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Comunicazione

6 anni di nicchia

Ci siamo. 3 luglio 2015 – 3 luglio 2021. Il sesto anniversario si avvicina e come ogni anno festeggio le mie date cardinali con i lettori.

E festeggiare sei anni di scrittura, di studio e di crescita professionale mi sembra il minimo. Tanto più se lo festeggio con un nutrito ma specifico gruppo di persone.

Un blog di nicchia

Il mio blog è spudoratamente un blog di nicchia. Si rivolge ad un pubblico ristretto di persone. Indicativamente a due comunità.

  • A chi è interessato al mondo sonoro e della tecnologia sonora.
  • A chi guarda all’architettura dell’informazione dei nuovi touch point.

Non è affatto facile attirare l’attenzione di queste due esigenti comunità. La vita dei pionieri di provincia non è facile.

La guerra dell’attenzione

Il web cambia ogni giorno, il mondo è cambiato, le Big Tech, i così detti GAFAM, sono in continua competizione. Una competizione sotterranea ma spietata. Ciascuno detta le sue regole. O con loro o contro di loro. A farne le spese sono (siamo) sempre i piccoli. Quelli, come me, che si devono destreggiare tra creazione di contenuti e miglioramenti tecnici. E che schierandosi, ogni giorno, devono valutare i rischi benefici.

La guerra in atto è la guerra dell’attenzione. Di questa guerra il blog e il suo autore, producendo contenuti, ne fanno pienamente parte. E se ti trovi a leggere queste parole te ne sono infinitamente grato perché ti sei schierato dalla mia parte. Dalla parte di una nutrita minoranza che crede ancora nell’internet.

Lotta all’analfabetismo

Devo ammettere però che sebbene mi piacerebbe, arrogantemente, di essere punto di riferimento delle comunità appena dette, mi piacerebbe, umilmente, raggiungere la comunità di chi ha meno strumenti di comprensione e di consapevolezza.

Ci penso da diverso tempo e ci penso soprattutto quando affronto temi che appaiono di difficile comprensione a me stesso. E magari, proprio per questo ne scrivo. Per chiarirmi.

Il mio tentativo è quello di spingermi oltre le mie personali bolle informative. Ho voglia di studiare e di allenare la mia mente a nuove sfide, per mantenermi vivo professionalmente. Nelle nostre bolle è troppo facile sentirsi dire di esser bravi e adagiarsi sulle proprie competenze. Io cerco di più.

Sapere di non sapere

Andrea Resmini, in un webinar di Architecta, diceva giustamente che siamo tutti analfabeti in determinati ambiti. Siamo tutti ignoranti perché ci sono determinate cose che non sappiamo fare o non conosciamo. Ma già questo è un discorso alto, più filosofico. “Sapere di non sapere” è un livello alto della conoscenza. Chi è analfabeta (spesso culturalmente), magari sa leggere, forse sa pure di non sapere, ma non sa minimamente da dove cominciare per capirci qualche cosa.

Ed è questo il problema alla base di chi crea contenuti e di chi combatte ogni giorno la guerra dell’attenzione. La cerchia di chi sa leggere (e comprendere un testo) è già una nicchia.

Navighiamo su barche diverse

Chi è istruito, chi lavora nel mondo della cultura e dei contenuti, viaggia su una barca diversa rispetto a chi è analfabeta.

La barca di chi sa leggere e scrivere (e, aggiungo sempre, comprendere) è sempre più comoda, più ampia. Chi sta su questa barca, spesso, non riesce neanche ad immaginare quanto sia stretta la barca degli analfabeti.

Dall’altro lato, gli analfabeti non hanno nessuna intenzione di mostrare la propria ignoranza o di gridare socraticamente di “sapere di non sapere”.

E in questo la tecnologia (e la sua User Experience) ha vinto su tutti. La tecnologia ha aiutato e camuffato una massa di persone che prima non aveva modo di nascondersi e per questo veniva emarginata. Oggi, un bambino che ha iniziato a parlare e che sa scrollare immagini sul telefonino è già il genio di famiglia. Gli adulti che si abbuffano di video su smartphone costosissimi, non sono geni, ma hanno una posizione in società, possiedono gli stessi dispositivi di chi lavora con quegli strumenti.

La mia visita militare

Condivido spesso un episodio della mia vita personale che mi ha aperto gli occhi su questo mondo. Parlo del 1994 ma, proprio per l’espansione della tecnologia, penso che la situazione sia peggiorata.

