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Intervista a Raffaella Roviglioni

Raffaella Roviglioni, oltre ad essere un’amica, è una delle UX reserchear più affezionate all’evento europeo che riunisce tutti gli architetti dell’informazione d’Europa.

Raffaella Roviglioni

Ho conosciuto Raffaella durante il mio primo Summit di Architecta e da allora l’ho seguita con grande stima come professionista.

Per me è stata un modello, perché nonostante ci si veda solo in eventi del settore, per me è una bella persona. Lei è coinvolgente. Ha passione per quello che fa e appassiona chi la circonda. Quando sta con le persone ha sempre un sorriso per tutti. Un po’ per il carattere, un po’ perché è una grande professionista, ti mette subito a tuo agio con la sua empatia. E tutti le vogliono bene (almeno per quello che riesco a percepire).

Le sue interviste, (ne ha concessa una molto bella a UX on Sofà di Maria Cristina Lavazza), ti mettono di buon umore, perché racconta un lavoro che ama, che la entusiasma e che immagino la diverta molto.

Chi vuole cavalli più veloci? Di Raffaella Roviglioni

da Toni Fontana | Ott 18, 2021 |

Questa settimana ho il piacere di presentare il libro di Raffaella Roviglioni“Chi vuole cavalli più veloci? Allenare ascolto e curiosità nella ricerca con le persone“, libro che uscirà a breve, subito dopo il Summit di Architecta che la vedrà protagonista con un intervento dal titolo “Come si fa ricerca“.

Raffaella Roviglioni, Head of Discovery presso Fifth Beat, è stata già ospite sul blog con una preziosa intervista. In quell’occasione ci preannunciava, senza svelarlo, un progetto su cui stava lavorando. Ed oggi abbiamo saputo che quel progetto era un libro su interviste e ricerca.

Quarta di copertina

Scrive Raffaella Roviglioni nella quarta di copertina:

“Voglio spiegarvi la ricerca con le persone e il suo valore in modo chiaro e approfondito. Se ci sarò riuscita, anche chi non è del mestiere ne avrà capito l’importanza; chi ha già esperienza avrà un distillato dei miei dodici anni sul campo. In questo libro non troverete soluzioni facili e liste da spuntare. Vi propongo un percorso di maturità, progettuale e di ricerca. La chiave è l’ascolto: aprirsi alla persone in modalità ricettiva, senza filtri. Impareremo il più possibile su di loro e con loro, e riusciremo a supportarli sempre meglio nei loro intenti.”https://rcm-eu.amazon-adsystem.com/e/cm?o=29&p=13&l=ez&f=ifr&linkID=05790dd0975ae821c04238b96da110dd&t=architettdell-21&tracking_id=architettdell-21

Raffaella Roviglioni libro

È stato bellissimo ricevere da Raffaella la notizia del suo libro e spero davvero che i miei lettori decidano di acquistare il libro anche grazie a questa intervista che ancora una volta conferma la grande professionalità di Raffaella Roviglioni. Una professionista che sa il fatto suo e che lo racconta molto bene!

La prima domanda

Se un/una professionista stesse scrivendo un libro e vorrebbe fare una ricerca sulle persone per sapere come accoglieranno il libro, quale sarebbe la prima domanda che faresti?

Questa domanda temo voglia sondare il futuro, e nel nostro lavoro, la ricerca per la progettazione, non lo facciamo mai. Noi cerchiamo di comprendere la vita attuale e i bisogni delle persone, per introdurre o migliorare prodotti o servizi che li intercettino.

Sarebbe quindi utile, prima di scrivere il libro, fare un’indagine per capire se esiste il bisogno di un libro del genere, per esempio sondare se nell’attuale vita delle persone, professionale o personale, ci siano delle carenze, e quali.

Comunque sia, la prima domanda che facciamo raramente va dritta al punto della nostra indagine: miriamo a stabilire prima un rapporto di fiducia e ascolto. Nel libro lo racconto.

