Condividere i talenti è l’unica strada che noi esseri sociali abbiamo per difenderci e migliorare le nostre condizioni di vita. Se è vero che la nostra capacità di sviluppo è legata alla competizione, è anche vero che l’essere umano ha cercato di condividere spazi e valori per obbiettivi di interesse comune, rispetto alla miseria del singolo.

L’unirsi in branco, in tribù, villaggi e città ha permesso una garanzia di vita più lunga e sicura rispetto ad altre specie solitarie.

Eppure, nonostante ogni giorno condividiamo qualcosa sui social, perdiamo nel mondo reale questa generosità verso gli altri. Pare ci sia in atto una desensibilizzazione e diseducazione alla condivisione vera, reale. Stiamo perdendo la capacità di stare insieme disinteressatamente. Di stimare l’altro per i suoi reali meriti.

Eppure senza condivisione, a mio pare, non si fa molta strada.

Il valore della condivisione

La scorsa settimana parlando di valori dell’architettura dell’informazione mettevo in evidenza il valore della condivisione

Quello che so è il risultato di quello che altri hanno avuto voglia e desiderio di condividere con me. Fosse un libro, un pensiero o un parere, persino un cattivo insegnante. Ognuno mi ha segnato e plasmato quel che sono oggi. Nessuno nasce imparato. Siamo il risultato di esperienze precedenti, di errori commessi e di successi conseguiti. Noi pensiamo quello che altri hanno detto e scritto. Siamo quello che altri hanno già provato per noi e con noi.

Non siamo affatto originali. Siamo il risultato di una evoluzione a cui hanno contribuito anche persone sconosciute. Ricambiare questa generosità è contribuire a questa crescita. Possiamo aggiungere il sale che da sapore a ciò che hanno fatto altri. Possiamo elargire il calore che altri non riescono a donare. Ma, resta il fatto che, solo nello scambio ci si arricchisce.

Condividere i talenti secondo Vera Gheno e Bruno Mastroianni

Lo scrivono magistralmente, la linguista, Vera Gheno e, il docente di comunicazione politica, Bruno Mastroianni.

Tutto è gara, tutto è una corsa a “l’ho detto prima”, “l’ho detto meglio”, “quell’idea è mia”… È la brandizzazione delle idee, ossia la convinzione che le idee abbiano una sorta di marchio registrato: l’ho già detto io e nessun altro può dirlo. Te lo dico io, casomai a pagamento.

Conversazione globale

Questa visione si è diffusa soprattutto a causa della conversazione globale e orizzontale ingenerata dai social, che porta a gestire gli scambi di idee non per quello che sono, ma come un luogo di concorrenza o una potenziale minaccia al proprio brand. È una deformazione che, più o meno, ci portiamo tutti dentro, e che emerge al momento di confrontarci su qualsiasi questione. Tendiamo a trattare le nostre conoscenze, intuizioni e opinioni come se fossero prodotti su un mercato in cui è necessario sempre arrivare prima e meglio degli altri, difendersi da concorrenze sleali e dalle imitazioni, assicurarsi di essere sempre i leader del settore. “Già lo dicevo 10 anni fa…”, “ho avuto io per primo l’idea nell’84…” Quante volte nei commenti o nei post, soprattutto degli esperti, trapelano questi meta-messaggi in toni più o meno piccati con tanto di link ai propri blog, slide, ecc.?

Sconfiggere la concorrenza

L’idea di fondo è che, affinché un’idea si affermi, ci sia bisogno anzitutto di sconfiggere la concorrenza. Se ci pensiamo, è un approccio destinato al fallimento: il pensiero, infatti, non segue logiche di mercato, e le opinioni non sono prodotti. Al contrario, ogni conoscenza è tale e cresce nella misura in cui si aggancia ad altre conoscenze e prospettive: la conoscenza è una rete. Quando pensieri simili da una parte e divergenti dall’altra si incontrano e si compenetrano, quando vengono usati – e talvolta modificati – da una moltitudine di interlocutori in diversi modi, anche incontrollabili, è lì che si genera davvero cultura, si opera un cambiamento, un passo avanti che trasforma il modo di vedere la realtà. Insomma, l’efficacia del pensiero si misura dal momento in cui non è possibile controllarne la diffusione e i risvolti. Tutt’altro che prodotto esclusivo legato a un brand (in questo caso l’opinatore), il pensiero è davvero tale quando ha effetti che vanno di gran lunga oltre le possibilità di diffusione che avrebbe immaginato il suo proprietario.

Evoluzione del pensiero

E questo da sempre: chi studia sa che fin dall’inizio della riflessione umana è già stato detto e posto quasi tutto. La storia dell’evoluzione del pensiero, insomma, assomiglia molto più a una costante rielaborazione e trasformazione di cose già dette che a una serie di prodotti unici e innovativi assenti fino a quel momento dal mercato. Quindi non solo è possibile, ma molto probabile che qualcuno, da qualche parte, in qualche modo abbia già detto, scritto, enunciato, dichiarato quello che noi pensiamo di avere detto, scritto, enunciato e dichiarato per primi.

