Avevo titolato l’articolo Fake News e Architettura dell’informazione. Ma sinceramente non so come la pensano i miei colleghi e forse parlare a nome della disciplina mi sembra troppo presuntuoso. Per questo motivo ho specificato che l’opinione, che mi sono fatto attraverso l’architettura dell’informazione, è mia e del blog. Di parte e parziale, come tutte le verità di questa terra. Ai lettori e ai posteri l’ardua sentenza di dare un giudizio se volete. Anche se ad essere sincero, mi auguro che qualcuno voglia arricchire questo pezzo piuttosto che giudicarlo.

Cosa sono le fake news?

Le fake news sono notizie false date per vere. In molte occasioni sono anche verosimili. Le fake news non hanno uno scopo informativo. Hanno il solo scopo commerciale di attrarre le persone a visualizzare la pubblicità contenuta nei vari siti. Spesso il fraintendimento tra news e fake news sta nel modello di business che è identico. Entrambe vengono prodotte al solo scopo di essere diffuse il più possibile e portare guadagni a chi le produce attraverso la pubblicità.

Le persone generalmente non verificano la veridicità delle informazioni che condividono. Molto più spesso non leggono i contenuti che consigliano ai propri amici. E generalmente si soffermano alla visione della foto o del titolo.

Per questo motivo è necessario andare più in profondità e determinare delle strutture che permettano di creare un contesto che si differenzi dalle fake news.

Fake news, lo scenario

Oggi si fa un gran parlare di fake news, bufale, notizie false, notizie alternative, post verità. Negli Stati Uniti è una questione ampia e avanzata che sta restituendo autorità alla carta stampata. Per questo motivo anche in Italia si pensa che sia prossimo il ritorno alla carta, pur non seguendo le buone pratiche d’oltreoceano, pur non facendo uso di architettura dell’informazione. pur non creando redazioni di verifica delle notizie, pur non assumendo figure professionali che vanno incontro ai lettori. Non si capisce, dunque, quale dovrebbe essere la causa per un ritorno alla carta stampata, anche in Italia.

Sebbene a parlare di fake news siano principalmente i giornalisti che giustamente ne sentono il carico, penso che il tema riguardi tutte le categorie di professionisti che producono contenuti. Ed oggi, che piaccia o no, tutti produciamo contenuti. Sono quasi certo, infatti, che i giornalisti che leggeranno questo articolo storceranno il naso. E la cosa mi dispiace. Ai giornalisti toccherebbe la verifica delle notizie. Magari l’adozione di un verification handbook, forse. Ma ci sono altri pezzi coinvolti nella trasmissione di significato. Tra questi c’è l’architettura dell’informazione appunto e l’organizzazione del lavoro, per esempio. A mio parere, il dibattito va allargato ad una ampia platea.

Con questo articolo non dimostrerò, dunque, che l’architettura dell’informazione sia la panacea (la personificazione della guarigione universale e onnipotente) a tutti i mali del mondo della comunicazione. Né che la sola applicazione della disciplina possa risolvere tutti i guai dell’informazione italiana. L’architettura dell’informazione è però uno dei tasselli fondamentali che andrebbero tenuti in conto. Almeno ascoltati.

Fake News e Architettura dell’informazione

Da architetto dell’informazione mi pongo ogni giorno delle domande. Il mio obiettivo è quello di trovare risposte oltre le apparenze. La ricerca di senso della realtà. La ricerca profonda delle ragioni che ci portano a certe scelte.

Dal punto di vista dell’architettura dell’informazione le fake news, le notizie false, sono un problema ben identificato. Ossia, dal punto di vista strutturale le notizie false riguardano il contesto e gli ambienti semantici.

Lo ha spiegato benissimo Jorge Arango al X summit di Architecta del 2016. Alcune settimane fa ho riportato sul blog quanto è stato detto Jorge Arango e l’architettura dell’informazione.

Fake News, cosa sono secondo Jorge Arango

Un mio amico mi chiedeva se ci fosse una architettura della menzogna o della bufala. Certamente c’è un linguaggio e uno storytelling della bufala. Ma non mi occupo oggi di spiegare questo. Mi porterebbe troppo lontano.

Scrive e dice Arango.