Scrivere un libro

Scrivere un libro è una attività che richiede molto tempo e dedizione. Il libro esce fra qualche settimana e tu lo hai scritto in uno dei momenti storici più difficili per tutti noi. Tra l’altro tu hai iniziato un nuovo lavoro, affrontato nuove responsabilità. Cioè un periodo densissimo. Dai il meglio nei momenti più difficili e complicati?

Al contrario. Ho usato la stesura di questo libro come momento di gratificazione personale, un piccolo rito privato in cui lasciare il mondo e le difficoltà fuori e dedicarmi a qualcosa di bello, che covavo da tempo. Insieme alle lunghe camminate nel parco, ha rappresentato una sorta di meditazione in questo anno davvero molto difficile.

Autopubblicazione

L’autopubblicazione è ormai frequente nel nostro ambiente. Come mai? C’è difficoltà a trovare editori per questi temi, oppure, secondo te, l’autopubblicazione è il futuro della stampa dei libri?

Gli editori nel nostro settore sono pochi, è vero. Quando ho cercato di capire come pubblicarlo, avevo già in mente la struttura e avevo iniziato a scrivere, quindi avevo le idee molto chiare sui contenuti. Ho preferito portare avanti la mia idea del libro anziché doverla discutere con un editore che ci avrebbe probabilmente messo bocca. E poi volevo lavorare con Letizia Sechi come editor, e non me lo avrebbero permesso, probabilmente.

Poi, la scelta dell’autopubblicazione è molto coerente con il mio percorso personale, in cui spesso mi sono dovuta rimboccare le maniche e studiare e imparare da sola.

A me piace l’idea che chiunque, in grande autonomia, possa raggiungere le persone se ha qualcosa da dire. Ma sul futuro dell’editoria non mi pronuncio, non ne so abbastanza!

L’importanza delle interviste

Dici che “questo è il libro che avrei voluto leggere quando mi affacciavo a questo mondo, e non c’era.” Perché, secondo te, siamo qui ancora a spiegare l’importanza della ricerca, dell’architettura dell’informazione, delle interviste. Un decennio non basta a spiegarlo? Quando smetteremo di chiederci cos’è l’architettura dell’informazione?

Penso che dieci anni fa si parlasse di questi temi come di un animale esotico, che avevano visto dal vivo in pochi. Oggi non è più così, ma la differenza è che tutti ne parlano, alcuni li praticano, ma manca ancora una professionalità sufficientemente diffusa. Se dieci anni fa aveva senso fare un testo divulgativo per introdurre il tema della ricerca, oggi penso serva una profondità nel trasmettere il metodo. Io ho provato a fare questo, nel mio libro.

Research Ops

Nella scorsa intervista mi dicevi che ti stai occupando anche di ambiti di Research Ops. Ci racconti qualcosa in più? Spieghi ai lettori cos’è? Nel libro ne parli?

Nel libro ne parlo, soprattutto per quanto riguarda la preparazione della ricerca, ma è una disciplina molto ampia. In estrema sintesi ResearchOps racchiude tutti gli strumenti, i ruoli e le pratiche di supporto ai ricercatori affinché la ricerca si svolga e abbia un impatto. Spazia dalla formazione alla logistica, dai reperimenti agli strumenti di analisi e archiviazione della ricerca, e non si ferma qui.

Nel momento in cui la ricerca si afferma dentro un’azienda, diventa imprescindibile occuparsi anche di questi aspetti e avere persone preparate e dedicate.

Un enorme quantità di risorse ci viene dalla comunità internazionale di ResearchOps, quindi se siete curiosi date un’occhiata al sito dedicato.

Le buone influenze

Il titolo del Summit di Architecta è “le buone influenze” da cosa consigli sia necessario farsi influenzare?

Meno dagli influencer e più dai ragionamenti!

Scherzi a parte, per me, da qualunque cosa o persona che accenda la scintilla della curiosità, che ci spinga ad approfondire, a capire, a studiare. A formarci noi una nostra idea dopo aver imparato le basi.

Come si fa ricerca

Al summit di Architecta avrai un tuo talk dal titolo ” Come si fa la ricerca” e introduci

“La parte meno amata dai clienti, quella per cui non c’è mai budget, quella dove molti si improvvisano, quella più utile quasi sempre. Un focus sulla ricerca qualitativa, e in particolare su come si fanno le interviste.”