Al tempo, andavo ancora al liceo, quando ancora si faceva la fatidica visita militare. Essendo residente in una località di mare fui richiamato per le forze di marina. Dalla Sicilia mi recai, in treno, a Taranto. Chi mi conosce sa che il mio italiano è un italiano fortemente regionale. Ma per i miei commilitoni “temporanei”, allora, parlavo un italiano standard forbito.

La visita durava tre giorni. Feci le classiche visite mediche e poi arrivò il giorno delle prove attitudinali e psicologiche. Eravamo tutti schierati in un grande cortile, davanti ad una mega aula dove saremmo dovuti entrare per compilare i cosiddetti quiz.

Ovviamente i test erano scritti. Tra le urla dei caporali che richiamavano al silenzio, se ne alzò una che mi fece sorridere. Il caporale disse:

Tutti coloro che sanno leggere e scrivere stiano al loro posto. Tutti coloro che non sanno né leggere né scrivere si spostino dalla parte opposta del cortile.

Sorridevo e quasi mi mettevo a ridere, dall’alto dei miei 17 anni e dei miei studi liceali. Ridevo perché pensavo che tutti, nel 1994, sapevano leggere e scrivere. Almeno questo. Personalmente frequentavo e conoscevo solo persone scolarizzate. Dall’alto del mio grado di istruzione ero consapevole che non tutti sapessero cosa fosse la consecutio temporum ma leggere e scrivere… dai.

Scoprii presto e all’improvviso che così non era. Il sorriso si spense quando la maggior parte dei miei coetanei si spostò in blocco, lasciando uno sparuto gruppetto di “letterati e scrittori”. Non ricordo il numero esatto. Ma certamente fu shockante. Eravamo rimasti veramente in pochi. Quella massa di giovani, poco più o poco meno che diciottenni, aveva bisogno di qualcuno che gli facesse le domande oralmente e che qualcuno impugnasse per loro una penna per dare una risposta.

Analfabetismo di ritorno

Tra quei ragazzi, c’era una massa di analfabeti di ritorno. Molti, quasi tutti, avevano la terza media. Ma la maggior parte erano ragazzi lavoratori che a malapena sapevano mettere la loro firma su un documento.

Ancora oggi, quando mi avventuro nelle periferie, nei sobborghi delle città, così come nei ghetti di ogni comune, questo fenomeno è tangibile. Basta parlare con un ragazzo o una ragazza, con un mega smartphone in mano, per capire che non riescono a fare un discorso, a lanciarti un messaggio. Magari ti ripetono quello che sentono dire, ma è ampiamente visibile che non hanno capito il discorso, ascoltato. Tutto si “riduce” alle relazioni, agli amori, ai conflitti.

Sarà pure per questo che risolvono i conflitti a botte?

Parlare di Architettura dell’informazione e User Experience

Ha dunque senso parlare del valore dell’architettura dell’informazione e di user experience? Ha senso esporsi ogni settimana? Perché uscire dalle proprie bolle ti lascia scoperto da giudizi e sonore bastonate.

Le persone per cui scrivo, forse non hanno neppure bisogno di queste pagine, forse trovano le stesse informazioni in altre lingue. A maggior ragione, ha senso?

Devo dire, che con tutta onesta, la risposta è sempre positiva.

Perché foss’anche uno solo di questi articoli arrivasse ad una sola persona che ha bisogno di queste parole, questo basta. Avrò assolto al mio ruolo di pioniere solitario.

Mentre per tutti gli altri, il confronto è aperto, nei commenti, dove chiunque può migliorare quello che scrivo io. Tanto è vero che ci sono tanti articoli scritti a più mani con i lettori.

Un mondo complesso

Viviamo in un mondo molto complesso, sempre più complesso e interconnesso. E nello stesso tempo siamo tutti connessi ma sempre più soli e isolati.

Per questo io vi ringrazio di cuore. Potreste leggere altri blog, altre opinioni, altri autori. Potreste ricevere altre valanghe di informazioni. E, invece, avete scelto me. Non ho l’arroganza di dire che sono stato io a scegliervi. Sono più convinto che ciascuno fa il suo viaggio verso l’altro.

Sono felice di aver incontrato anche te e che il luogo di incontro sia proprio questo blog!

Grazie! Grazie mille!

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