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Buone feste dal blog!

Buone feste! Vi auguro buone feste! Veramente, dal profondo del mio cuore! Buone feste!

Buona fine e buon inizio

Questo post è l’ultimo articolo dell’anno. Ci sentiremo sicuramente nella mia pagina Facebook. Ma, come è capitato in altri momenti, è necessario fermarsi, prendere fiato, rivedere un po’ di cose, per ripartire con nuove energie e nuovi entusiasmi.

Quindi vi auguro anche una buona fine e un buon inizio di anno!

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Riflessioni di fine anno

Professionalmente concludo questo 2021 meglio di come pensavo. Chi mi segue ed ha letto le mie osservazioni, sa che non condividevo gli entusiasmi e i facili ottimismi durante il lockdown. Ed ho espresso tutte le mie perplessità negli auguri dell’anno scorso. Perplessità che si confermano anche per il prossimo periodo.

Se non si cambiano le proprie abitudini, insieme a determinati stili di vita; se non comprende che il mondo è cambiato e si cerca di ritornare ad un mondo precovid, non si potrà andare avanti.

Il sentimento di un anno

Anna Maria Testa, in un articolo che ha fatto discutere molto, ha messo in evidenza che il sentimento prevalente del 2021 è l’illanguidimento.

Scrive Anna Maria Testa.

“Non si tratta di un vero disagio psichico ma, piuttosto, di un – assai diffuso – senso di stagnazione e di fatica. È, né più né meno, assenza di benessere: come guardare la propria vita attraverso un parabrezza appannato. Una condizione che rimanda a quel grande piano indistinto che si colloca giusto a metà tra le vette dell’entusiasmo e della focalizzazione e le voragini del malessere.”
Abbiamo incorporato l’idea, imperativa, di essere “vincenti” ad ogni costo.
“Qualche volta, invece, la cosa più coraggiosa che si può fare è esattamente questa: smettere, mollare. E, soprattutto, smettere con le cose che in teoria bisognerebbe amare, ma che (ormai, segretamente) ci risultano insopportabili.”

Vincente o perdente?

Mi ha colpito l’articolo perché fa riferimento anche alla cultura dell’avere successo che è stata diffusa per molti anni e che oggi ha qualche difficoltà a d affermarsi.

Mi chiedo spesso cosa significhi vincente. E cosa significa essere un perdente? O meglio ancora, cosa crediamo sia essere vincenti o perdenti?

Vincente è giusto? Perdente è sbagliato? Andare a vivere in città è da vincenti? Mollare una città è da perdenti? Emigrare al nord è da vincenti? Ritornare al sud è da perdenti? Emigrare all’estero è da vincenti? Ritornare dalla propria famiglia è da perdenti? Lavorare ad ogni costo è da vincenti? Rifiutare un lavoro da sfruttati è da perdenti? Portare i genitori in casa di cura è da vincenti? Fare il badante ad un parente è da perdenti? Fare famiglia è vincente? Restare single è perdente? Far carriera è vincente? Fare la casalingə è perdente?

E potrei continuare all’infinito, tra le infinite scelte che ciascuna persona decide di intraprendere.

Qualità della vita

Personalmente, tra le cose che contano metto in primo piano la qualità della vita. E non intendo l’insieme delle caratteristiche rispetto ad un habitat, un ambiente di lavoro, una comunità, città o una nazione.

Ma intendo il benessere intimo e personale che rende l’animo sereno. Cioè quello stato dell’essere che fa dormire sonni sereni. Dunque qualcosa di altamente soggettivo e lontano da elementi oggettivi di valutazione.

Qualità della vita soggettiva

Per intenderci, io vivo in una delle provincie più disastrate d’Italia, che occupa da decenni gli ultimi posti della classifica generale sulla qualità della vita e sul benessere dei territori. Oggettivamente un territorio senza speranze che non avrà mai servizi all’altezza delle sue aspettative. L’unica fortuna è che si trova dalla parte giusta del mediterraneo e dunque gode dei privilegi di far parte dell’Europa. Ma che non gli mancherebbe nulla per essere una delle città diroccate della Libia o della Palestina.

Eppure, io penso che noi occidentali abitanti ai confini dell’Impero viviamo una qualità della vita altissima. Qualità della vita che ci invidia, per esempio, chi vive in città.

