Fake news e social secondo alcuni pare che vadano di pari passo. Sul blog, dopo aver parlato di fake news in senso strutturale e dopo aver sottolineato l’importanza degli ambienti semantici concludo il discorso parlando del contesto sui social. Premetto sempre, per chi non mi segue settimanalmente, che temi di questo genere non possono essere esaustivi con un solo articolo. E ovviamente ciò che riporto è il frutto del tempo e degli stessi algoritmi che mi fanno conoscere determinate cose e non altre.

Nella prima stesura di questo articolo sono spesso uscito fuori tema andando a toccare  elementi più giornalistici. Ma ho preferito affidare ad altri contesti le mie opinioni su informazione, fake news e social e qui restare nell’ambito strutturale. Mi piacerebbe, infatti, che alla fine di queste tre settimane, dopo la lettura degli articoli

i miei lettori avessero le idee chiare sul punto di vista di un architetto dell’informazione. O quanto meno avere uno strumento in più per riflettere sul tema. O per codificare il problema di cui sempre più spesso si parla.

AGGIORNAMENTO 13 Aprile 2017 ore 00.25

Comunicazione di Facebook agli utenti su come riconoscere e verificare una fake news.

E’ interessante che proprio oggi ricevo una notifica da parte di Facebook che mi aggiorna sul lavoro che Facebook sta facendo per fermare da disinformazione e le fake news e un decalogo su come scoprire le fake news.

Raccolgo alcuni punti interessanti per il blog

  1. Investigate the source. Ensure that the story is written by a source that you trust with a reputation for accuracy. If the story comes from an unfamiliar organization, check their “About” section to learn more.

  2. Is the story a joke? Sometimes false news stories can be hard to distinguish from humor or satire. Check whether the source is known for parody, and whether the story’s details and tone suggest it may be just for fun.

  3. Some stories are intentionally false. Think critically about the stories you read, and only share news that you know to be credible.

Fake news e social

I social sono un ambiente complesso e lo scenario che presentano non è qualcosa da poter spiegare analizzando un solo pezzo. Qualunque discorso facciamo sui social è sempre di parte e parziale. Parlare di social significa parlare del mondo. Per questo motivo sottolineo il fatto che personalmente cerco di guardare allo scenario dei social e di restringere (con fatica) la discussione all’elemento strutturale.

E seppure in alcuni punti, il mio discorso possa sembrare semplice o semplicistico, la distinzione tra notizia vera e falsa non è cosa banale. Distinguere una notizia falsa da una vera richiede uno sforzo culturale non indifferente e una conoscenza specifica sui vari temi proposti.

Facebook

Parlare di social significa, in buona parte, parlare di Facebook. E i social, così come Facebook, non sono contesti coerenti per gli utenti. I social sono contesti coerenti per i proprietari e per la raccolta dei dati di chi frequenta i social. L’architettura dell’informazione di Facebook è una architettura che io definirei anfibia. Respira e assorbe utenti e poi li trattiene dentro. Un po’ come la balena di Pinocchio.

Attraverso l’uso di algoritmi specifici è volta a tenerci dentro le mura del social. La convenienza specifica di facebook, come la chiama Alberto Puliafito

è farci star dentro Facebook.

In un certo senso, Facebook vuole diventare internet.

Interesse di Facebook è raccogliere dati, tutti i dati possibili e immaginabili, da rivendere.

Architettura dell’informazione di Facebook

Non c’è mai stato nessun interesse a spiegare la realtà. Facebook non si è neppure dato il compito di organizzare le informazioni per creare contesto. Il contesto, invece, diventa molto coerente quando paghiamo Facebook per sponsorizzare un nostro post. Non c’è nessuna possibilità di ambiguità. Vai a colpire con il tuo messaggio, se lavori bene, le persone che potenzialmente sono interessate.

Nel contesto pubblicitario, l’utente pagante riesce, con molta facilità a compiere tutte le azioni che lui vuole fare per raggiungere il suo obiettivo.

L’architettura dell’informazione dei social varia da social a social. Così come l’architettura dell’informazione dei social è diversa dall’architettura dell’informazione di un forum o di un blog. In questi tre contesti le dinamiche di partecipazione sono diverse. E di conseguenza l’utente si comporterà diversamente.

