Progettare relazioni umane potrebbe essere un buon esercizio per questo periodo natalizio che ci avviciniamo a vivere.

Chi, nei prossimi anni, vorrà progettare il futuro, avrà il compito di progettare legami, creare archi, archi di relazione. Progettare buone relazioni umane che migliorino l’esperienza. D’altronde i migliori progetti digitali sono quelli che nascono intorno ad una comunità di persone, in modo del tutto analogico.

Ho pensato a questo articolo proprio partendo da uno dei miei post di quest’anno  sull’ Onlife, sul nuovo contesto di Vita in cui ci troviamo. Mi è venuta in mente un breve video di Luciano De Crescenzo che ha definito l’ascensorite una malattia della comunicazione.

La soffrite anche voi? Avete presente quando vi trovate in un ascensore e sentite un certo disagio?

Ciò che provoca il disagio, se non lo sapete già, è che la persona che ci troviamo accanto, sebbene sia una sconosciuta, si trova all’interno dello spazio, ristretto, della nostra intimità. Ognuno ha il suo limite, ma genericamente la distanza degli sconosciuti si trova oltre la lunghezza del nostro braccio. All’interno ci stanno tutte le persone che riteniamo intime. All’esterno tutto il resto del mondo.

In un ascensore questo spazio viene invaso reciprocamente e le reazioni sono le più diverse. C’è chi si sente quasi in dovere di parlare e di comunicare. Di parlare del tempo, per esempio. Altri più sulle proprie, rivolgono lo sguardo al neon o alle scarpe, cercando di dissimulare l’imbarazzo. Sempre più diffusa però è la pratica di rivolgersi al proprio telefonino e alla propria connessione.

Fin quando questa connessione non è esistita si conviveva con questo disagio. Magari cercando di superarlo. Oggi, che siamo connessi, preferiamo astrarci dal nostro corpo ed entrare in una nuova dimensione.

Dall’etica alle relazioni all’architettura delle relazioni, all’architettura dell’informazione

Perdonerete se ritorno spesso sull’argomento. Ma fin quando non percepirò la consapevolezza di questo concetto, continuerò a riproporlo.

Viviamo in un contesto complesso. Piero Dominici, definisce la nostra società una società ipercomplessa.

Per comprendere il contesto è necessario indagare, studiare, comprendere e approfondire attraverso i mezzi culturali e non attraverso la tecnologia. I pubblici, i lettori, i seguaci, sono da studiare e analizzare ma non numericamente o quantitativamente. Li dobbiamo analizzare umanisticamente, antropologicamente, culturalmente. Non possiamo capirli in altro modo.

Mettere l’utente al centro può significare tutto e niente. Certo che ogni sito, ogni servizio, è rivolto all’utente. Ma come questo sito o servizio risponde all’utente è tutta un’altra cosa.

Partire da noi stessi

Quali sono le nostre relazioni? Come si sono modificate nel tempo? Che relazioni avete con il vostro vicino di casa? Quali relazioni sono esistenti nel vostro condominio? Quali sono le relazioni nella scuola dei vostri figli? Che ambiente c’è sul posto di lavoro? Che rapporti si sono creati?

Nel tempo le relazioni si modificano. Almeno le mie si sono modificate profondamente. In molti casi ho alimentato relazioni sbagliate. In altri casi, sono stati gli altri a sbagliare nell’alimentare relazioni con me. Colpe e meriti non stanno mai dalla stessa parte. Alla fine restano le relazioni più significative. Significative soggettivamente.

E sul posto di lavoro? Chi ha organizzato o progettato le vostre relazioni? Riuscite a determinare le relazioni tra un ufficio e l’altro? Chi è stato a determinare queste relazioni? Sono stati i direttori a determinare amicizie e inimicizie? Quali scelte politiche hanno portato ad unire o a dividere i lavoratori?

