Mentre scrivo c’è silenzio nella mia stanza. O come vedremo meglio, c’è un certo silenzio.

Ho la fortuna di vivere lontano dal traffico. E questa è una condizione comune. Generalmente sento il garrito dei gabbiani, lo stridio delle rondini e lo scampanio del campanile che richiamo alla messa delle nove i fedeli, o la campana a morto, in certi pomeriggi. Di rado accade che si sentano, da lontano, i clacson insistenti del traffico che non scorre.

Vivere il mezzo al traffico

Ma non ho sempre vissuto in questo ambiente “sonoro”. Anni fa vivevo in una strada trafficatissima. Il rumore delle macchine era il sottofondo dell’intera giornata. C’era chi suonava il clacson in tutte le sue varianti, dalla frenata stridente e la strombazzata da quasi incidente al il tipico clacson di “cortesia”; Il rimorchio che traballava quando prendeva la buca sbagliata, il vociare del bar vicino, le auto e i camion che rimanevano accesi in seconda fila, officine di vario genere, completavano il panorama. Insomma, era un frastuono continuo.

La cosa, però, non dava fastidio, io e la mia famiglia eravamo talmente abituati a questo rumore continuo che il nostro cervello lo aveva cancellato quasi del tutto.

Vivere in centro storico

Quando sono venuto a vivere nella nuova casa, in centro storico, lontano dalla strada, dalle auto e dal traffico, fu quasi un trauma. Non solo perché appunto, non si sentiva più quel sottofondo, ma perché iniziarono a risaltare all’orecchio le chiacchierate dei vicini, i bambini che giocavano al pallone, le loro grida, il rumore degli zoccoli da mare o il ticchettio dei tacchi di alcune ragazze che scendevano le scale. In mezzo al silenzio, la naturalezza di quei suoni, la naturale umanità del suono, mi davano un fastidio incredibile.

La cosa più fastidiosa, poi, risultavano le chiacchiere da un balcone all’altro delle vicine. Dal mio balcone non avevo mai sentito la voce di due persone parlare così chiaramente. Nelle città è qualcosa che non esiste ma molto tempo. Si trattava della cosa più distraente, non solo per il volume ma per la chiarezza delle parole che, a volte, erano anche intriganti.

Vivere a Venezia Venezia

Lo stesso accade a chi vive a Venezia (Venezia Venezia, per far capire a tutti che non vivevo a Mestre), dove ho vissuto per quasi dieci anni. Un paesaggio sonoro unico, a misura d’uomo, soprattutto di notte.

Escludendo il Canal Grande, strada d’acqua trafficatissima e rumorosissima e alcuni luoghi altamente trafficati dal turismo.

Ma tra le calli non turistiche, la quiete lascia spazio anche ai sospiri di amanti più rumorosi.

Forse è proprio il fatto di aver vissuto in luoghi silenziosi che mi ha fatto propendere per una visione acustica del mondo. Il mio cervello è propenso ad ascoltare e non ad eliminare i suoni.

A tal proposito potrebbe interessarti l’articolo scritto su Le sirene di allertamente acqua alta.

Tolleranza del rumore

Quando andavo a Milano, per esempio, o in altre città, mi rendevo conto delle differenze tra suono e rumore. Ed è incredibile come tutte le persone che vivono in città non siano consapevoli del rumore in cui sono immersi.

Certo, il livello di tolleranza del suono è diverso da individuo ad individuo. La sensibilità delle orecchie varia da persona a persona e con l’età l’udito peggiora un po’ per tutti, anche escludendo patologie comuni come gli acufeni.

In generale, ciascuno di noi si abitua ai livelli ambientali del rumore domestico.

Per esempio, i genitori con bambini non si rendono conto del rumore prodotto dai loro stessi figli e del fastidio che possono arrecare ai vicini. Il loro livello di tolleranza del rumore è diverso, sicuramente più alto rispetto a chi non ha figli o vive in case solitarie. Se si hanno bambini in casa ci si abitua alle loro risate, come alle loro grida, ai loro lamenti, al loro parlare giocoso.

Lo stesso vale per chi ha cani che abbaiano rispetto a chi non ne ha. E ancora, siamo tutti assuefatti alla ventola di sottofondo del nostro PC o al ticchettio della tastiera in ambienti lavorativi.

Insomma, alcuni sfondi acustici a cui siamo sottoposti regolarmente o continuativamente diventano familiari per il nostro cervello. Questi suoni dunque sono relegati dal cervello in uno stato di disattenzione per evitare di affaticare il sistema nervoso con allarmi continui.

In questo, seguiamo un modello impostato dalla nostra evoluzione nel tempo e che condividiamo con altri mammiferi.