Ridistribuzione della rilevanza

Federico Badaloni ce lo spiega, sempre con la sua chiarezza.

Ci sono degli ambienti che forzano le persone a comportarsi in un certo modo,  gli ambienti in cui abitiamo ci portano ad agire in un certo modo.

Facebook è una macchina della rilevanza? Gli architetti dell’informazione di Facebook hanno progettato quell’ambiente in modo che il concetto di rilevanza si appiattisse sul concetto di interesse individuale.

E’ possibile progettare un social media senza che accada questo? Forse twitter ha delle dinamiche in cui la possibilità democratica di creare un hashtag si avvicinano alla possibilità quello che per una comunità è interesse collettivo e non interesse individuale.

Coerenza e ambiente semantico

I social dunque, è chiaro che non possono essere coerenti se non con se stessi. La nostra stessa rete sociale non è coerente. Tra i nostri “amici sociali” abbiamo persone che la pensano diametralmente all’opposto. E che magari nella realtà non frequentiamo o non abbiamo mai incontrato. All’interno dei nostri gruppi o comunità, ci sono persone che hanno una cultura diversa, istruzioni dissimili. Senza contare che le persone non sono completamente rosse o blu, bianche o nere. C’è chi usa i social per lavoro, chi per svago, chi per ridere. E questo tra persone che sono ben identificate. Per non parlare dei trolls di professione o chi apre un account social per condividere sofferenza o per sfogare le proprie, frustrazioni o rabbie. Moltiplicato per i milioni di account che vivono sui social è facilmente comprensibile che gli ambienti semantici siano complessi e molteplici.

Ritornando a noi e agli ambienti semantici, verificare le notizie, non solo significherebbe verificare le notizie in sé, che ci vengono proposte dai nostri contatti. Che poi sarebbe la cosa, paradossalmente, più facile. Ma significherebbe anche comprendere a quale ambiente semantico e a quale contesto appartiene la notizia.

La bacheca è il nostro pulpito

La facilità di parola offerta dalle nuove tecnologie pone subito tutti noi su un pulpito dove poter arringare la folla con il proprio pensiero. Facebook con le sue imboccate pone quel pulpito al centro delle nostre case. Su Facebook, non sempre leggere l’altrui pensiero è un atto volontario e voluto.

Qualcuno definisce questi comportamenti tic della comunicazione digitale da cui si fa fatica a sfuggire.

Saranno anche tic, ma personalmente penso che si tratti di progettazione. Nella progettazione di un social si garantisce la possibilità di parola a chiunque e su qualunque cosa. Oggi magari non ci pensiamo più perché la struttura dei commenti è cosa ovvia e predicata ma la possibilità di commentare o meno è una decisione che prende chi progetta e costruisce il social, il blog o il sito.

La possibilità di commentare o non commentare un sito istituzionale è una volontà progettuale. Nei fatti poi è una scelta politica e non certo comunicativa.

I commenti sui social

I social sono luoghi di dibattito e di dialogo. Generalmente il dibattito non è mai un dibattito profondo. Non perché non ci sia la volontà di questo profondità. Ma perché mancano molti elementi che impediscono la comprensione del contesto. Quando commentiamo, con chi ci stiamo confrontando? Con chi stiamo parlando? Gli altri ci conoscono?

Anche in gruppi molto coerenti, la discussione spesso degenera. Le incomprensioni sono dietro l’angolo. Basta una incomprensione, una parola di troppo, un aggettivo scorretto. Basta persino un refuso per sviare la discussione e far perdere il significato di pensiero che si voleva sottolineare.

Nei commenti, a mio parere, mancano tanti elementi di conoscenza delle relazioni. I cosìdetti filtri, non sono altro che le normali regole di convivenza che spesso sui social si abbattono.

Ci vorrebbe un moderatore e non abbandonare i lettori al loro destino. Ma questa è un’altra storia.

Auto conferma, contesti reali, censura

Un social potrebbe essere paragonato ad una macchina fotografica? Forse si. Per certi versi si. Esso focalizza la nostra attenzione su determinate immagini. Descrive certamente una porzione del reale ma, nello stesso tempo, impedisce di vedere e di osservare tutto quello che nella realtà è possibile vedere. Senza considerare il fatto che l’algoritmo di un social, tende a confermare tutto quello che noi diciamo. Autoconfermando il nostro pensiero.

