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User experience design

Scegliere di diventare UX Designer

Scegliere di diventare UX Designer a tutte le età è una buona scelta? Si può avere 18, 25, 37, 45 anni e scegliere di diventare un UX Designer? Qualche tempo fa mi chiedevo, ma davvero tutti vogliono diventare UX Designer?

Capita quasi periodicamente che laureati in Storia, in Archeologia, in materie umanistiche varie, persone che dopo aver tentato lavoretti vari, incontrano la disciplina e se ne innamorino. Così chiedono nei vari gruppi se è ancora possibile avere una possibilità, studiando e formandosi come UX/UI Designer.

Di solito si tratta di persone che si dicono essere ad un punto di svolta. Si tratta di persone che vogliono dare uno scossone alla loro vita. Ma nello stesso tempo si chiedono se, alla loro età, qualunque età, dal loro luogo di residenza, di solito la provincia più profonda, è possibile trovare lavoro in questo campo. Oppure se saranno costretti rinunciare al sogno.

È davvero questo il sogno?

Un sogno è un sogno e va al di là di ogni limitazione. Altrimenti non sarebbe un sogno. Piuttosto è necessario capire se non è un ripiego.

Per molte persone del settore, avanti con l’età, entrare nel mondo degli UX design è stata un’epifania, un naturale sviluppo del lavoro che già si faceva. Per esempio, spesso si dice che ci sono architetti dell’informazione inconsapevoli in tante aziende e istituzioni. Persone che si definiscono altro, o che ricoprono posizioni diverse, ma che organizzano le informazioni proprio come degli architetti dell’informazione.

Tutto è possibile se si studia?

In molti sostengono che gli ostacoli non sono legati tanto all’età, ma dalla possibilità di fornire un portfolio adeguato. E dunque dallo studio profondo del ramo che si sceglie.

Ma sarà del tutto vero?

Mi viene in mente la quarta di copertina del libro Teoria della classe disagiata di Raffaele Ventura.

Cosa succede se un’intera generazione, nata borghese e allevata nella convinzione di poter migliorare – o nella peggiore delle ipotesi mantenere – la propria posizione nella piramide sociale, scopre all’improvviso che i posti sono limitati, che quelli che considerava diritti sono in realtà privilegi e che non basteranno né l’impegno né il talento a difenderla dal terribile spettro del declassamento? Cosa succede quando la classe agiata si scopre di colpo disagiata?

La risposta sta davanti ai nostri occhi quotidianamente: un esercito di venti-trenta-quarantenni, decisi a rimandare l’età adulta collezionando titoli di studio e lavori temporanei in attesa che le promesse vengano finalmente mantenute, vittime di una strana «disforia di classe» che li porta a vivere al di sopra dei loro mezzi, a dilapidare i patrimoni familiari per ostentare uno stile di vita che testimoni, almeno in apparenza, la loro appartenenza alla borghesia.

In un percorso che va da Goldoni a Marx e da Keynes a Kafka, leggendo l’economia come fosse letteratura e la letteratura come fosse economia, Raffaele Alberto Ventura formula un’autocritica impietosa di questa classe sociale, «troppo ricca per rinunciare alle proprie aspirazioni, ma troppo povera per realizzarle».

E soprattutto smonta il ruolo delle istituzioni laiche che continuiamo a venerare: la scuola, l’università, l’industria culturale e il social web.

Se dunque si è capaci di superare questo disagio si è capaci di tutto.

L’età è un limite?

Chi fa i colloqui non sempre guarda l’età. L’età però è un problema se a quell’età si ha l’esperienza di uno di 22, che per forza di cose verrà scelto rispetto a chi è più adulto.

Ma alcune competenze sono necessarie: portfolio, entusiasmo e creatività, skills umane (umiltà, senso di collaborazione, ecc.).

Il consiglio è quello di innamorarsi della UX/UI, di un mondo che pensa e progetta soluzioni e servizi digitali e di tutto quello che vuoi, non di un’idea di vita differente.

