La scorsa settimana ho scritto la mia opinione, a proposito della puntata di Rai Report “Senti chi parla” sugli assistenti vocali, nella quale ho voluto sottolineare la divergenza tra il taglio giornalistico e allarmistico rispetto alla tecnologia in sé.

Oggi, proseguo il mio ragionamento su questo connubio tutto giornalistico, a mio parere, sbagliato (o meglio, non del tutto corretto) tra assistenza vocale e violazione della privacy.

Domande legittime

Le domande e i dubbi che riguardo gli assistenti vocali sono tutti legittimi. E non mi esimo dal pormi anch’io tali domande. Però il discorso non può limitarsi ad una caccia alle streghe rispetto ad una tecnologia in divenire.

La nostra privacy viene corrosa quotidianamente da tutto il mondo digitale.

Tanto è vero che, evitando di acquistare uno smartspeaker o disattivando l’assistenza vocale dai nostri dispositivi, la nostra privacy resta comunque in pericolo e i nostri dati continuano ad essere in mano a sconosciuti che ne fanno gli usi più convenienti ai loro interessi.

I nostri dati sul telefonino sono al sicuro? Tutte le nostre conversazioni e i messaggi, email, sms, whatsapp, intimi o no, comunque privati, sono davvero al sicuro? In quali server vengono tenuti? Chi li può leggere? E chi li può analizzare?

La guerra dei dati

A mio parere il tema è mal posto. Se parliamo di dati sarebbe corretto parlare dell’enorme quantità di dati che ci vengono sottratti in ogni dove e con qualunque mezzo. Gli assistenti vocali , semplicemente, si aggiungono a tutti gli altri dispositivi connessi, ma stanno alla fine della lunga catena.

I dispositivi connessi, in fondo, ci permettono ogni giorno di vivere meglio e di fare più velocemente quello che in passato, o non si faceva, o non si poteva fare.

Rinunciamo, ogni giorno ad un pezzo di privacy, in cambio di un servizio, che riteniamo essere gratis, ma che appunto paghiamo in questo modo.

Inquietante?

Aldo Grasso, sul Corriere, occupandosi di TV scrive

«Report» e l’inchiesta sul boom dei «maggiordomi digitali»
Il servizio più inquietante del programma di Rai3 (condotto da Sigfrido Ranucci) è stato quello sugli assistenti vocali che eseguono i nostri ordini.

E conclude

I dati raccolti dagli oggetti connessi sono sempre più al centro dell’attenzione e portano con sé tematiche fondamentali: privacy, cyber security e nuovi algoritmi di Intelligenza artificiale per estrarre valore. Insomma, chi utilizza uno smart speaker deve essere consapevole del rischio che corre per la riservatezza dei suoi dati. Ma, come sempre, ci si rassegna.

Rassegnazione o consapevolezza?

Dispiace innanzitutto il finale di rassegnazione. Il discorso è abbastanza vasto e complesso. E semplificare il tutto con la rassegnazione mi pare banale.

Qui non si tratta di rassegnarsi. Semmai si tratta di divulgare cultura digitale, di educare ed educarsi ad un uso consapevole di tutti i dispositivi.

Almeno, io scrivo, ogni settimana, su questo blog da quasi 4 anni, per questo. Non per rassegnarmi o far rassegnare gli altri ad una tecnologia inevitabile.

Non è che smettiamo di sottoporre le persone ad esame per la patente di guida, solo perché certi incidenti sono inevitabili. Anzi. Speriamo che ci siano esami sempre più duri, e automobilisti sempre più consapevoli.

Lo faccio io in questo piccolo blog, dovrebbe farlo un giornale a tiratura nazionale.

Sempre connessi e costretti?

Dal mio punto di vista io noto una certa diseducazione digitale. Ci è stata data una tecnologia straordinaria. Oggi, il peggior smartphone contiene la tecnologia che ha permesso alla NASA di andare sulla Luna.

Ecco. Dovremmo avere rispetto di questa tecnologia, dovremmo essere consapevoli di cosa stiamo maneggiando.

Dove sta scritto che dobbiamo essere sempre connessi? Chi ha prescritto l’accensione continua di tutti i dispositivi?

Educazione digitale

È proprio grazie alla nostra mancanza di cultura digitale, grazie alla nostra diseducazione e maleducazione digitale che le case di costruzione si permettono di spadroneggiare con le loro imposizioni.

Sopra tutta questa ignoranza sono nati degli imperi. Pensiamo che un dispositivo più costoso sia migliore rispetto ad un altro solo per il suo marchio; senza chiederci quale sia il valore reale dei suoi componenti., per esempio.

Io personalmente non mi rassegno. Possiedo uno smartphone, uso i social ed ho in casa persino il mio assistente vocale. E cerco per quanto possibile di usarli in modo consapevole.

Dati come petrolio

La questione è chiara da anni. Se c’è stato un tempo in cui si diceva che i dati (i nostri dati) sarebbero stati il nuovo petrolio, oggi le aziende stanno intraprendendo accordi per scambiarsi questi dati.

Semmai se un merito hanno avuto gli assistenti vocali è stato quello di portare alla ribalta il tema. Ma non dobbiamo utilizzare l’argomento per distrarre.

Sulla guerra dei dati e dei dati come petrolio ne ho parlato al WIAD Palermo 2018, che aveva proprio il titolo “Senti chi parla” e nell’articolo in cui ho parlato di Carplay e Android Auto.

