L’user experience, in Italia, sta ad identificare una parola di moda oO una rivoluzione del modo di progettare? Si tratta di una Buzzword o di un cambio di paradgma? Il dubbio assale un po’ tutti.

User experience in breve

Tornerò presto a parlare di User experience come definizione per i miei lettori che vogliono approfondire il tema.

Al momento sarà sufficiente dire che l’User Experience non è niente di trascendentale. Al di là dell’anglicismo, la UX è qualcosa di molto pratico e profondo che tocca la relazione che tutti abbiamo con un determinato prodotto o servizio. Qualcuno ha identificato la UX come un grande ombrello che copre tante discipline.

Insieme, tutte queste discipline, se lavorano bene, convergono nella felicità e nella soddisfazione degli utenti. L’obiettivo dell’architetto dell’informazione è proprio la ricerca di questo senso di appagamento da parte delle persone che hanno a che fare con un prodotto o un servizio. Se tu sei felice, l’architetto dell’informazione è felice perché ha fatto al meglio il suo lavoro.

Per il momento vi basti questo. E chi ha già conoscenze di UX mi perdoni per la semplificazione.

User Experience è una Buzzword?

È chiaro che sia un vero peccato che ci siano professionisti che, al momento, usino la parola user experience come fosse una buzzword, una parola di moda e non un cambio di paradigma, qual è.

Per scrivere gli articoli di questo blog leggo molti articoli sul web. E così ho la possibilità di osservare molti professionisti. La maggior parte sono persone che hanno esperienza di lungo corso. A volte un po’ schiacciati dalle nuove tecnologie e dai giovani che incalzano. Altre volte, invece si tratta di impiegati divenuti freelance con la voglia di riscatto perché hanno un maggiore successo adesso rispetto al passato.

Quindi non sto qui a giudicare il lavoro di nessuno. Ognuno, penso, fa quel che può, al meglio delle proprie capacità. Ed è giusto che sia così. Quello che mi piacerebbe trasmettere in questo articolo è semplicemente l’importanza di questa nuovo approccio e magari incentivare chi mi legge a scoprire le fondamenta dell’approccio. O almeno, le fondamenta che mi hanno affascinato personalmente e in cui io credo.

Il grande inganno della UX

Marco Bertoni, qualche settimana fa scriveva un articolo che parlava proprio di questo. Un post politicamente scorretto, a tratti ironico, che contiene moltissimo olio di iperbole. Ne sconsiglio vivamente la lettura a chi ha un’opinione eccessiva di sé.

Devo dire che non sono d’accordo con lui (nonostante i periodici aggiornamenti), e con altri, quando afferma che l’esperienza non può essere progettata. Ma sono pienamente d’accordo quando dice che non ci si deve prendere troppo sul serio. Bertoni racconta di come sia cambiato in questi anni il mondo del design e della comunicazione. E inizia una riflessione sui job title che si vedono in giro. Spiega come molte vecchie figure si siano riciclate aggiungendo la dicitura di strategist, specialist, technologist, innovation. Senza dimenticare i tanti “boss di me stesso”.

 Oggi viviamo l’onda lunga degli user experience e dei data scientist, per citarne due che conosco bene. A giudicare dall’hype dell’ultimo anno sull’intelligenza artificiale, mi aspetto che i primi AI experience architect siano già nascosti tra le pieghe di LinkedIn.

A causa di questo incessante processo memetico, assistiamo impotenti al furto quotidiano del significato di alcune parole. Parole che, ieri, rappresentavano un dominio preciso e competenze conquistate combattendo la lunga guerra dei meeting inutili, ora sono ruoli prêt-à-porter, da indossare o togliere a seconda dell’occasione.

Marco Bertoni prosegue

Il grande inganno della UX è aver generato l’illusione che, per essere un designer, fosse sufficiente aggiungere una X al proprio job title.

User experience come cambio di paradigma?

E infatti, non basta aggiungere una X, ma è necessario, proprio come ci dice la definizione di paradigma, aderire a

quel complesso di regole metodologiche, modelli esplicativi, criteri di soluzione di problemi che caratterizza una comunità.

Il cambio di paradigma, dunque, non sta nel fatto che io o altri diciamo che ci occupiamo o meno di user experience. Non lo prescrive il medico o il commercialista di occuparsi di UX. Anzi. Probabilmente si fa un ottimo lavoro e si fa ottima user experience anche senza saperlo. Il cambio di paradigma sta nella pratica quotidiana del servizio.

Ovviamente, nessuno si senta derubato di qualcosa quando un altro professionista scopre l‘User Experience dall’oggi al domani e comincia a praticarla. Aderendo, non per moda, ma proprio per vero convincimento. Nessuno si senta esclusivista di quella X, insomma.

Il cambio di paradigma sta nel come

Il cambio di paradigma, a mio modesto parere, sta nel COME ci si occupa di user experience. Che tipo di domande si pone il professionista che siamo noi stessi o che abbiamo di fronte? Quali risposte ci diamo? Quale comunità frequentiamo? Che tipo di procedure seguiamo? Come si sentono i nostri clienti nel lavorare con noi? Riusciamo a fare capire la differenza tra un vecchio modo di lavorare e un metodo moderno che guarda al futuro? A quali valori è legato il professionista che siamo? A quali progetti aderiamo? Quale etica si segue e persegue? Quale senso o quale significato trasmettiamo con il nostro lavoro?

Sono domande che pongo principalmente a me stesso, nella speranza di poter affermare l’user experience in Italia e le metodologie dell’architettura dell’informazione come cambio di paradigma. Appunto.

Ma sono domande, a mio modesto modo di vedere, che ciascuno di noi, qualunque mestiere o professione svolga, si dovrebbe chiedere. Domande per affrontare il futuro con strumenti e metodi contemporanei.

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