Certo, se possibile occorre sempre dare credito ai giganti sulle cui spalle, metaforicamente, ci stiamo arrampicando: la progressione della conoscenza passa anche dal giusto riconoscimento delle idee altrui, per poi partire a costruire da esse. Ciononostante, come pensatori di ogni campo, prepariamoci anche a fare i conti con le conclusioni analoghe alle nostre di altri che non ci conoscono affatto.

Alleanze

Sarebbe bello riuscire ad allearsi tra coloro che fanno iniziative e riflessioni simili: questo darebbe una grande forza alle istanze portate avanti, una forza tersa, pulita. La forza dell’idea che supera le divergenze superficiali, le antipatie personali, le rivendicazioni di bollini blu e di “l’avevo detto io, ecco il link al mio articolo del 1982…”

Troppo spesso, invece, nel nostro paese ma non solo, si cerca di “brandizzare” la conoscenza, tarpandole di conseguenza le ali e facendola diventare una “garetta” al diritto di prelazione, al poter dire “quel pensiero è roba mia”. Finendo per indebolire la sua portata globale.

Il punto di forza

Proprio il fatto che ognuno pensa con il suo approccio, stile e ambito disciplinare, è un punto di forza, o forse il punto di forza. Non un motivo di lotta. Le vere ondate culturali generative sono sempre plurali e “incontrollate”. Tutto serve, tutto fa brodo, guai se pensassimo mai che problemi complessi possano avere soluzioni uniche o standard. Quello che serve è soprattutto continuo scambio e commistione tra diverse idee, modalità e prospettive. Diffiderei di chi ha “la soluzione” che esclude altri, mi affiderei piuttosto a chi sta proponendo riflessioni per confrontarsi…

Altre dimensioni

In un vecchissimo numero di Dylan Dog, qualcuno racconta di come sia quasi impossibile mettere piede su un pezzo di terreno ancora non calpestato dall’uomo. Succede talmente di rado che quando capita, vengono aperti portali verso altre dimensioni. È un po’ così anche con la conoscenza: quasi sempre stiamo dicendo cose già dette; casomai, la vera differenza ce la mettiamo noi, con la nostra irripetibilità e unicità. Questo non esclude che ogni tanto possa anche succedere di aprire varchi dimensionali; raramente riusciremo a monetizzarlo sul momento, possiamo forse piuttosto sperare in un riconoscimento postumo: diventeremo un mattone importante dello ziqqurat della conoscenza globale, in costante costruzione.

Detto questo, dichiariamo nostra l’idea della brandizzazione della cultura, e quindi da questo momento in poi se volete usare questo pensiero dovrete pagarci i diritti.
Vera Gheno e Bruno Mastroianni
[Post pubblicato a account unificati]

La parabola dei talenti

Se avete fatto un minimo di catechesi o se avete letto il vangelo, saprete che c’è la cosìdetta parabola dei talenti. Si tratta della parabola che amo più di altre e che “predico” sempre, perché penso sia illuminante.

I talenti vanno condivisi, vanno investiti, messi in gioco. Ciascuno per quanti ne ha, per quanti ne ha ricevuti. Tenere il proprio talento nascosto, metterlo al sicuro, non porterà nessun vantaggio.

Notizie dalla Silicon Valley

Un po’ di tempo fa ho avuto ospite, a casa mia, un’amica che vive vicinissima alla Silicon Valley. Mi ha raccontato di come lavorano i giovani indiani e di come stanno sbaragliando il mondo del lavoro statunitense. Intanto si ammazzano di studio e di lavoro. La loro voglia di riscatto è tale che gli permette di raggiungere obbiettivi sempre più alti. Per molti di questi ragazzi l’obbiettivo della loro vita è quello di lavorare nella Silicon Valley.

Non tutti riescono a realizzare questo sogno. Ma qualcuno si. Qualcuno riesce. Questo qualcuno però non viene isolato dalla propria comunità come accadrebbe comunemente in occidente. Anzi.

Nell’azienda degli Stati Uniti, il giovane e talentuoso indiano, si reca ogni mattina da solo. Si carica del suo lavoro, dei suoi obblighi e delle sue responsabilità. Ma quando esce, condivide questo lavoro ad un gruppo di lavoro in India. Condividono il lavoro, lo analizzano in gruppo, e insieme e in poche ore forniscono analisi e risultati che, noi poveri, stupidi e solitari occidentali, non riusciremmo neppure a consegnare in una settimana.

La nostra acrimonia, la nostra superbia e arroganza, la nostra mancanza di stima, la nostra invidia verso chi è migliore di noi, la nostra tignosità, i nostri campanilismi, non hanno alcun futuro. Anzi sono destinati ad auto rigenerarsi e ad auto distruggerci.

Imparare a condividere

Il problema è che noi non sappiamo condividere. Se troviamo un tesoro lo andiamo a nascondere. E i tesori nascosti non hanno mai fruttato. Oggi fruttano meno che mai.

Fin quando i singoli non faranno gruppo, comunità, il sistema non sarà pronto ad accogliere né l’architettura dell’informazione, né altre attività innovative che si vogliono svolgere. È necessario unirsi e divulgare.

