Per spiegare il non luogo e le architetture dell’informazione, un po’ sulla scia del post “La Musica che si vede” continuo a parlare di cinema (volutamente con la c minuscola) e di un film, di qualche anno fa, “The Terminal“. Parlare di questo film mi permette di sottolineare, ancora una volta, l’importanza del contesto sonoro, presentare cos’è il non luogo (o il luogo senza se) e quali sono i legami con le architetture dell’informazione 3.0. 

Concetti che ho analizzato nell’articolo su geografie e mozionali e geografie dell’ascolto.

Conoscerete sicuramente il film diretto da Steven Spielberg, con Tom Hanks e Catherine Zeta Jones come protagonisti. Forse, conoscerete meno, invece, Sasha Gervasi che ne scrisse la sceneggiatura. Sasha Gervasi, laureata in Storia moderna al King’s College di Londra,  ha sicuramente studiato a fondo il non luogo e le sue dinamiche, dato che considero la sceneggiatura di questo film un bel trattato sull’argomento.

Partiamo dalla storia: the Terminal

Viktor Navorski giunge all’aeroporto J.F. Kennedy di New York dalla Krakozhia. Mentre è in viaggio, nella sua nazione di origine avviene un colpo di stato. Il nuovo regime non è riconosciuto dagli Stati Uniti e quindi Viktor Navorski è classificato tra i passeggeri “inaccettabili” e in quanto tale, in quanto apolide, viene bloccato all’interno dell’Aeroporto (continua su wikipedia).

Senza fare approfondimenti che non competono a questo blog, vorrei solo far notare come tutte le volte che si parla di luogo, ci si trova a relazionarsi con il concetto di spazio-tempo, di confine/limite, di accoglienza, migrazione/movimento, scambio di dati e persone. Lascio a voi tutte le eventuali considerazioni cinematografiche e sociologiche del film e mi concentro a parlarvi di un paio di scene che spiegano, al meglio, la dimensione sonora e l’architettura dell’informazione in contesti sonori.

Il non luogo

Come già spiegato in post precedenti e come teorizzato da Marc Augè, il non luogo è un luogo dove non esistono relazioni. Da un lato abbiamo i deserti, gli spazi blu degli oceani, dall’altro lato abbiamo i luoghi di passaggio: stazioni e aeroporti (principalmente). Fino a qualche tempo fa anche i centri commerciali erano non luoghi, ma le abitudini delle persone (come l’incontrarsi dei giovani il sabato sera in un centro commerciale può fare di esso un punto di incontro e non più solo di acquisto, e dove ci si può inventare un luogo) ne hanno modificato le funzioni. Se ti interessa l’argomento puoi leggere questo articolo dell’archivio corriere.it

E dove fino a qualche anno fa c’era un non luogo, oggi, la tecnologia, i social e il mobile ne modificano l’identità.

L’aeroporto, o meglio ancora, il terminal, lo spazio chiuso dopo i controlli e dove siamo trasformati in viaggiatori resta comunque, in grandissima parte, il non luogo per eccellenza.

I suoni di un aeroporto

Il film comincia con dei suoni, dei rumori, delle voci particolari. Solo ascoltando questi suoni, anche senza immagini capiamo dove ci troviamo: ossia abbiamo le caselle degli orari dell’aeroporto che scivolano, abbiamo gli annunci da aeroporto che indicano le uscite per i voli in partenza. Non ci possiamo sbagliare. Il luogo è identificato al meglio dai suoni che lo compongono!

Viktor Navorski viene fermato al controllo passaporti, respinto poco prima dell’entrata negli Stati Uniti e viene subito portato dentro un confine / limite piccolissimo. Lui è il luogo, lui è il suo Stato che non esiste più ( anche se lui ancora non lo sa).

Da questo spazio viene portato nell’ufficio del direttore. Questa scena si svolge su due piani: il primo sul piano acustico/ sonoro; il secondo sul piano visivo.

