La musica nel nonluogo modifica il nonluogo e lo migliora. Con il post precedente in cui parlo dei flash mob parrebbe che io fossi contrario alla musica nel nonluogo. Così non è. Anzi! Oggi vi voglio parlare, infatti, di un altro progetto che reputo molto interessante che al momento è itinerante e che, invece, mi augurerei diventasse strutturale. Ossia introdurre un pianoforte in stazioni o luoghi di passaggio.

Il Nonluogo: una precisazione

Prima però devo fare una precisazione sul Nonluogo, sia per chi conosce già questo concetto, sia per chi ha letto di questo concetto su questo blog.

La superficialità di quanto scritto nei precedenti post è da imputare al fatto che non mi occupo del nonluogo da antropologo ma da architetto dell’informazione del suono, di come il suono è organizzato nello spazio, di come arrivano le informazioni acustiche agli utenti, di come il suono influisce sull’utente presente nello spazio, quale esperienza vive l’utente, e di conseguenza con quanta sciatteria vengono inseriti suoni, informazioni e musica nello spazio. Ancora più precisamente, a me interessa l’uomo e la sua esperienza sonora in un determinato spazio e/o contesto.

Evoluzione del nonluogo

Il concetto di nonluogo, come spazio dove non si hanno relazioni, è un concetto vecchio, che venne teorizzato da Mar Augè nel 1992 (23 anni orsono). Arriva, in Italia, qualche anno dopo (nel 1996) e si afferma in quegli anni. Già nel 2010, 5 anni fa, lo stesso Marc Augè modifica la sua idea e lo stesso antropologo ammette che molti dei nonluoghi e/o spazi che lui considerava tali, in effetti non lo erano più. Ecco cosa scrive Marc Augè:

Alcuni anni fa, ho utilizzato il termine «nonluoghi» per designare quegli spazi della circolazione, del consumo e della comunicazione che si stanno diffondendo e moltiplicando su tutta la superficie del pianeta. Ai miei occhi, questi nonluoghi erano spazi della provvisorietà e del passaggio, spazi attraverso cui non si potevano decifrare né relazioni sociali, né storie condivise, né segni di appartenenza collettiva. In altre parole, erano tutto il contrario dei tradizionali villaggi africani che avevo studiato in precedenza e nei quali le regole di residenza, la divisione in metà o in quartieri, gli altari religiosi delimitavano lo spazio e permettevano di cogliere nelle loro linee essenziali le relazioni tra gli abitanti. Questa definizione di nonluoghi ha però due limiti. Da una parte, è evidente che una qualche forma di legame sociale può emergere ovunque: i giovani che si incontrano regolarmente in un ipermercato, per esempio, possono fare di esso un punto di incontro e inventarsi così un luogo. Non esistono luoghi o nonluoghi in senso assoluto. Il luogo degli uni può essere il nonluogo degli altri e viceversa. Gli spazi virtuali di comunicazione, poi, permettendo agli individui di scambiarsi messaggi, di mettersi in contatto tra loro, non possono facilmente essere definiti nonluoghi. Si tratta, in questo caso, di interrogarsi sulla natura della relazione che si stabilisce tramite determinate tecnologie della comunicazione per chiedersi anche come sia possibile che in questo mondo definito «relazionale» gli individui si sentano così soli.

Insomma i nonluoghi erano e sono degli spazi non più definiti e definibili in modo costante nel tempo ma che si modificano a seconda dell’uso che gli utenti ne fanno.

Nelle analisi precedenti e nei post sul film “The Terminal”, io mi sono rifatto all’idea originaria di Non luogo (1990), pensando che fosse più chiaro il concetto in riferimento al film. Quello che però vorrei aggiungere io, a quanto già affermato da Marc Augè nei suoi testi, è che il Nonluogo, non solo si è frammentato, a seconda della funzione e dell’uso che ne hanno fatto gli utenti, ma che oggi si sta nuovamente modificando in relazione alle informazioni (per quanto mi riguarda) audio e sonore (e non solo) che vengono date a utenti/clienti e utenti/lavoratori. L’introduzione della telefonia mobile cambia il luogo e modifica anche il nonluogo. Anzi, il nonluogo diventa lo spazio dove si ascolta più musica, più radio, dove si hanno più contatti con il mondo invisibile, più contatti con gli amici social, dove si provano più emozioni. La musica, che non si vede ma che possiamo visualizzare in un paio di cuffie indossate da una ragazza o da un giovane, diventa simbolo di separazione con lo spazio ma, nello stesso tempo, rimanda ad altri universi. Si tratta di immersioni in universi digitali che si allargano “all’infinito singolare digitale” dello smartphone e dell’utente stesso. Quella musica, o quelle informazioni audio, gli arrivano da una radio FM; da un podcast trovato su una radio web di una università americana; si tratta di una compilation consigliata da un amico che gli ha passato il file, che ha ascoltato su youtube, che ha condiviso sui social e così via…