È necessario affrontare anche le nostre paure. La paura di essere derubati, di essere ingannati, di essere sorpassati. I truffaldini, gli imbroglioni, le persone che ci ruberanno idee e lavoro sono in ogni dove. La mancanza di condivisione non fermerà questo tipo di persone.

Chi è solo deve condividere e unire le proprie forze. Se non lo sappiamo fare, dobbiamo imparare a farlo.

L’Italia ammazza i suoi talenti

Francesco Cancellato, a tal proposito, qualche mese fa, scriveva:

nessun paese ammazza i suoi talenti come l’Italia.
I dati dello Human Capital Index scattano una fotografia impietosa della nostra realtà: sprechiamo un quarto del nostro capitale umano, poco occupato e mal pagato. E intanto blateriamo di genio italico e diamo la colpa agli altri dei nostri guai.

Sviliamo il lavoro creativo, pagando i professionisti poco e male, quando li paghiamo, come denuncia l’ennesima campagna per un equo compenso delle professioni intellettuali, hashtag #leideesipagano. Mentre il rapporto Unioncamere 2015 mette nero su bianco che, per crescere, le imprese italiane dovrebbero sostenere «le reti d’impresa che ibridano la manifattura col design, con la creatività, con la cultura produttiva che tutto il nostro territorio possiede». Parole, parole, parole. Tanto è sempre colpa di qualcun altro.

Uno sguardo ai propri sogni

Penso che sia necessario volgere il proprio sguardo ai propri sogni, alle cose che si vogliono fare. Qui ed ora. Non perché non vogliamo guardare ai problemi. Anzi. Proprio perché i problemi non si risolvono stando a guardare. Dobbiamo avere la consapevolezza che chi ha acquisito, oggi, una posizione, non ha nessuna intenzione di lasciarla ad altri.

Chi è fuori dal sistema si trova naufrago in mezzo al mare. Non siamo tutti sulla stessa barca. C’è chi sta sulle scialuppe di salvataggio. E c’è chi sta in mezzo al mare infestato dagli squali.

Non esiste un dove migliore o peggiore di altri dove rifugiarsi. I giochi sono già stati fatti, il gioco è truccato. Ma nello stesso tempo abbiamo il dovere di creare un futuro. Non perdendo lo sguardo ai propri sogni.

Fare il proprio lavoro

Fare il proprio lavoro giorno per giorno, umilmente e con determinazione, la mia personalissima ricetta. Eseguire i propri compiti con la testardaggine e la convinzione del contadino. Nessuna altra via che impegnarsi nel proprio lavoro! Magari per se stessi. Uscendo fuori da ogni possibile competizione. Lasciando strada libera a chiunque.

Sarà perché il mese scorso l’ho trascorso raccogliendo olive, a me pare che la miglior metafora sia la campagna. Coltivare il proprio orto. E mi viene in mente la campagna, non solo perché la progettazione del futuro passa anche dall’agricoltura, ma anche perché la campagna è maestra di vita.

Coltivare il proprio orto

Nel proprio orto non esiste il migliore. Nel proprio orto c’è solo da lavorare e migliorare. Nell’orto non c’è da superare nessuno, ognuno coltiva il proprio prodotto, il proprio frutto, la propria verdura. In campagna non devi conquistare spazi, devi fare bene nel tuo spazio. E se vuoi allargare il tuo campo lo devi pagare per il valore che ha. Non tutti sono bravi e non tutti possono eccellere al massimo delle prestazioni. E anche i più bravi ogni tanto sbagliano.

Fare il proprio lavoro. Per me, creare siti web secondo i principi dell’architettura dell’informazione, divulgare la disciplina e far crescere il blog, anche occupandomi di tecnologia sonora. Rispettare i valori in cui si crede. Qualunque cosa accada.

Un esempio di condivisione

Condividere conoscenze e creare una comunità di valore è uno degli obbiettivi del blog. E spero di riuscire a realizzare questo scopo divulgando l’architettura dell’informazione. Per esempio. L’immagine in evidenza è un atto di condivisione. Da un po’ di tempo ho lanciato, infatti, un piccolo progetto che riguarda il blog. Un’immagine per un blog sonoro. Ossia, ho iniziato a inserire nel blog immagini scattate principalmente da me.

Questo per rendere innanzitutto il blog sempre più originale. Il progetto è aperto a tutti i lettori che vogliono scattare una foto per il blog. Nessun obbligo, nessuna richiesta. Solo per spirito di condivisione. Solo per creare un arco di relazione tra il blog e i propri lettori.

Una foto di condivisione

Alcune foto le ho scelte io e mi sono state concesse, quella di oggi è stata scattata proprio per me e il blog. Inviata attraverso twitter da una mia follower, Gina. Una condivisione e partecipazione che mi ha reso molto felice. Perché questo blog certamente non ha mai voluto essere autoreferenziale, sebbene porti il mio nome.

Uno scambio vero e disinteressato che ci arricchisce umanamente.

Buon Natale a tutti!

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