Dopo l’elezione 2016 negli Stati Uniti, si è parlato molto del problema delle “notizie false” sui social network. Ciò significa che un particolare ambiente semantico ( i social media che stiamo usando per informare la nostra visione del mondo) sta diventando un ecosistema inquinato con materiale proveniente da un altro ambiente semantico (la propaganda, o in alcuni casi, la satira). Questa non è una novità, naturalmente. La disinformazione è stata intorno a noi da tempo. Ciò che è nuovo è la pervasività del problema. E il fatto che ora passiamo molto più fluidamente tra i diversi ambienti semantici. Questo rende più difficile per noi capire come dovremmo interpretare ciò che stiamo guardando. Ci conviene capire come possono diventare inquinati, e lavorare per garantire che la trasmissione di significato possa avvenire in modo più “limpido” possibile.

Arango sottolinea che le notizie false non sono affatto una novità. La novità semmai è la loro pervasività. Le notizie false arrivano, oggi, anche a persone che non hanno le difese culturali per comprendere il contesto.

Compito di chi vuole migliorare il sistema (costruire un internet migliore) è quello allora di garantire la trasmissione di significato della realtà. Gli architetti dell’informazione si pongono questo obiettivo come fondamento del proprio lavoro. Ma la trasmissione di significato della realtà è un obiettivo che chiunque dovrebbe porsi. Il perché è presto detto.

Risorse non rinnovabili

La costruzione di un internet migliore non è un ideale utopistico. Ma è un dovere reale per chi produce contenuti, una pratica di etica quotidiana.

Arango continua nel suo ragionamento.

Quando discutiamo di sostenibilità dell’ambiente fisico, parliamo spesso di risorse non rinnovabili.
Gli ambienti informatici hanno anche loro una risorsa non rinnovabile, essenziale. Una risorsa senza il quale l’intero sistema crolla. L’attenzione. L’attenzione degli esseri umani, che interagiranno con i prodotti e i servizi che progettiamo.

Che cosa stiamo facendo con il tempo prezioso degli utenti delle nostre applicazioni? Li stiamo aiutando ad essere genitori, collaboratori, cittadini più efficienti? O stiamo dando loro solo una soluzione rapida, della dopamina, in modo da poter mostrare loro più annunci?
Ogni giorno, le persone stanno spendendo più del loro tempo con le applicazioni e i siti web che creiamo.

Dobbiamo onorare questo privilegio per non sprecare la loro attenzione.

La costruzione del contesto

L’architettura dell’informazione costruisce il contesto. Se all’interno dei contesti informativi entrano notizie che confondono il senso della realtà, creiamo un buon ambiente per le fake news, o di notizie che comunque non saranno comprese. E che daranno vita ad altri fraintendimenti. Molte volte questo accade strutturalmente. Gli articolo spesso sono immersi in un contesto che non è il loro. E questo si accentua di più quando una notizia, anche se vera, non trasmette alcun senso della realtà. Alla lunga il contesto, in cui proliferano queste notizie, perde di autorità.

E’ paradossale che mentre le testate riconosciute, per la loro rilevanza, perdano di autorità, i siti di bufale si rifanno a questi contesti. Sembrerebbe, quasi, che i due contesti si imitino a vicenda. E questo accade molto probabilmente anche perché il modello di business, ossia il modo in cui guadagnano, è lo stesso.

Quando un giornale mainstream e generalista, scrive un titolo dal tono satirico, non fa altro che copiare e riprendere ambienti semantici che appartengono ad altri contesti. In questo travaso di contesti e di sistemi semantici ad avere la meglio, sono le bufale. E a perderci, di brutto, è l’autorevolezza dei giornali rilevati. Non è un segreto, infatti, che i quotidiani in edicola perdano lettori con una emorragia continua (almeno questi i dati fino al 2015).

Anche qui le ragioni sono varie. Parlarne richiede uno sforzo notevole, almeno quanto leggerne. Anna Maria Testa ne scrive lungamente su Internazionale e sul suo blog.

Continuiamo a farci del male

Tutto questo discorso interessa poco, purtroppo, a coloro che hanno potere decisionali sul contesto. Sicuramente hanno molto meno interesse di voi che siete arrivati alla conclusione di questo articolo. Ancora oggi, economicamente, il contesto, la progettazione, la ricerca, il buon senso, l’applicazione delle buone pratiche, sono ritenute irrilevanti dai vertici decisionali. Ciò che conta sono i numeri. Quel che conta è la sola fatturazione. Anche se poi si rivela tutto un castello di carta al macero.

Attenzione. Non dico assolutamente che sia cosa facile. Ma solo quando si creerà una massa critica di persone che comprenderanno questo pezzo dell’informazione (e altri pezzetti di significato), si potrà iniziare a ricostruire quanto abbiamo fin qui perso. Quando e se si creerà.

 

 

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