E se al centro del vostro lavoro fosse messa la vostra persona? I vostri bisogni? La disposizione dell’ufficio resterebbe la stessa? Le relazioni con i colleghi sarebbero le stesse? Le relazioni con l’esterno sarebbero sempre uguali?

L’illusione di decidere

Viviamo nell’illusione di decidere come vivere, come spostarci, come lavorare e come relazionarci agli altri e allo spazio. E’ così solo in parte.

Le case che siamo, viviamo e abitiamo, gli uffici che frequentiamo, le vie che percorriamo, non sempre sono state progettate e pensate per noi. In Italia più che in altri posti. In Italia, spesso, palazzi destinati ad abitazioni sono diventate scuole; palazzi storici si sono trasformati in sedi governative.

Noi non decidiamo la piazza da frequentare, non entriamo in una strada senza alcuna regola, non decidiamo quanto grande debba essere il nostro ufficio o la camera d’attesa. Noi non scegliamo di lavorare in un open-space piuttosto che in un camerino.

Insomma, molte strutture ci vengono imposte, dal tempo, dalla storia, dalla politica. Vedrò, in qualche altro post, di parlarvi della piazza come spazio sociale.

La giusta distanza

Ho ripensato al film di Mazzacurati che ha un titolo emblematico, La giusta distanza.

Nel giornalismo, così come nelle relazioni umane, è necessaria la giusta distanza.

Proseguendo sul tema ho trovato Raffaele Morelli che scrive a tal proposito

il tema della “distanza” tra noi e gli altri è così importante per valutare il nostro benessere mentale. Saper vivere con gli altri alla “giusta distanza”, senza farsi invadere ma anche senza isolarsi, permette di impostare in modo più gratificante la nostra vita, non solo quella che si svolge in loro presenza, ma anche quella che viviamo con noi stessi.

Occorre una giusta alternanza 

Fiducia come irragionevolezza

Ma progettare relazioni per costruire cosa? Ovviamente Fiducia. Nelle relazioni, nelle relazioni vere, si costruisce la Fiducia.

La fiducia è uno dei valori dell’architettura dell’informazione. Scrive Federico Badaloni, autore del libro architettura della comunicazione

Fiducia è muovere da un presupposto positivo. Nei vostri stessi confronti, nei riguardi dei vostri collaboratori, degli utenti.

Se c’è qualcosa che non vi torna, considerate la possibilità che il problema non sia necessariamente fuori di voi e riflettete sul fatto che questa sensazione è un’occasione. Anche la sensazione più piccola.

L’architettura dell’informazione si nutre del piccolo e del semplice perché è il piccolo che produce il grande e il semplice che produce il complesso.

Sempre sulla fiducia mi sono sembrate interessanti le parole di don Luigi Verde, intervenuto ad un convegno sulla fiducia. Don Luigi Verde è un parroco e parla di Fede. Dunque parla di fiducia irragionevole. Ma fino a prova contraria, la fiducia o c’è o non c’è.

Io pongo fiducia in ciò che è possibilità ma non sono sicuro che ci sarà, che forse ci sarà, che sarebbe bello che ci fosse, ma non lo so. E allora la fiducia è la parte dell’irragionevole che tu hai il coraggio di assumerti; quanto coraggio di irragionevole hai?

Ascolto per progettare relazioni umane

Progettare relazioni umane non è facile perché coinvolge la parte più intima di noi stessi. E’ nella cura di quella malattia di cui parlavamo alcune righe fa. Curare la comunicazione, in tutti i sensi. Fidarsi, lasciarsi andare. Quante volte ci è stato detto? Quante volte ce lo siamo ripetuti?

Da parte mia (ri)propongo, come strumento di partenza, la pratica dell’ascolto. Ascolto di se stessi e ascolto degli altri. Ascoltare farà certamente del bene alle nostre relazioni.

Per chi vuole cominciare o riprendere il percorso può cominciare da queste sei lezioni: 6 TED Talks su ascolto e progettazione.

Buon ascolto! Buon Natale! Buone relazioni!

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