In contesti reali abbiamo molte più informazioni. Abitudini, educazione, pudore, introversione o estroversione ci portano a confrontarci con l’altro in modo più o meno civile, secondo determinate regole di contesto. Tutto la parte di linguaggio di non verbale, ci aiuta nel confronto con l’altro.

Rosy Battaglia, sul suo profilo social, ricorda

“La nostra vita è divisa fra due mondi diversi: online e offline, connessi e disconnessi. La vita connessa è in gran parte priva dei normali rischi della vita. Se non ti piace l’attitudine di altri, smetti di comunicare con loro, li disconnetti. Quando sei offline, e incontri per forza le persone reali, devi affrontare il fatto che la gente è diversa, che ci sono molti modi di essere umani. Devi affrontare la necessità del dialogo, devi impegnarti in una conversazione con loro”.

Zygmund Bauman, tratto da “La teoria svedese dell’amore”.

La necessità del dialogo e l’impegno alla conversazione. Insomma, probabilmente, in presenza, non saremmo così pronti e violenti a puntare il dito su un professionista (o collega) che si è trovato in una situazione di emergenza.  Dal vivo avremmo più chiarezza di giudizio. Avremmo magari un tono di voce più pacato, maggiori possibilità di interazione con l’interessato e chiarimento immediato (e non asincrono, come spesso accade).

Il bollino rosso di Facebook

A conferma di quanto scrivo mi viene in aiuto la recente notizia della comparsa di un bollino rosso che aiuterà gli “amici” di facebook a capire se una notizia è vera o falsa o sicuramente dubbia. In pratica, Facebook ha iniziato una collaborazione con due società di fact checking. Si tratta della Snopes.com e PolitiFact. Entrambe le società che si occupano di verificare le notizie, stanno studiando il modo di bonificare l’ambiente. Ogni qualvolta ci sarà una notizia falsa, segnalata dagli utenti o messa in discussione dalle due società, sulla notizia comparirà un bollino rosso. Questo, insieme alla dicitura disputated, dovrebbe segnalare a chi legge che la notizia che stiamo leggendo è probabilmente falsa.

Tutto molto bello e fin troppo facile. Peccato che la prima notizia da bollino rosso sia stata la notizia di un giornale satirico. La notizia afferma che “le fughe di notizie sui servizi segreti che preoccupano la CIA e Donald Trump, siano causate dall’uso di uno smartphone Android da parte del Presidente degli Stati Uniti”.

La notizia è falsa. Una bufala. Per chi non ha una cultura digitale adeguata risulta anche verosimile. Ma resta comunque falsa. La notizia è stata scritta in un contesto satirico. Ed è stata scritta per far sorridere o ridere. Chi legge un giornale chiaramente satirico, sa in quale contesto sta entrando, sa che tipo di notizie troverà, conosce quale trasmissione di senso gli stanno offrendo gli autori di quel giornale o di quel sito.

Conclusioni

Pare dunque che questa quantità abnorme di informazioni che dovrebbe essere la nostra fortuna, ci si stia ritorcendo contro.

L’architettura dell’informazione, come ho già detto, non sarà la panacea di tutti i problemi, ma sicuramente è la disciplina che più di altre ha in se l’obiettivo di costruire argini alla sovrabbondanza informativa.

A mio parere un modo per ristabilire l’equilibrio tra informazione e conoscenza può aversi praticando quotidianamente la ricostruzione di contesti chiari, usabili, accessibili e trovabili a tutti i livelli.

Si può iniziare da uno studio sistematico dell’architettura dell’informazione o molto più banalmente rinunciare alla condivisione di notizie che noi stessi riteniamo dubbie e fuori dal contesto.

Questa è una pratica crudele. Si tratta di mettere in dubbio la fiducia delle persone che frequentiamo sui social. Rinunciare a qualche link significherà rimettere ordine al contesto. Almeno al nostro contesto, per un riequilibrio tra fake news e social, tra verità e social. Tra noi e il mondo.

 

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