Perché si impiegano non più di 10 minuti per arrivare a lavoro; non si vedono, in giro, situazioni di povertà estrema; il clima è quasi tutto l’anno primaverile, la media delle temperature invernali si attesta tra i 10 e i 15 gradi; l’estate dura quasi 6 mesi; grazie ai cambiamenti climatici ci avviamo verso la tropicalizzazione, che non è poi così male; si può lavorare, fare una pausa, e in 5 minuti ti ritrovi in spiaggia; tra gli abitanti ci sono forti relazioni di mutuo soccorso; il prezzo della vita è alla portato di chiunque… e via discorrendo.

Cos’è per te la qualità della vita?

Penso che ciascuno debba chiedersi nel proprio intimo, cos’è per me la qualità della vita?

Qualità della vita è guardare a tutto quello che potrebbe essere un eccezione, la qualità di un ospedale, di aeroporti o porti vicini, servizi di trasporto pubblici che ti permettono di viaggiare in lungo e in largo? Oppure si tratta della quotidianità, semplice, quasi immobile, come vivere su isola, in mezzo al mare, con il rischio di morire per una banale ferita?

Qualità della vita è avere teatri, cinema, musei, che spesso non ci si può permettere o non si ha il tempo di goderseli? Oppure si tratta di vivere in un deserto e abbandonarsi alla provvidenza?

Tra i due estremi ci sono vite umane, scelte di vita né vincenti, né perdenti, ma vite, vite vissute. E il problema, forse, non è quello di mollare o persistere, ma forse quello di accettare (accettarsi). E goderne.

Vincere o mollare?

Negli Stati Uniti (ma la cosa sta accadendo anche in Europa), dopo l’esperienza del lock down e dello stare a casa, molti impiegati e dirigenti stanno mollando. Molte persone si licenziano e cercano lavori che permettano una maggiore presenza in casa e in famiglia.

Molti manager, che vivono situazioni stressanti, lasciano il lavoro in cerca di lavori che ritengono meno alienanti.

Terra, terra mia!

Magari si ritorna nella propria terra natia, si ritorna in famiglia, per prendersi cura di se stessi o dei propri cari, riallacciando relazioni che si erano perdute. Oppure si riprende contatto con la propria cultura, con le proprie radici, rivalutando tutte le ragioni di una fuga.

Il sogno tradito

Qualcosa non ha funzionato, qualcosa è andato storto, il mondo è cambiato troppo velocemente e non stiamo comprendendo cosa accade. Come pesci nella bolla non ci rendiamo conto che respiriamo immersi nell’acqua.

Cosa succede se un’intera generazione, nata borghese e allevata nella convinzione di poter migliorare – o nella peggiore delle ipotesi mantenere – la propria posizione nella piramide sociale, scopre all’improvviso che i posti sono limitati, che quelli che considerava diritti sono in realtà dei privilegi e che non basteranno né l’impegno né il talento a difenderla dal terribile spettro del declassamento?

Cosa succede quando la classe agiata si scopre di colpo disagiata?

La risposta sta davanti ai nostri occhi quotidianamente: un esercito di venti-trenta-quarantenni, decisi a rimandare l’età adulta collezionando titoli di studio e lavori temporanei in attesa che le promesse vengano finalmente mantenute, vittime di una strana «disforia di classe» che li porta a vivere al di sopra dei loro mezzi, a dilapidare i patrimoni familiari per ostentare uno stile di vita che testimoni, almeno in apparenza, la loro appartenenza alla borghesia.

Raffaele Alberto Ventura formula un’autocritica impietosa di questa classe sociale, «troppo ricca per rinunciare alle proprie aspirazioni, ma troppo povera per realizzarle». E soprattutto smonta il ruolo delle istituzioni laiche che continuiamo a venerare: la scuola, l’università, l’industria culturale e il social web.

Alla ricerca del senso della vita

Siamo tutti consapevoli del fatto che le persone non stanno bene. Esiste un malessere che serpeggia. Lo si legge sui social, ma lo si vede in strada, in macchina, nelle richieste assurde ai negozianti.

Ma non è un malessere che nasce o cresce in questi ultimi due anni di Pandemia. Certo, la Pandemia ha fatto esplodere l’ansia, le paure e i disagi, le relazioni; ha messo un po’ tutti davanti alla morte e dunque ha detto a tutti di cercare il senso della vita.

