Sull’Internet pare che siano tutti esperti di UX. E c’è chi si lamenta di chi si auto definisce esperto di User eXperience.

Di questi articoli non condivido il tono, né l’ironia. A me pare che, anche quando si voglia alleggerire il tema, tra le righe si legge solo una rabbia contro chi, più o meno consapevolmente, cerca di farsi strada in un mondo del lavoro sempre più a pezzi e sempre più malsano.

Io guardo con affetto chi si approccia (giovane e meno giovane) al mondo dell’UX. Anche perché mi chiedo, ma davvero tutti vogliono diventare esperti di UX?

Un mondo del lavoro pessimo

Viviamo in una società complessa. Il mondo del lavoro è pessimo. Non è una novità. In un momento storico, come quello che stiamo vivendo, di Crisi, nel senso di spaccatura profonda e cambio radicale della realtà, dove è facilissimo perdere il proprio posto di lavoro e dove i consumi vanno al ribasso, si cerca tutti di inventarsi qualcosa.

L’User Experience è il rifugio di una parte di questi lavoratori, soprattutto di quelli con formazione umanistica. L’User experience porta con sé una tale generalizzazione che può stare bene con tutto.

Come ho già scritto, User experience è tra le parole magiche che stanno tra il cambio di paradigma e la fuffa. E sta tutto qui il problema. Che è problema che va al di là dell’User experience (o che si porta dentro, come fosse il lato oscuro della Forza); è il problema di chi professa una professione senza conoscere davvero di cosa si tratta o di tutti coloro che si autodefiniscono esperti di UX.

Farsi capire

Chi pratica le professioni del web sa bene che il problema è farsi capire. Far capire a chi decide, agli imprenditori, alle pubbliche amministrazioni e ai dirigenti vari, cosa fa e che tipo di lavoro è l’User experience designer. Se fosse vero che tutti, o quanto meno tanti, sono esperti di UX ci sarebbe da essere felici. Perché più persone ne parlano più persone saprebbero di che si tratta.

L’Italia ha bisogno di User Experience designers, come di architetti dell’informazione, come di divulgatori di cultura digitale ed evangelisti del web. Se c’è un problema è quello di farsi capire da una massa critica di pubblico che dovrebbe dare lavoro a tutti, bravi e meno bravi, vecchi e giovani. Perché ce n’è di bisogno.

È palese l’ignoranza sul tema. Basta leggere alcuni elenchi delle posizioni aperte in aziende alla ricerca di UX designer. Quasi nulla è basato sul lavoro reale di questi professionisti. Le aziende cercano dipendenti che facciano gli imprenditori al loro posto, cercano persone esperte in arti divinatorie, grafici tutto fare con competenze che vanno dall’editoria al videomaker passando per un po’ di programmazione, che non fa male. Creativi che portino l’azienda sulla bocca di tutti a budget zero; persino senza il loro regolare stipendio.

I giovani di oggi

I giovani si prendono un pezzo del mio mercato. Non mi pare che sia una novità. I giovani, e tutti coloro che si fanno avanti, hanno sempre dato fastidio. Si fanno avanti prendendo parte del lavoro a pochi soldi, per fare gavetta. Si appropriano di qualche titolo lavorativo che non gli appartiene nella speranza di farsi notare da qualcuno. A volte sono odiosi.

(Non sono giovane ma immagino che anche questo blog dia fastidio.)

Può darsi. Ma, in fondo, non credo che questo sia una colpa da addossare ai giovani che, invece, spesso si sentono oppressi da tutta questa competizione.

Dal laboratorio di RCF con Pietro Del Soldà

Qualcuno, forse, pecca di arroganza. Forse. Ma se si presenteranno arroganti e non potranno permetterselo, prenderanno le loro batoste sui denti e sul muso. Non mancherà certo chi ironizzerà a tal proposito. E non saranno in tanti a fargli lo sconto o ad offrire premi all’arroganza. Questo, poi, vale per tutti.

Impareranno o dovranno imparare con umiltà e dedizione che devono studiare e lavorare duramente.

Tanto più che i giovani sanno, più di chi è avanti con l’età, che anche studiando e lavorando duramente, forse, non raggiungeranno mai un lavoro decente.

A loro dobbiamo dedicare tutta la nostra fiducia.

Scagli la prima pietra chi non ha mai sbagliato

Sarà pure vero che facendosi un giro su Linkedin tanti si appiccicano addosso un titolo lavorativo “UX quache cosa” dopo un master più o meno preconfezionato. O dopo qualche lezione o workshop.

Però, personalmente, non conosco la storia di queste persone, di questi ragazzi e ragazze, più o meno respinte dal mondo del lavoro. Chissà che esperienze professionali hanno alle spalle!? Laureati? Bibliotecari? Magazzinieri di qualche centro commerciale? Che ne sappiamo?

Magari quel workshop di poche ore ha aperto un mondo, ha dato contezza di un titolo che vogliono perseguire. E magari tornando a casa, con tutto l’entusiasmo del mondo, se lo scrivono bello in chiaro su Linkedin e sul CV. Che ne so?