Te ne lamentavi anche nella scorsa intervista, manca la professionalità tra chi eroga questo servizio. C’è qualcosa che è frainteso oppure si tratta di pura improvvisazione? Chi sbaglia o chi si vuole avviare al fare ricerca, in maniera corretta, da cosa dovrebbe cominciare?

Si tratta di uno spazio di discussione più che di un talk. Mi piacerebbe ricreare l’atmosfera conviviale degli UX Book Club di un tempo, spero di riuscirci anche da remoto.

Rispetto alla mancanza di professionalità, non saprei dirti se si tratti di improvvisazione o incuria. In pochi si mettono a studiare seriamente come fare bene la ricerca, spaziando fra tecniche, buone pratiche e maturando tanta esperienza.

C’è un’idea diffusa che fare interviste sia facile e accessibile a tutti, purché si abbia un elenco di domande. Ecco, c’è una differenza fondamentale tra leggere delle domande e saper fare delle interviste. Cambia moltissimo ciò che portiamo a casa da queste due situazioni.

Domande e risposte

Marzullo in una sua intervista diceva: In una intervista le risposte vere scarseggiano. E le migliori sono quelle che ti arrivano senza che tu abbia fatto la domanda. Vale anche per la ricerca UX?

Marzullo è un giornalista, e le interviste che fanno i giornalisti sono all’estremo opposto di quelle che facciamo noi per la ricerca: imboccano gli intervistati, guidandoli dove vogliono arrivare loro, mentre noi cerchiamo di far emergere risposte restando il più possibile neutri rispetto a come poniamo le domande.

Le migliori risposte per me sono i racconti, ed emergono spesso spontaneamente se lasciamo parlare le persone e le ascoltiamo con sincero interesse. A volte serve un nostro piccolo stimolo, altre volte no.

Interviste narrative

Nel suo libro, Content design di Nicola Bonora, al capitolo sulle interviste narrative si legge

“La commedia all’italiana è finita quando i registi hanno smesso di prendere l’autobus” queste le parole con cui Mario Monicelli attribuiva allo scollamento dei registi dalla vita reale la causa della fine di uno dei filoni illustri della nostra tradizione cinematografica, quello capace di rappresentare l’anima di un popolo in forma narrativa leggera, comprensibile, godevole, profonda.

La sua lezione ci dice che la narrazione è tale se riesce a creare connessioni attraverso il riconoscimento di sé in un contenuto, toccando le corde più viscerali e istintive delle persone.

Creare un contenuto capace di generare tali connessioni richiede una relazione con le persone, senza la quale l’esercizio diventa altro.

In piena umiltà possiamo fare nostra la sua lezione; il nostro obiettivo potrà avere un carattere più modesto, meno artistico e, ahimé, più veniale ma per noi che dobbiamo creare connessioni tra gli obiettivi di un business e i bisogni delle persone, prendere l’autobus con l’azienda e con i suoi clienti è un gesto tecnico che può farsi forma d’arte.

Ti è mai capitato di raccogliere elementi interessanti in strada, in mezzo alla gente? Se ci sono state, cosa ti ha colpito di queste scoperte?

Faccio un distinguo fra ‘in strada’ e ‘in mezzo alla gente’, partendo da quest’ultima. Tutta la ricerca fatta bene è in mezzo alla gente, possibilmente dove vivono, lavorano, passano del tempo realmente, perché solo immergendoci nella loro realtà possiamo creare quella connessione e raggiungere quella comprensione profonda, utili a far emergere i dati di cui siamo a caccia. Non sempre è possibile fare interviste a casa o in ufficio delle persone, ma è certamente un’esperienza diversa rispetto a parlarci in un laboratorio di ricerca.

Poi, mi vengono in mente due episodi in cui ho lavorato davvero ‘per strada’ per fare ricerca.

Nel primo, durante il corso con Steve Portigal a Barcellona, ho fermato delle persone all’uscita dalla metro perché nel nostro progetto dovevamo indagare la mobilità individuale e ci serviva capire i loro bisogni reali, nel contesto d’uso.