La scena: il piano visivo

Analizziamo prima il piano visivo, che è il punto di vista (o meglio ancora, il punto di non ascolto) di Viktor Navorski. Un poliziotto e un signore in giacca e cravatta che si presenta, in velocità, lo saluta gentilmente, lo fa accomodare alla sua scrivania e si mette a parlare. Mentre parla, prende un box con del cibo ed inizia ad apparecchiare la scrivania. Pare che inviti Viktor Navorski a pranzo. Il contesto pare, stranamente, colloquiale. Finito di apparecchiare, il signore in giacca e cravatta, mette al centro del tavolo un pacco di patatine (tra l’altro scorgiamo un simpatico errore di montaggio perché il pacco di patatine arriva dal nulla), prende una mela e sbattendola sul pacchetto lo fa esplodere sulla giacca di Navorski. Parla un altro po’, lo accompagna fuori dall’ufficio e lo saluta sempre nel modo più gentile possibile.

La scena, il piano uditivo

Rivediamo la scena, o meglio riascoltiamo il dialogo, sta volta senza le immagini. Navorski non parla e non comprende l’inglese molto bene, ha solo un frasario, che legge a stento. Ma il nostro audio da spettatori/ascoltatori è chiarissimo. Il direttore della sicurezza del terminal, ripete più e più volte, almeno per tre volte, la situazione in cui si trova il signor Viktor Navorski. Ossia che il suo Stato non è più riconosciuto dagli Stati Uniti e che lui è “inaccettabile”. Insomma, gli dice cose terribile, che anche noi da ascoltatori (dato il contesto colloquiale che vediamo e da cui siamo ingannati) non percepiamo bene. E’ una scena tragica: viene detto a Navorski che non ha più una casa dove tornare, non ha più uno Stato in cui riconoscersi e soprattutto che non può andare da nessuna parte, né può concludere il suo viaggio, né può tornare indietro. Il tutto in maniera parecchio sbrigativa e colloquiale.  Poco importa a Navorski che non capisce; saluta e va via seguendo il poliziotto.

Dal minuto 2.37 alcuni estratti della scena descritta

Detta così capiamo che i due contesti, sonoro e visivo, sono molto diversi e in contrasto. In uno abbiamo un quasi invito a pranzo, nell’altro il non riconoscimento come persona. Al signor Navorski viene spiegato più e più volte che è diventato “un se senza luogo”.

Il non luogo abitato

Continuiamo. Navorski viene accompagnato all’intero del terminal internazionale. Questo non luogo è l’unico posto dove lui può essere libero. Navorski non capisce, non ha ancora capito, e vorrebbe capire quello che gli sta accadendo. Il poliziotto gli spiega, in breve, cos’è il non luogo: gli indica il luogo spazialmente (rappresentazione e contesto), gli consegna un badge (identità numerica), alcuni buoni pasto (valuta economica) dato che i soldi della Krakozia non hanno valore, e un cerca persone (oggi la chiameremmo una connessione).

Navorski chiede: “Cosa devo fare?” Il poliziotto risponde: “L’unica cosa che può fare: comprare!” In altre parole: chi sono? Risposta: un consumatore.

Il “luogo senza se” e il “se senza luogo”

Anche qui abbiamo una contrapposizione molto forte. Il “luogo senza se” e il “se senza luogo”, che stanno agli estremi di una linea immaginaria che unisce la relazione e la non relazione, tra lo spazio e il tempo, si incontrano e dovranno convivere.

La “scena” precedente, sta volta, in un altro “ambiente”,  si ripete. Teniamo sempre presenti i due contesti: visivo e sonoro.

The Terminal. Contesto visivo e sonoro del non luogo

L’attenzione di Navorski viene richiamata dall’inno nazionale del suo Paese (richiamo dell’attenzione e della memoria sonoro) solo un accenno. Nel telegiornale si vedono le immagini della guerra in Krakozhia. Navorski cerca di leggere i sottotitoli dei telegiornali ma sono troppo veloci.

Non sente l’audio dei televisori, cerca e chiede aiuto. Ma si rende conto di essere come muto, nessuno lo ascolta, nessuno lo sente, nessuno lo capisce (precisamente come lui non aveva ascoltato, sentito e capito il dialogo precedente). Le informazioni visive sono chiarissime, Navorski sta guardando e vedendo la guerra in diretta, si vede che la gente viene ammazzata brutalmente per strada. Ma manca totalmente il sonoro, che probabilmente non capirebbe comunque, ma che gli viene naturale richiedere. E quando finalmente trova l’audio, il “se senza luogo” viene fatto allontanare. Non ha tessere o cartellini per rimanere. Navorski prende coscienza di essere “un se senza luogo”.