Insomma, o sei giovane, o hai l’esperienza.

Ascolta il tuo cuore non la pubblicità dei corsi UX

Cambiare vita è qualcosa che merita stima e rispetto. Se ad un certo punto della vita si capisce di aver sbagliato strada è giusto seguire la propria strada. Ma si è davvero sicuri di voler entrare in questo mondo?

È necessario chiedersi bene se è quel che si vuole, se ci sono altre strade altrettanto entusiasmanti.

Chiedilo al tuo cuore, chiedilo a te stesso. Non a chi fa già questo lavoro, che almeno un minimo lo fa con amore, passione ed entusiasmo. Chi lavora in questo ramo ha capito che vuole fare questo lavoro e quando ha iniziato ha accettato anche uno stipendio basso (più basso della barista o del lava scale).

Non ci sono lavori più fichi di altri. Non credere o valuta attentamente chi lo dice. “Ho visto che UX fa figo, guadagna bene, lavora dove vuole e quando vuole”. Personalmente l’ho visto elencato tra i lavori con più alta probabilità di lavoro”. Ma questa è la promessa di molti corsi che si trovano online con lo scopo di vendere il corso e stop.

Mentre il mondo del lavoro è il mondo del lavoro italiano.

Focalizzare l’obiettivo

Il consiglio più forte, dopo aver capito il perché e se davvero è la strada che si vuole seguire, è quello di focalizzarsi su una cosa sola. Di non andare sul generico. È necessario capire cosa piace di più del mondo UX e specializzarsi su quello. Solo User Interface, solo architettura dell’informazione, solo user research, per esempio. In questo modo si riduce il tempo per capire cosa fare e cosa studiare e diventare bravi almeno in un campo.

Poi si avrà anche il tempo di espandere le proprie conoscenze.

Se vuoi puoi?

In Italia è un po’ complicato. Però ci sono esperienze, molto rare, che vedono persone che sanno studiare e acquisiscono competenze straordinarie in poco tempo.

Io conosco persone che hanno 3 lauree, persone che lavorano e studiano all’università, ragazze che si sono laureate, lavorano e prendono altre lauree. Ma sono persone rare. Non è la norma.

Studiare a 20 anni, non è la stessa cosa che studiare a 40 anni.

Non essere in uno stato di necessità

Ovviamente, la storia del sogno e del “se vuoi, puoi” fa i conti con il tuo stato di necessità.

Tutto vale se cambiando vita ti può permettere un periodo di pausa, senza problemi, pensando solo alla formazione o a crearti un portfolio.

Se invece cambiare vita significherebbe cadere in uno stato di indigenza o se non ti puoi permettere un periodo di pausa perché non riusciresti più a pagare le spese per sopravvivere, questa strada, ma anche qualunque strada tu volessi percorrere, potrebbe diventare molto complessa.

Non è mai tardi per fare un lavoro che piace

Per concludere, non si è mai troppo vecchi per fare qualcosa che si vuole fare nella vita.

Ma più grandi si è più si dovrà avere la maturità di fare i conti quotidianamente con il fatto che gli studi e le aziende (specialmente in ambito digital) cercano soprattutto giovani (= under 30) e che superata una certa età – triste ma vero – anche l’essere donna può diventare un problema, semplicemente perché per alcuni datori di lavoro l’esserlo equivale automaticamente a una maternità e a tutta una serie di impegni famigliari da incastrare con il lavoro.

Fare comunità

Tra i tanti consigli, infine, credo che ce ne sia uno che li sommi tutti quanti. E cioè quello di fare rete, di fare comunità.

Solo all’interno di una comunità si può crescere, ascoltare i consigli giusti, confrontarsi con colleghi che magari raccontano un loro successo, o di cui vedi pregi e difetti. È nella rete di relazioni che trovi i libri da leggere, i corsi da seguire, le opportunità e i trend del momento.

Con un po’ di fortuna, con umiltà, entusiasmo ed entrando, perché no, “nel giro giusto” si può fare strada e bruciare qualche tappa.

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