Senza blasoni

Ed anche quando si fosse seguito un master cotto e mangiato, perché, chi partecipa, non dovrebbe scrivere quel titolo professionale che gli è stato affibbiato? Come se alla fine del proprio percorso di laurea, solo perché l’Università che si è seguita non è nella top ten delle Università nazionali, allora, non si dovrebbe scrivere sul CV che si è laureati!?

La maggior parte del territorio italiano è provincia. Non tutti hanno le possibilità di andare nelle università blasonate, non tutti hanno le capacità di farsi strada a gran velocità in questo mondo sempre più complesso. E non tutti si possono permettere master costosi. Non tutti incontrano maestri degni di questo nome.

Quello che si potrebbe fare è quello di consigliare un master sull’architettura dell’informazione di cui ci si fida perché i docenti sono di alto livello. Magari indicare i corsi di scuole professionali e aziendali che validano i docenti e quel che dicono.

Jorge Arango come esempio

Ci vuole umiltà. Ci vuole cultura. Spesso la base di partenza non è delle migliori. L’Italia è messa male. Personalmente invito a studiare, per quel che vale il mio consiglio.

Quando ho incontrato Jorge Arango a Roma, ho avuto modo di scambiare quattro chiacchierare con lui. Lui così giovane eppure già così bravo da scrivere l’aggiornamento della bibbia dell’architettura dell’informazione con Peter Morville.

Lui mi parlò della sua voglia di dire la sua. Di farsi avanti e lasciare il proprio “poke” sulla bacheca del mondo.

Non è un desiderio legittimo che tutti possiamo avere? A lui è andata bene. Ad altri, forse, meno bravi, meno brillanti, meno formati, meno talentuosi, andrà male. E allora?

Non ti senti un esperto? Condividi comunque.

Personalmente condivido il pensiero di Sara Wachter-Boettcher che consiglia anzi che, se non ti senti un esperto, condividi comunque, fai sentire la tua voce rivolgendoti non a chi già sa, ma a chi non conosce questa disciplina o questo metodo di lavoro.

Non c’è una quantità magica di esperienza che ti renderà improvvisamente degno di condividere le tue idee con il mondo.

Chiunque tenti di farti sentire diversamente è probabile che abbia un interesse acquisito nel mantenere lo status quo – vale a dire, più degli stessi gruppi sovra rappresentati sui nostri palchi e scaffali, e sui nostri meetup e tavoli da conferenza.

Sai, le stesse voci che ci hanno portato dove siamo oggi: un’industria legata al razzismo e al sessismo e tristemente impreparata a risolvere gli enormi problemi etici che ha creato.

Abbiamo un disperato bisogno di più voci e voci diverse, se vogliamo che questo settore cambi, e quelle idee potrebbero essere assolutamente tue.

A favore dei giovani

Personalmente mi pongo sempre a favore dei giovani e di chi ci prova (a qualunque età). Perché su questi temi i giovani, spesso, sono soli. Si ritrovano ad essere pionieri in zone e territori dell’Italia dove oggettivamente è difficile farsi strada. E guarda caso, sono proprio i luoghi dove le strade di collegamento non esistono.

Le famiglie di appartenenza non hanno una cultura digitale adeguata a consigliarli. Le famiglie “cacciano” i soldi (e tanti) per un master di cui neppure comprendono il titolo. Figurarsi se hanno gli strumenti per andare a giudicare insegnanti e contenuti.

Accompagnare e monitorare

Allora, invece, di ironizzare, io sono convinto che bisogna accompagnare. Senza presunzione, magari correggendo alcuni insegnamenti sbagliati, contribuendo con indicazioni, facendo notare che ci sono percorsi più onesti, più corretti, meno ciarlieri. Sperando di imboccare strade davvero più corrette di altre.

Che magari definirsi esperto è un po’ troppo. Ma che ad un certo punto si diventerà competenti e non si avrà bisogno di scriverlo da nessuna parte. Le esperienze porteranno a maggiori conoscenze e coscienza, la pratica darà sicurezza e abilità su specifiche della disciplina.

Esperti di UX

La verità è che, nonostante l’apparente miriade di persone che si autodefiniscono “esperto UX”, questo ambito del web, anche nel più roseo dei futuri possibili, resterà esclusiva di una piccola parte di professionisti. Questi si, incompresi da una moltitudine di persone reali.

La verità è che, per quanto le nostre bolle ci facciano vedere esperti UX (e Social media manager) ovunque, nel mondo reale non se ne incontrano tanti.

Gli UX designer sono professionisti che hanno l’ambizione di guidare o, quanto meno, indirizzare il cambiamento e l’innovazione. E per quanto predichino la partecipazione e l’inclusività, alla fine, solo pochi, a cui tutta la comunità dovrebbe essere grata nei secoli, praticano la radical collaboration sul serio.

Ed allora, invece di puntare all’esclusività della professione, che è già così complessa di per se, invece di ambire all’esclusione di chi cerca di farsi strada, io credo che dovremmo pensare alla costruzione di comunità di pratica. Invitare a partecipare ai gruppi di conversazione. Volersi bene tra di noi. Imparando e, come mi disse un tempo qualcuno, aiutandosi tra persone per bene. E crescere insieme.

Che magari può nascere qualcosa di veramente interessante. Io sarei interessato. E tu?

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