Anche noi spettatori vediamo e assistiamo alla tragedia del signor Navorski, sebbene noi, prima di Navorski, sapevamo già di questa tragedia. Spielberg lo spiega ancora meglio raccontando con le immagini. Navorski diventa una sagoma umana dietro un vetro smerigliato e lo possiamo scorgere solo a tratti. Ha perso la sua identità, la sua forma, il suo essere “essere umano”, in una parola, è diventato “inaccettabile”.

Il sé senza luogo abita il (non luogo) luogo senza sé

Nel film “The Terminal” succede una cosa che non succede normalmente. Il sé senza luogo, l’apolide Viktor Navorsky, abita il (nonluogo) luogo senza sé e lo modifica.

Per approfondire il tema sulle geografie emozionali e geografie dell’ascolto  rimando all’articolo precedente.

Dal non luogo…

Noi oggi ritorniamo al film e al punto in cui Navorski preso atto della sua tragedia, prende anche atto che in questa dimensione, seppur sospesa, dovrà pur vivere. E quando il sé senza luogo vive il nonluogo tutto viene stravolto. Accade, dunque, che un uomo in accappatoio gira per il terminal, inizia ad interagire con lo spazio, alla ricerca di ciò che offre gratuitamente (zucchero, maionese, crackers) o con la fatica, i carrelli portabagagli si scoprono essere una buona risorsa economica. Poi comincia ad interagire con le persone, in cerca di un lavoro, ma al sé senza luogo non è possibile dare un lavoro. Per evolversi ha bisogno di conoscenze, e ce ne è una fondamentale e (sembrerebbe fatto a posta per questo blog) sonora, ossia imparare una lingua. Solo dopo questo passaggio, e certamente anche grazie alle proprie competenze pregresse, trova un lavoro.

Il sé senza luogo vive il non luogo: le relazioni

Il sé senza luogo vive il non luogo, che però resta ancora tale, un luogo senza relazioni. C’è un preciso momento del film in cui il non luogo diventerà un luogo. Avviene quando Navorski diventa un “traduttore”. Traduttore di sentimenti, prima (tra un addetto alla distribuzione di cibo e una poliziotta, un amore impossibile); traduttore di lingua straniera, poi.

Ed è qui che siamo nel punto di passaggio.

Il traduttore…

Navorski viene chiamato per tradurre la lingua di un uomo che vive al confine con la Krakozia. Quest’ultimo ha con se delle medicine per il padre che sta morendo. Le medicine per poter essere esportate hanno bisogno di una ricetta medica, una documentazione di accompagnamento e una richiesta del medico del paese di arrivo. Navorski prima traduce alla lettera, confermando che le medicine servono ad un anziano padre. Poi, mentre l’uomo sta per essere accompagnato, a forza, al Gate, senza le medicine che restano in mano a Navorski e negli Stati Uniti, Navorski (pensa un po’… e…) da traduttore tradisce la traduzione. Dice di essersi sbagliato. Le medicine sono per una capra. Navorski, che ha compilato tutti i documenti possibili e immaginali per essere accettato a NY sa che i medicinali ad uso veterinario non hanno bisogno di ricetta.

…La traduzione

E la traduzione, ancor più in questo caso, ha dovuto richiedere un ascolto. Saper tradurre significa saper ascoltare, tradurre alla lettera è un primissimo passo, ma Navorski, se in un primo momento traduce alla lettera, in un secondo momento, ripeto, tradisce la traduzione (rimando ad un articolo di Claudio Magris per un primo approfondimento) e traduce la parola “padre” con la parola “capra”. L’aver sentito male corrisponde con l’aver capito male. Il suono è fortemente legato al senso, l’ascolto è legato alla comprensione. L’incomprensione sonora, in questo caso, ha aiutato la vita di una persona, ha cambiato il destino di un vecchio morente. La traduzione ha tradito ma ha creato un contatto; il connazionale abbraccia e bacia con forza Navorski.