Il secondo, anni prima, durante una Service Design Jam a Roma andai con il mio gruppo a intervistare dei turisti al Colosseo: volevamo anche qui comprendere se c’erano delle frustrazioni e delle necessità particolari su cui fare ideazione di servizi.

In entrambi i casi sono esperienze particolari quelle degli intercepts (appunto, fermare le persone per fare interviste non programmate) e presentano sfide e opportunità diverse da altre tecniche.

La domanda delle domande

Ad una professionista delle interviste, chiedo: c’è una domanda che non ti ho fatto?

“Perché le persone dovrebbero leggere il tuo libro?”

E provo a rispondere.

Ho sintetizzato e strutturato oltre dieci anni di esperienza sulla ricerca, e in particolare sulle interviste, nelle pagine del libro. L’intento è di aver trasmesso non solo un metodo ma delle linee guida, dei modi di pensare, affinché ciascuno si possa cimentare con la ricerca, a vari livelli, nel proprio lavoro, che si tratti di persone alle prime armi o di ricercatori navigati.

L’ho scritto mettendoci il cuore, e spero che tra le righe sia riuscita a trasmettere anche questa passione.

Chi vuole cavalli più veloci?: Allenare ascolto e curiosità nella ricerca con le persone Copertina flessibile Uscita su Amazon – 12 novembre 2021

Un corso sulle interviste narrative

Oltre al libro, Raffaella Roviglioni tiene un corso sulle interviste narrative per UXUniversity.

Il sito e il blog di Raffaella Roviglioni

Ai tempi, quando io ancora non avevo un blog, lei lo aveva e i suoi articoli erano molto concreti. Poi, come mi ha raccontato nell’intervista che segue, ha smesso di scrivere per il suo blog. E dunque le sono ancor più grato per l’intervista concessa.

Oggi Raffaella Roviglioni è Head of Discovery del team di Fifth Beat. Uno studio di designer con base a Roma davvero eccezionale. MI piacerebbe intervistare davvero tutti i ragazzi del team, uno a uno. Al momento, sono in attesa di una risposta da parte di Raffaele Boiano, il fondatore e attuale Ceo. Spero di poter parlare meglio di questa realtà di alta qualità nel mondo dell’User Experience italiana.

Talk Euro IA 2018

Raffaella è stata relatrice allo European Information Architecture Summit (EuroIA) nel 2018 con un talk sull’intelligenza artificiale applicata alla user research, dal titolo “IA vs. IA: will robots be better researchers than us?”.

Ed ogni anno invita tutta la comunità a partecipare e a farsi avanti. Cosa che consiglio anch’io perché ciascuna proposta inviata viene letta da tre esperti che danno un giudizio sulla proposta. Il bello è che nella risposta si trova sia ciò che gli piace che ciò che non piace. Quindi anche se vieni scartato, più o meno volontariamente indicano una strada di studio interessante da intraprendere. Un momento, secondo me di grande crescita.

Anche quest’anno Raffaella è stata partecipe all’Euro IA, come spettatrice online, ed ho chiesto a lei come siamo messi e quali sono le prospettive dell’architettura dell’informazione.

Ovviamente non potevo perdere l’occasione di chiedergli qualcosa sul suo lavoro e sui suoi progetti.

Il WUD Roma

Altro intervento molto bello che voglio segnalare è poi il suo intervento al WUD Roma 2015. Nel Talk Raffaella spiega che l’innovazione è un effetto collaterale della progettazione fatta bene.

E cosa che dobbiamo ripetere ancora oggi, anche ai professoroni, è che senza ricerca non si può progettare bene o come dice, Stefano Bussolon, senza ricerca non è User EXperience.

Intervista a Raffaella Roviglioni

Tu fai ricerca sulle persone. Ti piace sempre quello che fanno le persone? Faresti a meno di conoscere certi aspetti delle persone?

Mi piace sempre comprendere cosa fanno le persone e perché, anche quando non risuona con il mio modo di pensare e di fare. Anzi, a maggior ragione quando sono distanti dal mio modello mentale, questa immersione nel loro mondo mi permette di capire cose che vanno oltre il mio.