Suono e rumore differenza

La prima risposta che da Google su suono e rumore è quella di Leo Ravera:

L’unica differenza concreta tra suono è rumore è data dalla forma dell’onda: un onda regolare produce un suono, un onda irregolare produce un rumore. Entrambi possono essere tuttavia utilizzati per produrre musica, anche se siamo più abituati alla musica realizzata con suoni intonati.

Quali sono i suoni e i rumori?

TRA SUONI E RUMORI:

Sono onde, invisibili, che si propagano nell’aria e che Il nostro orecchio riesce a percepire. Il suono è tutto quello che ci trasmette una sensazione. Il suono è tutto quello che ci trasmette una sensazione piacevole. Il rumore ci trasmette una sensazione di fastidio.

Per l’acustica

la distinzione tra suono e rumore è legata alla qualità delle vibrazioni: se esse sono regolari abbiamo un suono, se sono irregolari un rumore.

Paesaggi sonori

Gli essere umani, con la loro evoluzione, hanno modificato i paesaggi sonori naturali delle foreste, delle pianure e delle campagne. Questi paesaggi, un tempo erano caratterizzati da suoni naturali quali la pioggia, il vento, i tuoni, i ruscelli, l’acqua delle cascate, i richiami degli uccelli, il ronzio degli insetti, il calpestio degli animali o il frastuono delle mandrie. Oggi tutto questo è stato sostituito dal traffico, dagli aerei, dalle fabbriche, dai motori e motorini, così come dalla musica che ascoltiamo alla radio come a quella dei concerti a cui partecipiamo.

Oggi, siamo abituati, fin dall’infanzia, al rumore, ai suoni ripetitivi. Non si tratta solo di ninna nanne, ma anche di giocattoli vari, carillon, televisioni e ascolto di svariati dispositivi. Si tratta di un continuo rumoreggiare che ci accompagna nell’arco di una vita.

Nell’adolescente si cresce rumorosamente con lo stereo a tutto volume nella propria stanzetta o con auricolari che spezzano i timpani. E più diventiamo adulti più siamo esposti al frastuono, nel traffico, alla stazione dei treni, all’interno di fabbriche o di uffici dove riscaldamenti o condizionatori producono un ronzio costante.

Il cervello dunque è ampiamente abituato a cancellare questo sfondo sonoro, ma il nostro cervello e il nostro corpo continuano a reagire.

Ascolto

Cosa accadrebbe se ascoltassimo tutto questo rumore con intenzione?

Se leggendo queste righe hai scorto qualche rumore a cui, generalmente, non hai mai fatto caso, se stai sentendo uno ronzio di sottofondo continuo, significa che durante la lettura di questo articolo hai sperimentato il tuo paesaggio sonoro.

Si tratta di una frontiera percettiva della filosofia e delle neuroscienze ma è anche qualcosa di antico quanto la consapevolezza umana. No sto scrivendo e dicendo nulla di nuovo o di sconosciuto. Il suono, percepito come stimolo uditivo o tattile, è un indizio sensoriale vitale che tutti gli animali usano per valutare l’ambiente circostante.

La nostra cultura occidentale, presa dai social e dalla diffusione sproporzionata di video, è primariamente una cultura visiva ed ha sicuramente poca consapevolezza dei paesaggi sonori che produce.

La cultura, la lingua, aiutano a determinare cosa sia ascoltato attivamente e cosa no.

La lingua dell’ascolto

Anche la nostra lingua non ha grande coscienza di suono e rumore, tanto meno dei paesaggi sonori.

Il nostro vocabolario è ricco di processi, di prospettive, panoramiche, scenari, punti di vista, vedute diverse, aspetti, mappe e di grafici. Termini diffusi e molto chiari alla stragrande maggioranza della popolazione.

La sonorità ha vocaboli più di nicchia: cosa sono i riverberi, le risonanze? Abbiamo persino difficoltà a definire cosa sia un suono da un rumore.

Questo blog, fin dall’inizio si prefiggeva l’obiettivo di far riscoprire la conoscenza attraverso l’attenzione al suono, all’udito e all’ascolto consapevole. Ammetto anche che nasceva in un periodo dove alcuni esperimenti sul web aggiungevano la musica nei siti web. Esperimento miseramente fallito.

La conversazione, un nuovo interesse

Oggi, una parte della letteratura recente è interessata al significato culturale del rumore, ai paesaggi sonori urbani come vettori di comunicazione (anche interculturale).

Il disguido sta nel fatto che gli uditivi sono una minoranza e che magari durante la lettura di questo articolo non ti sei reso conto di nessun paesaggio sonoro e dunque puoi pensare che non sia importante.

Eppure l’essere uditivo o visivo non significa vivere in un compartimento stagno. L’essere umano usa comunque tutti i sensi per relazionarsi con il mondo.

Ed oggi, a conferma di questo, nonostante lo strapotere dei video, ci si muove sempre più verso gli aspetti relazionali e conversazionali delle comunità digitali.

