stavi al telefono, c’erano le ricariche che se ne andavano come il pane se non stavi attento. A fine di ogni telefonata si controllava quanto si fosse speso.

Avere il cellulare non sempre significava che te lo potevi permettere. Così nacquero nuove forme di contatto. Era il tempo degli squilli.

Si squillava al telefono di casa per farsi richiamare. Così come squillare all’ amica o alla collega era l’inizio di un corteggiamento.

Dal telefono fisso allo smartphone

Il passaggio all’internet, non più solo cellulare, non solo dispositivo per fare telefonate, è quello che ha davvero rivoluzionato tutto. Ed in fondo tutto quello che sta rivoluzionando il mondo e la nostra mente.

Viviamo in questa nuova dimensione tra vita vera, reale, concreta fatta della nostra materialità e vita vera, fatta della nostra connessione e struttura virtuale.

Come dice Sherry Turkley

Prima un luogo comprendeva uno spazio fisico e le persone al suo interno. Cosa diventa un luogo se coloro che sono fisicamente presenti rivolgono la loro attenzione agli assenti?

A tal proposito ho proprio un aneddoto personale. L’ho già raccontato altre volte.

Attenzione per gli assenti

Anni fa, una ragazza mi telefonava spesso dicendomi che non uscivamo mai insieme e mi rimproverava come se io la snobbavo, Un giorno dopo numerosi rimproveri, un sabato siamo riusciti ad organizzare una serata insieme. Quella sera fu una serata indimenticabile, per la sua inutilità. E capii perché non uscivo con questa ragazza e preferivo il gruppo dei miei amici.

La ragazza dopo le prime chiacchiere mi lasciò da solo al tavolino quasi per tutta la sera per rispondere alle sue telefonate. Io, allora, non portavo con me il cellulare. Esisteva una prima etichetta, oggi ormai dimenticata, di rispettare le persone presenti fisicamente. Il bello è che io pensavo che in quelle lunghe telefonate ci fosse la richiesta di vedersi e la lamentela di essere snobbata da quelle persone al telefono.

La sua attenzione era rivolta verso gli assenti e non a me che ero presente. Forse sarà stato noioso. Non posso dirlo. Ma è anche vero, che non mi diede la possibilità di farlo. Oggi questa attenzione verso gli assenti, l’attenzione ai video altrui, ai balletti e alle pose degli assenti è una costante di molte persone.

Il viaggio

Anche il viaggio è cambiato nel tempo. Viaggiare dovrebbe essere ancora oggi un modo per conoscere culture nuove, vedere nuove città e rivedere con occhi nuovi la propria cultura e la propria città. Eppure oggi restiamo allacciati alle nostre città e alle nostre bolle informative, restando connessi a Facebook. Oggi, emotivamente e socialmente non ci allontaniamo mai da casa nostra.

Ricordo quando al ritorno da un viaggio si raccontavano le esperienze principali del viaggio. Ricordo come i primi racconti erano quasi sconnessi, poi, quando erano in tanti a chiederti, nel tempo, il racconto si faceva sempre più fluido e sempre più chiaro a chi lo raccontava e a chi ascoltava.

Oggi nessuno, pochi ti raccontano il loro viaggio dal vivo al loro ritorno. Tutto, o quasi tutto, è stato già documentato sui social di riferimento. Pensieri ed emozioni sono stati, prima ancora di ritornare a destinazione, condivisi ed espressi, quasi in tempo reale, al telefono o in un lungo post sulla propria pagina social.

Dei molti viaggi degli ultimi anni, non ho ricordi simili al mio viaggio verso Taranto. Ci sono stati viaggi in cui ho studiato, ho lavorato, altri in cui ho solo fatto passare il tempo fino alla meta fotografando e postando sui social. Difficilmente ho conosciuto qualcuno, difficilmente qualcuno si è avventurato a raccontarmi la sua vita, o l’ultimo libro che ha letto.

Anzi. Ho ascoltato molte telefonate, magari. Ho partecipato a liti furibonde di persone sonnacchiose che chiedevano ad altre persone di interrompere la propria telefonata. Ci sono persone che anche su un autobus strapieno vivono come se fossero da sole.

Non tutto è bene, non tutto è male

La nostalgia può giocare brutti scherzi. Se la memoria può riportarci ai momenti romantici del nostro passato non è detto che tutto il resto sia stato peggiore o migliore. Ogni generazione vive le sue difficoltà e le sue tragedie.

Personalmente penso alle infinite possibilità di formazione presenti oggi. E non vi sembri poco, dato che abbiamo bisogno di istruzione, di cultura e di cultura digitale. Se oggi vivere in provincia e lontani dalla città è una sfida, chissà cosa era viverci nell’800 o quarant’anni fa era.

Se fino a vent’anni fa si era costretti a lasciare il meridione per non ritornare mai più, oggi, grazie alla connessione si può ritornare a casa propria e continuare a lavorare su internet e grazie ad internet.

La connessione e l’interconnessione possono degenerare, ma abbiamo ancora noi le mani sul volante, siamo noi alla guida di questa macchina. Certo è necessario conoscere la macchina. Ci vuole conoscenza, responsabilità e consapevolezza. Dobbiamo studiare non per raggiungere il successo, ma semplicemente per sopravvivere.

Nel progresso c’è sempre qualcosa che ci spaventa e ci fa paura. Ma se non ci troviamo noi nella stanza dei bottoni, quello che possiamo fare è imparare a seguire il flusso nel miglior modo possibile. Traendo vantaggio dalle opportunità e frenando il più possibile le degenerazioni.

Quello che ci serve, forse, parafrasando qualcuno più bravo di me, è ritrovare la bussola, il futuro è diventare bravo nel proprio lavoro, nella quotidianità, tra soddisfazioni e problemi. avere una cassetta degli strumenti, una solida borsa degli attrezzi, che ci permetta di non perderci in un bicchiere d’acqua.

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