Geografie dell’ascolto

A questo punto ritorno a quanto già detto nel post sulle geografie dell’ascolto. Lo spazio sonoro e il tempo sonoro non sono più intorno a noi ma sono in noi. Il luogo e/o il non luogo non sono più definiti solo dalla fisicità o solo dalle architetture edili, e neppure solo dall’uso che ne fanno gli utenti, ma sono definiti e si definiscono in base a dove ciascun singolo utente dirige il proprio arco di relazione: la sua attenzione visiva, acustica-uditiva, tattile relazionale, gustativa emozionale. In altre parole, l’utente crea il suo luogo tra sé e il suo smartphone; crea luogo mentre parla con l’amico giapponese e nello stesso tempo crea nonluogo nel suo appartamento non parlando per settimane con i suoi genitori; crea luogo nella chat di un gruppo chiuso di un social con cui condivide passioni, pensieri ed emozioni mentre crea nonluogo in palestra durante la lezione di ginnastica.

E questa alternanza è continua e ripetuta a ritmo sostenuto durante l’arco della giornata (in media un utente guarda 150 volte al giorno il proprio smartphone. In media).

La musica nel non luogo

Premesso tutto questo, a mio parere, sono interessanti gli esperimenti sociali che si svolgono all’interno di quegli spazi che, a questo punto, possiamo “genericamente” chiamare nonluoghi. Che poi, per loro natura, vecchia e nuova, sono i più adatti alla sperimentazione, al cambiamento, all’utilizzo originale degli utenti. E in questa sperimentazione la musica è un arco perfetto di relazione per chi cerca di unire la singolarità (sempre più diffusa e sempre più spinta verso l’infinito singolare digitale) e lo spazio condiviso con altri umani/utenti.

Uno di questi esperimenti sonori è il progetto “A Piano for everyone” proposto dall’organizzazione UNITED STREET PIANOS
Qui puoi vedere alcuni video

Il progetto è stato portato, in Italia da Sofia Taliani, cantante e pianista. La Taliani si è inspirata alla sua personale esperienza presso la stazione londinese di St Pancras dove ha suonato i pianoforti da strada per due mesi. In quel periodo ha potuto vedere e ascoltare un gran numero di persone che suonavano, che si ascoltavano e comunicavano tra loro quasi 24 ore al giorno rendendo la stazione un posto più vivo e umano. Di ritorno in Italia, ha voluto creare la sua versione per la città di Venezia.

United Street Pianos, in pratica, regala pianoforti da strada (street pianos) alle stazioni ferroviarie, per cominciare. Venezia S. Lucia ha accettato il primo pianoforte denominato Lucy, in omaggio a Santa Lucia.
In seguito altre stazioni si sono ispirate proprio a Lucy mettendo a disposizione pianoforti pubblici a Milano, Torino, Firenze, Roma, Napoli. E forse legati sempre a questo progetto, mi è capitato di vedere e ascoltare un pianoforte nel terminal di Fiumicino.

“Lo scopo di United Street Pianos è quello di unire le persone. Offrire uno strumento ed un posto dove tutti sono uguali, offrire la possibilità di ricordare al mondo che siamo umani.”

Traducendo nel linguaggio di questo blog: Lo scopo di USP è quello di creare archi di relazione. Offrire uno strumento e un luogo sonoro dove tutti possono creare Contesti, Relazioni e Sonorità. Vi suona familiare?

Il pianoforte è funzionale all’attesa dell’utente/viaggiatore, sia esso un musicista che “produce” la musica, sia esso un semplice ascoltatore. E’ strutturale in quanto il pianoforte è un oggetto fisso che si armonizza nel contesto: l’esperienza musicale di chi ascolta non è flash o occasionale, ma è costantemente ripetuta. La musica, quasi continua, rende l’attesa piacevole a tutti. La musica scelta dal pianista non è mai banale, rimanda sempre a qualcosa di conosciuto da tutti, o al meglio del proprio repertorio. In fondo si tratta sempre di un micro concerto in cui ci si mette la faccia oltre alla propria abilità. In questi luoghi il volume del pianoforte non amplificato diventa un piacevole sottofondo. Intorno si crea un pubblico, si creano micro relazioni tra i passanti che commentano, altre relazioni si arricchiscono con la condivisione e pubblicazione di foto, video e cambiamenti di status. Il pubblico partecipa attivamente, (a volte) applaude e ringrazia (sempre), si da sfogo alla creatività del musicista che improvvisa o al pubblico che volente o nolente interagisce.

Un bel progetto che necessiterebbe di un maggiore ascolto dove l’utente è messo al centro.

La fotografia usata in questo post è di © Photograph by Daisy Rickman

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