Le conversazioni

Nello specifico, sugli assistenti vocali dovremmo pure fare un passo indietro e capire da dove arriva questa tecnologia. Da quale bisogno sono venuti fuori gli smartspeaker, considerato che gli assistenti vocali esistevano già da prima.

L’aumento delle conversazioni private su applicazioni di messaggistica varie hanno accelerato lo sviluppo dell’assistenza vocale. Siamo noi che ogni giorno, con il nostro consenso, colleghiamo queste applicazioni al microfono del nostro smartphone.

Vite trasparenti

Ho già scritto riguardo le case invisibili, su come, noi stessi, rendiamo le nostre vite trasparenti. Entriamo nelle case di amici, di conoscenti, così come di perfetti sconosciuti, come nulla fosse.

Impariamo a conoscere gusti, abitudini, luoghi e pensieri di altre persone che nella vita reale, altrimenti, non avremmo incontrato mai.

A tal proposito rimando alla lettura dell‘Onlife manifesto, che pur essendo un vecchio documento resta ancora attuale.

Privacy contro servizi?

Sono anni che perdiamo pezzi di privacy. Sono anni che compiliamo form, accettiamo condizioni, consentiamo di collegare telecamere, mail, gallerie di foto a smartphone e applicazioni varie.

Lo abbiamo accettato di buon grado in cambio di servizi. Accettiamo volentieri di essere controllati nei nostri spostamenti pur di non aspettare più alla fermata del bus; o per conoscere meglio il percorso da fare con l’auto.

Chissà cosa abbiamo accettato in tutta la nostra vita. Chissà se le nostre telefonate sono state registrate, messe sotto controllo. Se andassimo a controllare tutte le applicazioni che abbiamo nel nostro smartphone, ci renderemmo conto che, il nostro smartphone, informa il mondo intero delle nostre telefonate, chiamate, spostamenti, fotografie e su tutta la nostra vita.

Vite sotto controllo

Internet è una struttura militare. E in quanto tale è stata sempre sotto controllo. Quanti conoscono Edward Snowden? Quanti si stanno interessando della vicenda di Julian Assange?

Voglio eludere il problema? No. Semplicemente voglio dire che il problema è a monte. Mi volete dire che con gli assistenti vocali è più evidente? Forse.

Contro le interfacce vocali

Contro le interfacce vocali ho scritto diverse volte. Qui si fa analisi, non resistenza a favore o contro.

Vogliamo parlare di acquisti incauti, di semplificazione del linguaggio, delle relazioni uomo macchina? Dell’empatia tutta umana che abbiamo nei confronti degli assistenti vocali? Ottimo. Sull’assistenza vocale queste sono le questioni.

Le questioni di privacy sono a monte e riguardano ambiti giuridici e costituzionali. E semmai dobbiamo appurare l’arretratezza e la mancanza di strumenti da parte degli Stati di affrontare al tema.

Opportunità per il futuro

Grazie al giornalista Luigi Rancilio, che si è occupato tempo fa dei maggiordomi digitali su Avvenire.it, ho avuto modo di parlare di alcune opportunità. E sull’importanza di occuparsi del tema che riguarda tutti.

Anche qui il titolo non era dei più rassicuranti.

Maggiordomi digitali, un grande Fratello senza Dio.

Risposte di senso

Anche se Luigi Rancilio ha calcato la mano sulla privacy, mi è molto piaciuto come ha concluso il suo articolo.

Visto che pochi setteranno in maniera precisa questi strumenti, chi garantirà le voci ‘minoritarie’ (e tra queste ormai ci sono anche quelle cattoliche) in campo informativo e culturale? E che ne sarà delle domande sulla religione, sulla morale o sulla cultura visto che al momento le risposte attingono a enciclopedie molto generiche? Per capirci, oggi alla domanda: Dio esiste? La risposta di Alexa è: ognuno ha la sua opinione al riguardo. Come dire: risposte sì, ma in alcuni casi più di maniera che di senso vero.

Cioè piuttosto che andare a bruciare i dispositivi, qui dobbiamo dare consapevolezza a cosa ci sta dentro. Prima che il sistema si inquini, come si è inquinato l’internet, possiamo ancora intervenire con i nostri contenuti.

Non è facile, lo sarà presto. Meglio essere pronti.

Commenti

Riporto anche il commento di Luisa Di Martino che ringrazio per il proficuo confronto.

Continuo a cercare di far riflettere chiunque, sempre, che qualsiasi interazione online è come se fosse “sorvegliata” da qualcuno che naviga con te (a prescindere dall’uso dei browser anonimi e per lo meno nelle operazioni svolte dagli utenti medi).
Riscontro sempre stupore, perplessità, timore da parte di chi realizza all’improvviso che del “qualcuno” in questione, a cui concediamo con tanta leggerezza il consenso al trattamento dei dati, non conosciamo fattezze, finalità, intenzioni o potenziali minacce.
Ben vengano gli approfondimenti che sollevano dubbi nell’utente medio, ma come sempre nel mondo del giornalismo è facile guardare il dito e non la luna, demonizzando il singolo aspetto dell’interfaccia vocale “che ci ascolta” e perdendo di vista la questione della costante raccolta e dell’utilizzo dei big data, che è assolutamente più complessa e controversa e che apre non pochi interrogativi.

Per chi vuole contribuire costruttivamente a questo articolo, il blog è aperto ad altre opinioni.

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