… al Luogo

Il nonluogo si trasforma, cambia, si modifica e diventa un luogo, diventa IL LUOGO. Manca un solo breve passaggio, il racconto dello Shiamano che racconta in modo epico e per via orale (ancora sonorità) le avventure di Viktor “La Capra”. Che se ritornassimo alla corretta traduzione sarebbe Viktor “Il Padre”.

Lo Shiamano

Lo Shiamano, ricordo, è anche lui un traduttore: lo Shiamano è colui che attraversa e che si fa attraversare, che unisce dimensioni fisiche e spirituali diverse, che appunto traduce da una dimensione ad un’altra e tramanda da una generazione all’altra, anche attraverso il racconto.

Da questo punto in poi Viktor è riconosciuto, Viktor è colui che nel terminal ha creato delle relazioni. Lui stesso ha delle relazioni di amicizia con gli impiegati ma anche con i passeggeri. Tutti lo salutano e mostrano la loro stima nei confronti di questo uomo che ha trovato casa in un luogo che non è casa per nessuno di loro.

Le persone al centro

Quello che il direttore generale aeroportuale dice al responsabile della sicurezza è di mettere al centro le persone. Le persone e la tolleranza sono al centro di questo Paese. Le persone sono al centro di ogni reale democrazia. Demos è proprio il popolo, la democrazia il governo del popolo.

Così come in un aeroporto, in ogni progetto le persone devono stare al centro.

Perché? Durante la traduzione rivista e corretta di capra, il responsabile alla sicurezza chiede a Navorski, “perché lo stai facendo?”. Lo sta facendo non per salvare il mondo, ma perché le persone per Navorski sono al centro della sua vita. Lui comprende che si devono rispettare le regole. E aspetta. Ma sa anche che le persone, le sue relazioni sono, alla lunga, la scelta migliore. Per tutto il film Navorski non fa altro che intessere relazioni con le cose e con le persone.

Cosa muove tutta la storia di The Terminal?

Verso la fine del film scopriamo cosa muove tutta la storia. Il racconto ha una sola motivazione, ancora (e a questo punto concorderete insieme a me, non a caso) sonora: la passione per la musica, per il jazzin particolare. Il padre di Viktor era un appassionato di musica jazz. Possiede una fotografia con 57 jazzisti che si riunirono tutti una volta nella loro vita. Il padre scrive a tutti loro chiedendo una firma e raccoglie, in tutta la sua vita, tutti gli autografi di quei musicisti, tranne una. Viktor promette al padre di raccogliere quella firma e mantiene la promessa.

Concludendo

Concludo il discorso che ha preso spunto dal film “The Terminal” sul “non luogo” e l’architettura dell’informazione. Non sono ovviamente conclusi invece i riferimenti dedicati al non luogo. Non solo perché il concetto stesso di non luogo ha subito dei cambiamenti e aggiornamenti da chi lo ha teorizzato e da chi lo usa da utente, ma anche perché ritengo che sia un concetto molto affascinante e, a mio parere, tanto legato alle tematiche dell’architettura dell’informazione 3.0.

Anno 2004

The Terminal è un film del 2004 ma è ambientato presumibilmente negli anni ottanta. Possiamo dare questa indicazione, intanto perché, in giro, non vediamo telefonini. Il primo telefonino è datato 6 marzo 1983. E a quell’epoca, molto più di oggi,  il costo era proibitivo e la diffusione appena cominciata. E poi viene usato un oggetto ben preciso: il cerca persone che viene dato a Viktor Navorski per essere rintracciato.

All’epoca di questo film siamo ancora al web 1.0. Si dovrà aspettare la fine del 2004, quando Tim O’Reilly titola appunto la O’really conference Il web 2.0 conference

I social networks

Il 2004 fu un anno davvero rivoluzionario e non credo che me ne sia accorto in quell’anno. Nel febbraio 2004 viene lanciato Facebook , anche se è ancora un piccolo fenomeno dell’università locale, Myspace festeggia il suo primo anno di vita, anche se, già allora, non ebbe il meritato successo perché nell’immaginario fu subito classificato come social network di nicchia, legato al mondo della musica e dei musicisti. E sempre ne 2004 nasce LinkedIn.