Forse in molti non lo hanno trovato. E dunque oggi, si licenziano, viaggiano, vanno alla ricerca di quel senso della vita perduto.

Così come ha accelerato dinamiche e propulsioni al futuro che ancora dobbiamo capire.

I ragazzi di ieri sono gli adulti di oggi

A mio parere questo malessere era già presente 10 anni fa, nelle voci e nelle storie dei ragazzi di allora, gli adulti e i cittadini di oggi, che già non credevano nel futuro quando il futuro sarebbe dovuto essere la cosa più bella della loro vita.

Immagino che quei ragazzi, tra lavori, entusiasmi e delusioni, come è ovvio nella vita, siano abbastanza disillusi e concretamente realisti. Anche se spero davvero (e gli auguro di cuore) che siano felici e abbiano trovato il loro posto nel mondo.

P.S. La prima pubblicazione di questo lavoro è avvenuta su RaiRadio3, nei famosi laboratori, che però, dopo il rifacimento del sito non sono stati più recuperati.

Sempre connessi

Ritengo l’Internet e tutto il mondo digitale la più grande opportunità conoscitiva che l’essere umano abbia mai avuto nelle mani. Internet (e non i social) ha permesso e milioni di persone di connettersi e studiare, informarsi, lavorare e guadagnare, in forme che erano sconosciute fino a pochi anni fa.

Eppure, la confusione tra social e internet, tra pettegolezzo e informazione, tra opinione e comunicazione, sta mettendo in crisi il sistema. Il mobile, poi, ci ha spinti nella nuova dimensione onlife a cui facciamo fatica ad abituarci, mentre c’è chi ci vive e ci vede il metaverso.

Sempre più distanti

Sento di persone che se non sono connesse si sentono fuori dal mondo. Leggo di persone connesse 24 ore su 24 ore che non riescono a dormine e che di conseguenza vivono vite in dormiveglia, alla ricerca di qualcosa che li risvegli sereni e riposati.

L’altro giorno seguivo un webinar di un professionista bravissimo, altrettanto accelerato, che parlava, ma nervosamente, ascoltava le domande ma guardava continuamente il telefonino. Mentre tutti gli facevamo i complimenti, sembrava che lui volesse solo scappare da quella situazione.

C’è bisogno di detox digitale?

A pensarci bene, ho visto molti professionisti digitali che nel tempo hanno abbandonato il mercato della consulenza per spingersi nel mondo del benessere.

Forse è il caso di ritornare a sé stessi? Forse è il caso, per chi vive su un treno sparato a tutta velocità, di fermarsi un attimo, disattivare le notifiche, spegnere qualunque dispositivo e uscire per fare una passeggiata? Esiste ancora un pulsante su tutti i nostri dispositivi che ci ricollega alla realtà, si tratta del pulsante di spegnimento, il pulsante off che spegne tutto.

La noia?

Forse è il caso di ritrovare momenti di noia, sparsi in ogni momento della quotidianità? Forse si possono colmare questi vuoti tra gli sguardi di qualche anziano signore che ti racconta una sua storia di vita?

Oppure, forse è il momento di annoiarsi e basta e dare riposo alla mente, perché, in fondo, vi ricordate quando è stata l’ultima volta che vi siete annoiati?

Annoiarsi, ammazzarsi di noia per far rinascere la creatività.

Siate felici

Io non so quale sia la risposta. Ciascuno di noi trova il proprio senso nella vita. Ad altri basta essere sereni. Non penso esistano ricette buone per tutti.

Quello che posso augurarvi è che siate felici! Al netto dei problemi che abbiamo tutti, cerchiamo di goderci i pochi attimi di estrema felicità, che ci vengono concessi.

Cerchiamo un senso della vita.

Buone feste dal blog

Concludo senza formule, né soluzioni. Solo mi ritornano in mente le parole di Italo Calvino, che già conoscerete, anche perché spesso ripropongo questo passo.

«L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà: se ce n’è uno è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme.

Due modi ci sono per non soffrirne.

Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più.

Il secondo è rischioso ed esige attenzione e approfondimento continui: cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio».

Cercate chi e cosa non è inferno e dategli spazio! Anche se difficile, forse ne vale la pena.

Buona vita a tutti!

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