E la conversazione, con buona pace dei detrattori, resta un elemento acustico o, quanto meno, rimanda ad un elemento acustico della nostra vita.

Domande sugli effetti del paesaggio sonoro

Chi, come me, si interessa al mondo dell’audio e alle sonorità come elementi di progettazione da inserire o da scartare nel digitale si pone moltissime domande.

Da un po’ di tempo a questa parte c’è una maggiore attenzione agli effetti del rumore sulla salute e dunque su quali sono le conseguenze del disturbo acustico nelle comunità.

Sempre più spesso ci si dovrebbe interrogare su quali sono gli effetti del rumore ambientale sui bambini, quali sono le implicazioni del volume come preferenza culturale, quali sono gli usi della musica come rumore.

Quali sono le condizioni in cui il rumore non è semplicemente un fastidio, ma elemento di indagine, in un dato ambiente, rispetto alla cultura che l’ha plasmata?

In che modo gli ambienti rumorosi influiscono sulla capacità di apprendimento dei bambini?

A cosa porta l’uso spasmodico dei dispositivi portatili (con continue notifiche) rispetto al grado di attenzione (frammentato) degli adolescenti?

E cosa potrebbe significare la scelta di immergersi sempre più spesso in videogames che ricreano altri paesaggi sonori, controllati e ormai indirizzati a tenerti ben saldo alla console?

Quali sono i diritti e gli obblighi di una comunità rispetto alla creazione dei paesaggi sonori comuni?

Certo, non si hanno risposte definitive e questo blog personale non sempre riuscirà ad essere profondo come lo possono essere le ricerche accademiche. Ma è nella mia convinzione che possa risvegliare l’attenzione di un certo pubblico che prima o poi dovrà prendere consapevolezza di questi temi.

Rumore e suono come questione comune

In che modo i paesaggi sonori, tra suono e rumore, possono contribuire all’individualità, sociale e culturale?

Come si possono mitigare o ridurre gli effetti dannosi del rumore urbano? Forse andrebbe del tutto eliminato?

Se il rumore è un problema, il silenzio potrebbe essere una soluzione?

Il rumore richiama l’attenzione su se stesso mentre il silenzio pone più domande.

Da un lato ci sono gli effetti spirituali di meditazione e silenzio. Dall’altro ci sono le prospettive etiche e legali sulla quiete come diritto umano, essenziale per la salute e per la società civile.

Fino ad arrivare alle potenziali applicazioni del silenzio e dell’ascolto consapevole come strumenti per la risoluzione dei conflitti.

Trasferimento di conoscenza

La maggior parte delle informazioni divulgative rumore come evento quotidiano è stata fino a poco tempo fa limitata a professionisti specializzati di settore, in particola modo di riviste di ingegneria civile e sanità pubblica.

E dunque il pubblico di riferimento è sempre stato limitato. La nascita di blog e vlog ha permesso una maggiore informazione sul rumore come disturbo pubblico e una minaccia per la salute dell’udito.

Questo trasferimento di conoscenza, dal complesso al comprensibile, dall’arcano al familiare, però, come tutti i processi divulgativi è soggetto a rischi di vario genere. Gli accademici e gli specialisti criticano aspramente questo genere di lavoro e non tutti condividono il grado di superficialità in cui si incorre.

In Italia, poi, gli accademici e gli specialisti non si prendono neanche la briga di accettare il contatto su LinkedIn.

Eppure, anche se non tanti si prendono cura di questo argomenti, direi di questo senso, gli effetti dannosi del rumore ambientale sono più gravi nei distretti urbani, ad alta densità abitativa e a basso reddito, in tutto il mondo. Occuparsene è un atto di militanza e di attivismo a favore della giustizia sociale.

Se sei arrivato fin qui, puoi sostenere il blog facendomi un regalo. Prendi anche solo uno spunto.

Al lettore

Tu, che stai leggendo questa pagina (sperando che diventi un lettore del blog), potresti essere una persona sensibile al suono e rumore o semplicemente un curioso. Potresti essere uno specialista in un campo diverso dal suono ma sospetti che trarrai beneficio da ulteriori conoscenze al riguardo.

Forse sei un giovane studente che aspira a uno di queste professioni e cercare risposte a domande che ti incuriosiscono.

Potresti essere un genitore preoccupato per la diagnosi del deficit di attenzione di tuo figlio o per le abitudini di ascolto di tuo figlio; potresti essere ugualmente l’adolescente le cui orecchie risuonano per ore dopo aver assistito a un concerto o il ragazzo che dopo una passeggiata nella natura selvaggia mette via lo smartphone e si mette ad ascoltare il canto degli uccelli.

MI piacerebbe confrontarmi con tutti voi. Cercherò di approfondire il più possibile questo tema.

Mi piacerebbe, però, che mentre leggi… tu… stia ascoltando. E dunque mi piacerebbe sapere che hai una maggiore consapevolezza del suono che ti circonda.