Spilberg racconta, dunque, un mondo appena passato e lo guarda con gli occhi del futuro. In una scena del film, il signor Navorski, viene chiamato al cerca persona e la sceneggiatrice insieme al regista si divertono a sottolineare uno dei grandi limiti di questo oggetto; limite che conosce solo chi usa un telefonino. Quando squilla per la prima volta il cerca persone, Navorsky parla al cerca persona come fosse un microfono o quasi telefono. Grida, “Sto arrivando!” Noi sappiamo che non funziona così e ridiamo. Il paradosso crea la scena comica.

Verso la fine del film, il cerca persone sarà distrutto dai due protagonisti che ne fanno uso (Tom Hanks e Catherine Zeta Jones). All’epoca della prima visione, il gesto poteva significare una liberazione romantica anti stress. I due protagonisti si sentono “troppo” connessi e sempre rintracciabili anche durante una cena romantica e ben riuscita.

Con il senno di poi, possiamo leggere quel gesto come distruzione di un oggetto che aveva fatto il suo tempo. Altri oggetti, altri elementi di connessione, stavano nascendo e si sarebbero affermati con più forza.

Oggi

Oggi “The Terminal” non avrebbe lo stesso senso. Quasi impossibile che un passeggero non abbia un cellulare, una connessione ad internet, una tariffa dati per il suo smartphone, un wifi più o meno disponibile, una presa di corrente, una carta di credito, una carta ricaricabile per il viaggio, una rete di contatti.

L’aeroporto, ma anche il mondo, di oggi è cosa molto diversa da quello che era nel 2004 (sono passati 11 anni), sia come elemento architettonico (spaziale) in se stesso, si vedano i più recenti Aerport Design , sia per l’aggiunta di tecnologia che oggi vi si trova e di informazione che viene trasmessa.

Il non luogo e le architetture dell’informazione

Oggi l’aeroporto è una fonte continua di informazioni digitali e (aggiungo sempre) sonore. C’è un wifi, trovi connessioni internet chiuse e/o aperte, trovi tante persone con connessioni attive. Puoi interagire con l’aeroporto attraverso app di ultima generazione. L’aeroporto si è arricchito di postazioni internet pagabili con carta di credito o anche gratis (come avviene presso l’aeroporto di Roma), di colonnine elettriche (anche USB) per ricaricare telefonini, tablet e pc.

Navorski, oggi, avrebbe potuto avere maggiori informazioni (e nella sua lingua) di quello che stava accadendo a casa sua. Lo avrebbe potuto sapere da un giornale o blog online, o da un tweet o da un video caricato sulla bacheca Facebook di un amico. E anche se gli fosse sfuggito tutto questo, gli uffici della sicurezza lo avrebbero potuto far connettere ad un sito di notizie locali nella sua lingua nativa, che gli avrebbe spiegato la situazione. La polizia avrebbe potuto usare un google translate per una prima e anche approssimativa traduzione. Ma non solo, lo stesso direttore delle sicurezza avrebbe potuto ricevere direttive più veloci e immediate sul comportamento da adottare in una situazione di questo genere.

Il non luogo nel presente/futuro

Insomma l’aeroporto, il “non luogo” per eccellenza, si è molto trasformato, come d’altronde anche il mondo. Ma non è tanto lo spazio in se che si è trasformato. Si è trasformato l’uso che gli utenti ne fanno. Appena 10 anni fa, una sala d’attesa era un posto noioso dove non accadeva nulla. Oggi, le sale d’attesa sono un concentrato di alta tecnologia miniaturizzata. A questo proposito mi piace ricordare che il sottotitolo del film era “Life is waiting”.

Se di tutto questo se ne deve occupare l’architettura dell’informazione, insieme ad altre discipline che si occupano dell’Uomo/Utente, è appunto perché non siamo noi che andiamo sul web, almeno oggi non è più così, ma è il web che entra nel nostro spazio e lo modifica. Una rivoluzione e un cambio di prospettiva non da poco.

E a tal proposito vi consiglio la lettura del mio articolo sulle case invisivili, le case che siamo.

 

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