No, non farei mai a meno di conoscere quanto posso, anche quando sia sgradevole, irritante o preoccupante.

Fare ricerca non è esplorare un mondo ideale e trovare solo bellezza: è conoscere la realtà delle persone e avvicinarsi il più possibile alla loro verità.

Quale parte del tuo lavoro ti diverte maggiormente?

Il contatto con le persone durante la ricerca. È anche incredibilmente drenante in termini di energia e concentrazione, ma è quello che mi soddisfa sempre di più, alla fine.

Ma devo dire che grazie alla mia esperienza con Fifth Beat mi sto divertendo tanto anche a fare coaching e mentoring sulla ricerca alle nostre figure più junior.

Quali sono i tuoi strumenti di lavoro?

Carta e penna, post-it, lavagna, registratore. E le loro versioni digitali, soprattutto in questo periodo, ovviamente.

Poi le piattaforme di trascrizione e di coding, come Condens, che ci aiutano a essere rigorosi nella parte di analisi.

Da quando hai cominciato la tua formazione sulla ricerca degli utenti ad oggi, cosa è cambiato? Sei cambiata tu? È cambiata la disciplina? È cambiato il mondo?

La mia sensazione è che sia cresciuta la consapevolezza che lo svolgere attività di ricerca con le persone sia parte del processo di progettazione human-centered. Mi riferisco alle aziende, soprattutto, che sono i nostri clienti.

È cresciuta quindi la richiesta di ricerca, ma -ahimé- non vedo altrettanto velocemente crescere la qualità e la professionalità di chi la eroga.

Io sono decisamente cambiata: ho aggiunto esperienze di ricerca in ambiti particolari e contesti sfidanti (ad esempio grazie al lavoro con organizzazioni delle Nazioni Unite, in Africa); ho ampliato lo spettro di tecniche a cui ricorro, e sto lavorando, dentro Fifth Beat, per stilare processi interni di lavoro e definire gli standard che adottiamo; mi sto occupando anche di ambiti di Research Ops, di supporto al lavoro dei ricercatori.

Sono anche cambiate le esigenze di alcune aziende, che ci chiedono di essere parte attiva della ricerca e non solo recettori dei risultati finali, e questa è la direzione che trovo più interessante al momento.

C’è un momento o ci sono momenti della tua vita professionale che ti hanno fatto fare balzi in avanti?

Me ne vengono in mente solo due: il primo, quando ho lasciato il mio lavoro da agronoma e ho iniziato a lavorare come web editor, nel 2008. Più che un balzo, un salto nel buio!

Il secondo, nel 2018, quando ho deciso di chiudere la mia esperienza da freelance per entrare in Fifth Beat come Head of Discovery. Le sfide e le opportunità che mi si sono aperte da allora mi hanno messa alla prova da tanti punti di vista e mi hanno fatta crescere molto velocemente, credo. Un conto è essere una ricercatrice senior, un altro è avere la responsabilità di un gruppo di persone, di gestire la loro crescita, trasmettere loro metodo, struttura e passione per questo lavoro. Essere un punto di riferimento è una grossa responsabilità, e un onore.

Ma il blog? Ricordo che quando ho cominciato ti avevo preso come modello. I tuoi articoli mi piacevano molto. Perché hai smesso di pubblicare? E riprenderai a breve?

Per una questione di priorità. Il blog ai tempi mi è servito per riflettere su quanto stavo apprendendo, soprattutto, e provare a fare un minima divulgazione alle persone sul nostro lavoro.
Non mi ci sono mai dedicata seriamente, come se fosse un vero progetto, e non penso di riprenderlo, a dire il vero. Ma ho in cantiere un altro progetto molto più interessante 😊

Il primo articolo che scriveresti per ricominciare?

Se mai lo facessi, probabilmente parlerei del nuovo progetto, ma per ora acqua in bocca!

Come è andato EURO IA Edizione 2020 ? Come è messa l’architettura dell’informazione a livello Europeo?

Quest’anno si è svolto interamente online ma la qualità degli interventi e dei relatori è sempre rimasta alta.

Quali sono i punti che maggiormente ti hanno colpito quest’anno dell’Euro IA e quali i punti su cui gli speaker hanno puntato maggiormente?

Il tema, Hope, si è prestato a molte interpretazioni diverse ma imperniate tutte a comprendere come, da designer, possiamo contribuire a superare le crisi che stiamo vivendo nel quotidiano.

Un filo rosso che ha unito molti interventi che ho seguito è stata la visione eco-sistemica della progettazione, sempre più necessaria perché lavoriamo su sistemi complessi e non isolati. Questo significa che ci dobbiamo formare maggiormente su come progettare questi ambienti, tenendo in considerazione un contesto che è molto più ampio di quanto tendiamo a credere, sia noi che i nostri clienti.

Un altro aspetto molto presente negli interventi è stata l’inclusività, tema piuttosto caldo negli ultimi anni. Si è discusso di come riuscire a tenere in considerazione la diversità delle persone sia nella ricerca che nell’ideazione e progettazione di prodotti e servizi, adottando accorgimenti e linee guida.

Infine, c’è stata molta attenzione al tema della sostenibilità, vista come insita nel focus sulla speranza: allargare la consapevolezza del nostro impatto come progettisti, includendo anche riflessioni in termini di sostenibilità ambientale e sociale.

In tempi da coronavirus e distanziamento sociale le interviste di ricerca diventano sempre più difficili da fare. Intanto cosa pensi tu, che sei fortemente empatica, di questa definizione “distanziamento sociale” e poi come stai superando o come ti stai attrezzando per le interviste in questo periodo?

Sul distanziamento sociale non penso di avere un’opinione particolarmente originale: è necessario, in questo momento, per contenere i contagi e quindi va applicato. Sulla sua definizione non ho nulla da dire, lo ammetto 😊
Io ne risento tanto soprattutto perché ci ha tolto gli abbracci tra amici e colleghi, che per me sono fondamentali e rinvigorenti.

Nel mio lavoro ha significato saper modificare la ricerca, fin dal primo momento, da remoto, ma non era una cosa nuova per noi. Da anni svolgiamo ricerca a distanza, anche per progetti internazionali che richiederebbero spostamenti e viaggi onerosi. Chiaramente le interviste da remoto sono diverse da quelle di persona, ma non sono necessariamente peggiori. Ti faccio un esempio: nell’intervista di persona spesso si sceglieva un setting neutro, quindi una sala riunioni o un laboratorio; nelle interviste remote le persone si collegano quasi sempre da casa (soprattutto in periodo di lockdown) e quindi posso intravedere qualcosa della loro vita che di persona mi sarei persa. Una piccola incursione etnografica in un’intervista che magari non lo prevedeva.

E per finire le ultime 3 domande che faccio a tutti

Consiglia un libro

Doing Ethnography di Giampietro Gobo. (su Amazon) Preziosissimo per approfondire la ricerca etnografica in modo esaustivo, scritto con un taglio davvero molto comprensibile.

Pare sia fuori produzione, quindi si trova su Ebay anziché su librerie online. [ndr. Si trova su Amazon, anche in versione Kindle]

Consiglia un brano musicale o un cd

Grazie ai colleghi millennials mi sono svecchiata e consiglio piuttosto Spotify 😉

Il Discover Weekly è la mia funzionalità preferita, che mi aiuta a scoprire brani e artisti. Vi consiglio Lullatone, tra gli ultimi.

Consiglia un film

Se ve lo siete persi, 1917 di Sam Mendes è un meraviglioso film di guerra, molto introspettivo, come piacciono a me.

Grazie!

Nel ringraziare Raffaella per la sua disponibilità e per le sue parole, spero di sapere al più presto sul suo nuovo progetto di cui non ha voluto dire nulla. Sono molto curioso e sarebbe stato bello scoprire lo scoop sul blog. Nello stesso tempo però non mi dispiace restare all’oscuro, perché questo mi darà l’occasione di chiedere una nuova intervista.


UX Researcher

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